


Ad attrarre non è il valore numismatico di queste due monete che probabilmente è molto basso visto lo stato di conservazione non ottimale, quanto la storia che potrebbe celarsi dietro le stesse.


Le monete appartengono ad una persona di Torrano la cui famiglia ha avuto componenti temporaneamente emigrate in Francia e potrebbero quindi essere parte dei risparmi conseguiti allora.
La Corsica e la Francia erano considerate mete ambite per i contadini lunigianesi che, a partire dalla metà del 1800, durante i mesi con meno lavoro nei campi pensavano di emigrare per racimolare qualche soldo. La Corsica era stata ceduta alla Francia dalla Repubblica Genovese già dal 1768 a fronte di debiti non onorati e costituiva una porta di accesso privilegiata per Parigi e molti emigranti ultimati i lavori per i quali erano stati ingaggiati proseguivano per la capitale.
Come si è detto si trattava ancora di emigrazione temporanea, si partiva e si tornava, la conduzione della casa era lasciata alla moglie che doveva pensare ai campi, alle bestie e ad allevare i figli. Anche l’Alta Lunigiana era già interessata dal fenomeno, il 30.10.1854 viene condannato a quattro mesi di reclusione Verri Felice di anni 34 di Torrano per aver utilizzato fraudolentemente il passaporto rilasciato al padre Giuseppe per emigrare in Corsica. E doveva essere un flusso abbastanza consistente perché nello stesso anno Ricciotti Luigi, Ricciotti Giovanni e Ricciotti Andrea, tutti di Rossano, vengono condannati a sei mesi di reclusione a testa per aver falsificato la vidimazione sul passaporto per recarsi in Corsica e tornare.

