1943 – 1945: PONTREMOLI, UNA DIOCESI ITALIANA TRA TOSCANA, LIGURIA ED EMILIA ATTRAVERSO I LIBRI CRONISTORICI PARROCCHIALI

Sull’occupazione tedesca, e sulla Lotta di Liberazione in Lunigiana, non poche sono le pubblicazioni fondate su una vasta documentazione e su molteplici testimonianze, cominciando da quell’aureo libro che è «Un uomo, un partigiano» di Roberto Battaglia, colui che diverrà uno dei più famosi storici della Resistenza Italiana e che tra Lunigiana e Garfagnana, come commissario della Divisione «Lunense» dall’ agosto al novembre 1944, aveva ben conosciuto la nostra terra.

Un Convegno venne dedicato, nel 1986, a quel crocevia che è la Val di Magra, retrovia della Linea Gotica Occidentale. E relazioni sulla Resistenza in Lunigiana sono state tenute in altri convegni, di cui pure sono stati pubblicati gli atti, quelli di Villa Marigola (La Spezia) nel 1984, di Genova nel 1985, di Massa e di Lucca nel 1994.

Durante i Convegni sovraccennati, e nelle varie pubblicazioni, anche i problemi del clero nella Resistenza sono stati trattati. Ultimamente, alla fine di marzo 1995, un convegno specifico è stato dedicato a «Clero e Resistenza» nelle province di Massa Carrara, La Spezia e Parma, ma di una fonte particolare, quella dei libri cronistorici parrocchiali, poco finora si è fruito.

A questa lacuna il Comitato Provinciale per le celebrazioni del 50° anniversario della Liberazione e l’ Istituto Storico della Resistenza Apuana cercano ora di rimediare, attraverso la fatica di Marco Diaferia. Questi già aveva fornito, con la sua tesi di laurea e con altri interventi in giornali e riviste, un’anticipazione del lavoro che qui viene offerto al lettore.

Ora egli ci presenta i diari cronistorici di tante parrocchie della diocesi di Pontremoli, che non comprendeva tutta la Lunigiana ma soltanto quella che già fu terra fiorentina e quella che fu terra parmense, mentre il restante della vallata faceva capo, come ex-dominio estense, alla Diocesi di Apuania (Massa). E ben a ragione si è ritenuto, in questo primo momento, di raccogliere e di pubblicare i diari parrocchiali di questa diocesi – nell’attesa di poter fare altrettanto per le parrocchie della Diocesi di Apuania – poiché ne fu vescovo Giovanni Sismondo, uomo di alta levatura, che si collocò di fronte ai tedeschi e ai neofascisti di Salò con una posizione netta e decisa, proclamando a voce e per iscritto che riconosceva e rispettava i tedeschi soltanto come occupanti ma che egli riconosceva come legittimo soltanto il governo del sud.

I suoi interventi e le sue mediazioni sono tanto noti che non occorre qui richiamarli: egli ne ha lasciato il ricordo nel «Corriere Apuano» e, poi, nella «Parola del Vescovo», oltre che nel noto scritto «Nei venti mesi della dominazione tedesca (1943-1945)».

Molti dei suoi parroci vennero arrestati e deportati con il rastrellamento del luglio 1944, perché ritenuti collaboratori dei «ribelli», e poterono ritornare ai loro paesi per il duplice intervento, suo e del vescovo di Parma; non pochi sacerdoti furono uccisi dai nazifascisti durante l’estate del 1944.

I libri cronistorici parrocchiali, ed anche le relazioni dei parroci stese subito dopo la fine del conflitto, costituiscono un patrimonio documentario particolare, indispensabile spesso, anche se non sempre, non soltanto a rivelare i sentimenti, i propositi, le propensioni dei parroci in quegli anni cruciali, ma anche il loro rapporto con l’occupante tedesco, i fascisti di Salò e il movimento partigiano. Quasi sempre, anche se filtrati attraverso l’ottica del parroco, tralucono i sentimenti, le aspirazioni, i timori e le speranze dei parrocchiani e il rapporto tra questi ultimi e il loro pastore.

