8 SETTEMBRE 1943: INIZIA UNA NUOVA, TERRIBILE FASE DI GUERRA


l’armistizio dell’8 settembre ed il susseguente sbandamento delle truppe italiane fu un vero disastro nazionale, un ciclone che piombò su tutta l’Italia. I Tedeschi da amici divennero nemici. Lo sgomento ed il terrore invase il popolo italiano. Liberato Mussolini che era prigioniero, si formò la cosiddetta repubblichetta di Salò e divisa l’Italia in due parti con due governi. Nella bassa Italia si trovava il Re, ove si era rifugiato presso l’esercito americano; nell’alta Italia governava Mussolini o meglio i Tedeschi. Noi purtroppo eravamo sotto il tallone tedesco. Dall’8 settembre alla liberazione 27 aprile 1945 si ebbe un periodo quanto mai terribile. Coloro che lo hanno vissuto lo ricorderanno finché avranno gli occhi aperti. I Tedeschi cominciarono a portare via quanto faceva loro comodo. Colonne continue di autocarri partivano dall’Italia verso la Germania carichi di ogni ben di Dio. In breve si videro svaligiati magazzini dello stato, arsenali e gli altri depositi di viveri, munizioni ed altro materiale. Si cominciò poi ad asportare dalle case private quanto faceva comodo all’invasore tedesco, bestiame, biancheria ecc. Intanto cominciarono ad essere più violenti e più frequenti anche vicino a noi i bombardamenti. Non si era più tranquilli né di giorno né di notte. Ormai il fronte era quanto mai vicino. Non tanto lontano da Massa vi era il fronte americano.

Così scriveva, nel Liber Chronicus della parrocchia di Valdantena don Giuseppe Gavarini, la cui narrazione continua, per diverse pagine, sino al 27 aprile 1945, quando tutte le campane delle chiese dell’alata Val di Magra suonarono a stormo per la conclusione dei lunghi mesi di guerra anche fratricida. Quale fosse stata la percezione che molti ebbero alla notizia dell’armistizio ce lo dichiara lo stesso Gavarini. Alla gioia per la fine di una scriteriata avventura militare, che aveva portato tanti giovani a lasciare la vita sui Balcani, nei deserti dell’Africa o nelle steppe russe, fa eco la preoccupazione per un futuro incerto (cosa faranno i Tedeschi, presenti in in forze in Italia? che accadrà ai militari italiani dislocati qua e là e rimasti abbandonati a se stessi?).

Domande legittime che- ce lo racconta anche Mino Tassi nelle sue Pagine Pontremolesi pubblicato all’indomani della Liberazione – lasciano perplesso anche chi in quel giorno era accorso nella allora piazza Vittorio Emanuele al suono del campanone. “Il gesto della tregua d’armi con gli alleati – scrive Tassi – era ansiosamente atteso da tutti gli italiani, per cui la notizia, più che sorpresa , aveva recato, anche tra i pontremolesi, vivissima emozione. Emozione, orgasmo e viva preoccupazione, perché non si sa come verrà accolto il gesto dell’Italia dal comando militare tedesco. Se ne andranno i Tedeschi dall’Italia o intenderanno, invece, rafforzare il loro corpo di occupazione, trasformandosi da amici alleati , nei più implacabili e furibondi nemici? Purtroppo sarà quest’ultima ipotesi ad avverarsi e l’Italia e gli italiani, dovranno ancora una volta subire la durissima e sanguinaria violenza dello straniero.”

La storia ci ha detto molto di quell’armistizio, siglato segretamente a Cassibile il 3 settembre 1943 e reso noto cinque giorni dopo. Ci ha detto del disorientamento militare (una costante di quegli anni…..), della fuga del Re e di parte del Governo verso Brindisi, del lavorio segreto delle diplomazie che trattarono la resa. Abbiamo scelto di ricordare quei giorni di settant’anni fa con le parole di due testimoni locali, per dare voce a chi in genere non ne ha molta sui libri di storia. La stessa gente che tenne in vita un fascismo duro a morire, che adottò il collaborazionismo per interesse, che tradusse l’antifascismo nella scelta dei monti o nei gesti eroici di quei tanti militari che soffrirono la deportazione piuttosto che vestire la divisa dell’esercito di Salò. Ed infine la resistenza silenziosa, ma tenace di un popolo che, per quasi due anni, si trovò tra i due fuochi di chi si opponeva con le armi all’invasore e di questo che vendicava sulla gente inerme le proprie sconfitte.

Giulio Armanini, Il Corriere Apuano