La Corsica aveva bisogno di molta manodopera per lavorare la terra, costruire muri a secco e tagliare legna.
In Francia i nostri migranti, oltre che alla lavorazione della terra ed al disboscamento, nel tempo cominciarono a dedicarsi alla vendita porta a porta di piccoli oggetti di chincaglieria, di pietre per affilare e articoli di carattere religioso (santini e stampe). E’ un’attività che non richiedeva specializzazione e si prestava quindi quale attività di sopravvivenza e che porterà poi nel XX secolo alla creazione della figura del libraio e delle bancarelle prima e delle librerie poi.
Torniamo per un momento alla metà del XIX secolo e, per coloro che oggi sembrano aver perso memoria del proprio passato, riportiamo alcuni stralci della testimonianza di Massimo Perini di Grondola, tratta dal bellissimo libro di Caterina Rapetti –“Archivi Familiari”:“…Siamo scappati ai carabinieri a Bardonecchia e chi ci ha portati le valigie è stato Franchi; lo conoscete Franchi che aveva la bottega? Lui ha detto: “se volete venire in Francia, io vi porto le valigie. Il lavoro dove sono io c’è, c’è l’alloggio, tutto. Quando siete a Bardonecchia andate, passate la montagna e venite a ….” E va bene, abbiamo combinato così. Arrivo a Bordonecchia e i carabinieri ci hanno presi, saremo stati in centocinquanta, ci hanno inquadrato, fatto scendere e poi ci portavano in caserma e d’in caserma ci rimandavano a casa. Tutti inquadrati passiamo vicino ad un cancello: c’era una villa e il cancello aperto, due carabinieri davanti e due dietro. Allora ci ho fatto: “scappiamo?” e gli altri erano compagni di noi, non erano in regola, non mai detto niente. Fila dentro al cancello, arriviamo dentro; c’era la serva, comincia a gridare agli assassini, ma dico: “Signorina, guardi che noi siamo qui per andare in Francia, cosa vuole, non siamo qui per fare del male, non siamo ladri, non siamo assassini”. Sbuca il padrone dal balcone e fa: “venite, venite, adesso vi dico io come dovete fare” Era uno che era collegato con quelli che passavano la montagna, una guida e allora mi fa: “Vedete quella casa là? Voi passate qui dal mio giardino, passate il fiume, vi levate le scarpe, passate il fiume non passate il ponte, passate il fiume e andate in quella cantina: Io vi do un foglio a nome mio, loro tengono lì e vi passano in Francia, vi portano in Francia.” E difatti abbiamo fatto quel gioco lì, siamo andati là e ci han portati in cantina; c’eravamo bagnati perché l’acqua era un po’ alta, ci siamo asciugati bene, abbiamo mangiato e poi alla notte, verso le 11, ci hanno inquadrati e abbiamo passato la montagna. Arriva sulla montagna, porca miseria, una fame da suonatori, due giorni ci siamo stati. Come si fa senza mangiare? Allora ci hanno portato alla cantoniera della finanza francese, hanno levato un vetro dalla finestra sono entrate dentro le guide. Però siamo andati dentro anche noi. Trentacinque eravamo, tutti insieme. Abbiamo mangiato queste gallette, scatolette e loro han marcato tutto, poi han detto: guardate, costa tanto, noi dobbiamo pagarla questa merce, facciamo i conti tutti uguali.” Fatti i conti abbiamo dato i soldi a loro, che poi loro erano d’accordo e ci hanno detto: “Voi ormai siete in Francia, non siete più in Italia, vi lasciamo un biglietto, per quanti siete in squadra?”
Noi siamo partiti, me e lui e un bergamasco che è voluto venire con noi, tre. E gli altri che erano in cinque o sei. E noi partiti in questa montagna tutti e tre in testa, arriviamo in un punto. Una valanga ci ha preso e “Cigulen” è rimasto sopra una roccia e ha perso lo zaino e tutto, io mi ha interrato fino a qui e il bergamasco ci è rimasto. Ci son rimasti 10 morti in quella valanga lì; dopo l’abbiamo saputo per mezzo dei giornali, quando siamo arrivati. Noi abbiamo proseguito, mi sono venuti ad aiutare a tirarmi su dalla valanga e poi siamo arrivati a Modane. Abbiamo dormito nell’albergo lì, abbiamo comprato due biglietti per Cambery. Monta sul treno, a Modane c’era il delegato italiano con i carabinieri, passaporto alla mano. Ma non sai la febbre che ti veniva e allora mi ha fatto” Ma non l’hai!” “ E no-dico- non ho niente, ho passato la montagna”. “Scendi, scendi” mi fa, era vicino alla porta, ha aperto la porta lui , sono entrati nel vagone e noi tutti e due giù. Arrivo giù c’è il controllo e mi fa: ” Montate sul treno, cosa fate qui?” “ Ma – dico – guardo dove c’è il posto per sedermi” e mi fa: “in fondo, in fondo”, ecco ecco proprio in fondo e c’era un passaggio siamo andati su e monta sul treno, quand’è stato l’orario……
La Francia non è stata l’unica destinazione per coloro che in Lunigiana andavano cercando di migliore la propria sorte e quella dei propri cari.