Alcuni di questi «diari» sono già stati pubblicati o riassunti; in particolare, ultimamente, i sacerdoti Guido Ceci e Edoardo Mori, in un volume dal titolo «Per non dimenticare», hanno fatto vedere la luce alle relazioni stese appena terminato il conflitto dai parroci della vallata che più di ogni altra ha «pagato», quella del Lucido, relazioni accompagnate da altre testimonianze.

Prevalente, anche se in forme diverse e con varie gradazioni e cautele, appare l’avversione al tedesco e al fascista, anche se non sempre accompagnata da un’ esplicita simpatia verso la Resistenza armata. Fatti contingenti, momenti particolari, specie quelli degli eccidi e delle rappresaglie, inducono talora il parroco a valutazioni non positive, a recriminazioni, a giudizi dettati dalle contingenze. Non mancano peraltro – è inutile tacerlo: il lettore lo noterà personalmente – diari, pochi in verità, in cui il sentimento avverso ai partigiani appare di difficile classificazione, se cioè si tratti di rimostranze di fronte ad atti ritenuti inopportuni (per esempio, l’attacco ai tedeschi presso centri abitati, con il pericolo di rappresaglie sulle popolazioni) ovvero di un’ avversione preconcetta e pregiudiziale. E un caso, in particolare, il lettore incontrerà, di posizioni aperte di condanna senz’ appello del movimento partigiano, biasimato in quanto tale e in tutte le sue manifestazioni, fatta salva la condotta personale di «qualche bravo ragazzo».

In fondo, nella varietà delle situazioni e delle posizioni, quali appaiono a volte in maniera e forme manifeste, a volte più confusamente o per una voluta e comprensibile reticenza, è rispecchiata in qualche modo la civiltà contadina lunigianese oggi in dissoluzione; e, quindi, ci troviamo anche in presenza di testimonianze che attengono ad un mondo quasi scomparso e che si configurano, in una loro forma particolare, come un contributo alla conoscenza dei caratteri distintivi delle nostre comunità.

Un’annotazione ancora vorremmo aggiungere. Talora il sentimento non del tutto benevolo e, talvolta, non comprensivo delle motivazioni ideali della lotta antinazifascista e, soprattutto, dell’ attività pratica dei «ribelli», è determinato dal «colore» delle formazioni partigiane locali, generalmente, anche se non sempre, garibaldine e, pertanto, ispirate in qualche modo al P.C.I.

A questo proposito, andrebbe ancora una volta riproposto il problema dell’inesistenza nella Lunigiana contadina e legata alle tradizioni e, quindi, alla religione cattolica – di formazioni partigiane «bianche», le quali, provenienti peraltro dal parmense, si portarono nell’alto pontremolese soltanto alla fine del marzo 1945 (la Divisione «Cisa» con le tre brigate «Beretta»).

Comprensibile è, infine, quanto si legge in alcuni diari intorno alla lotta politica sviluppatasi dopo la Liberazione; cioè la presa di posizione del parroco avverso al P.C.I. specificatamente e alla sinistra in genere.

Concludendo, la fatica di ricercatore e di illustratore di Marco Diaferia, che ha munito di numerosissime e interessanti note bibliografiche ed esplicative il suo lavoro, va salutata come quella che ha concorso a colmare lacune e, in altri casi, a integrare una «storia», quella dell’occupazione tedesca e della lotta di Liberazione, che le popolazioni lunigianesi hanno scritto con il sangue di tanti caduti, partigiani e inermi innocenti cittadini.

Giulivo Ricci, Presidente dell’Istituto Storico della Resistenza Apuana, in Presentazione al volume edito a cura dell’Istituto Storico della Resistenza Apuana