Sul finire del 1800 ma soprattutto dagli anni 20 del XX secolo tanti lunigianesi scelgono mete più lontane, varcando l’Oceano per approdare nell’America del Sud, in paesi che allora rappresentavano la terra promessa come l’Argentina e l’Uruguay. Le due nazioni erano ricche di sconfinate terre da lavorare e ricorrevano in modo massiccio alla manodopera straniera.
Inizialmente anche gli spostamenti in quelle terre erano temporanei, ma le distanze che richiedevano viaggi della durata di diverse settimane piano piano portarono a rendere i trasferimenti da temporanei a definitivi, con il ricongiungimento delle famiglie.
E’ struggente leggere come le famiglie che hanno generato le prime ondate di emigranti abbiano cercato di mantenere nel paese di destinazione la cultura e la memoria del paese di origine ed abbiano sempre mantenuto nel loro cuore il pensiero del loro paese lontano.
Alcune testimonianze riferiscono di come tutte le domeniche si riunissero e giocassero a carte e alle bocce, ballavano e cantavano, e di come passassero tutti insieme il Natale, Capodanno, l’Epifania e la Pasqua; alcuni mandarono a prendere i “testi” con cui cucinare tra le altre cose la “carsenta”.
Diversi erano i giornali che ad inizio del XX secolo venivano editi in lingua italiana con lo scopo di veicolare le informazioni dal paese di origine, mantenendo un costante aggiornamento con le notizie che arrivavano dall’Italia.
Sempre nello stesso periodo vengono istituite due importanti manifestazioni che servono a far ritrovare tutti insieme gli immigrati, favorendone la conoscenza e l’integrazione: la prima è annuale, con musica, balli e canti, tavolate di cibo tradizionale e l’elezione della reginetta, la seconda è la festa della vendemmia con sfilata di carri allegorici, eventi sociali, culturali , fuochi d’artificio ed ancora l’elezione della reginetta.
In diversi casi il patrimonio culturale e le abitudini alimentari degli immigrati sono diventati parti integranti del mondo uruguajo, pensiamo alla pasta fatta in casa, alla pizza, mozzarella e parmigiano, la polenta ed i gelati e via dicendo. Anche in campo religioso l’influenza è stata forte, ad esempio con il culto a San Rocco e San Gennaro.

Per chi ha la possibilità consigliamo la lettura del libro scritto dall’antropologa Carolina Delbueno – “Sulle tracce dei toscani in Uruguay”, edito dalla Comunità Montana della Lunigiana e dal Centro di Documentazione dell’Emigrazione Lunigianese –

Angel Luciano Fantoni Poli aveva nove anni quando il 9 maggio 1950 ha lasciato Torrano, con la madre ed il fratello, per raggiungere il padre in Uruguay dove era emigrato un paio d’anni prima. Angel, tuttora legatissimo a Torrano dove ha ancora molti parenti ed amici, ci racconta brevemente la sua vita nel nuovo paese:

“Partii da Genova il 9 maggio e arrivai il 6 giugno 1950 a Montevideo. Zio Giovani ci aspettava al porto, con la sua Chevrolet del ’27 e ci portò al Pueblo Victoria dove viveva con la zia Marina e mio padre e dove alloggiammo anche noi tre nuovi arrivati. Destino volle che ad agosto alcuni amici di famiglia, anch’essi originari di Torrano (Talamini), sarebbero partiti per l’Italia in occasione del quindicesimo compleanno della figlia. Sapendo dell’arrivo della famiglia, hanno parlato con papà e ci hanno suggerito che per il tempo che sarebbero rimasti in Italia andassimo a vivere a casa sua e ce ne occupassimo noi mentre eravamo lì. Quindi ad agosto ci siamo trasferiti nel quartiere di Peñarol. A mio padre, che aveva iniziato a lavorare in una falegnameria a Colón, capitò la possibilità di prendere in affitto una piccola casa, così che al ritorno dei Talamini potessimo trasferirci. E così è stato, a gennaio abbiamo cambiato quartiere in una casa piccola ma molto carina e nuova a 200 metri dalla falegnameria. Abbiamo continuato a frequentare per due anni la scuola di Peñarol e poi la scuola n. 50 di Colón, a circa 700 metri da casa. Poi è arrivato il Liceo n. 9, circa altri 200 della scuola. Dopo il liceo ho iniziato con i corsi di preparazione aziendale. Nel 1959 cominciai a lavorare negli uffici di una fabbrica di articoli in plastica e cominciai a studiare nelle scuole IBM con i loro sistemi di macchine elettromeccaniche dell’epoca che funzionavano con schede a 80 colonne, predecessori dei primi computer con enormi dischi e pochissima capacità di memoria. Nel 1965 ho iniziato a lavorare alla Cartiera Nazionale fino al 2001, quando sono andato in pensione. Nel 1966 ho sposato Susana.”.


