
Il 2 settembre 1997 è stato rinvenuto in una zona impervia ad un’ora di cammino dall’abitato di Grondola, un sito archeologico c he conferma l’esistenza di una civiltà appenninica preistorica stanziata sulle montagne lunigianesi.
I reperti sono costituiti da alcuni bassorilievi, da una pietra apparentemente antropomorfa, e da un macigno recante alcune “coppelle”. Della scoperta è stato informato il prof. Anati che ha richiesto ulteriore documentazione fotografica in previsione della pubblicazione sul Bollettino del Centro Camuno di Studi preistorici.
Il luogo che circonda il sito presenta toponimi interessanti: Tecchie del Groppo, Tecchia dei Saraceni, Sasso della Biscia; è una zona di comunicazione che, per un antico sentiero, porta al versante parmense dell’Appennino.
Qui la fantasia popolare degli abitanti di Grondola ha ambientato tutte le leggende orrorifiche: presenze demoniache e pagane ( i Saraceni) popolavano questo tratto di territorio nelle storie tramandatesi di generazione in generazione. Da qui l’indicazione, nella memoria collettiva del paese, di quella località come luogo della paura, dell’inquietante.
In occasione dell’ennesima ispezione della zona sono venuti alla luce, in prossimità di alcune pietre recanti fossili, i rilievi. La vicinanza dei rilievi ai fossili è probabilmente non casuale: l’albero “nato” nella roccia doveva aver prodotto un comprensibile senso di stupore negli antichi abitanti dei boschi. Essi avvertirono quelle pietre come sacre, un segno degli dei, e lì decisero di porre sulla pietra la loro preghiera di propiziazione alle divinità.
La raffigurazione dei bassorilievi di Grondola si riferisce ad una scena di commemorazione di un episodio di caccia o di un sacrificio rituale. L’uomo scaglia un arpione (o un pugnale) verso uno stambecco, rappresentato da uno stilema tipico del Paleolitico, la retroversione del capo.

Al di sopra del piano della scena di caccia, un daino (?) e una testa di capriolo. I rilievi, anche se parzialmente coperti dai licheni sono in buono stato di conservazione. Nei rilievi è raffigurata quella che doveva essere la fauna selvatica locale, ma con una preferenza verso quegli animali che rivestivano particolare importanza nell’economia alimentare dell’epoca. L’uomo compare nella veste del cacciatore, e ciò induce a pensare che la caccia e la raccolta costituissero ancora le attività prevalenti della società che, attraverso la mano di un ‘artista’, ha prodotto quelle immagini.
La rappresentazione ha probabilmente un significato simbolico che va al di là della semplice raffigurazione naturalistica di una scena di caccia: è un “do ut des” rivolto alla divinità della foresta, un atto propiziatorio. L’atto creativo è una forma di magia simbolica intesa a propiziare la cattura della preda. Di difficile risoluzione è il problema della datazione basata sulla osservazione di ciò che è venuto alla luce. Vi sono alcuni elementi nei bassorilievi che si ritrovano frequentemente nelle espressioni dell’arte del Paleolitico Superiore: la scena di caccia, la preferenza accordata alla fauna selvatica, la retroversione del capo dello stambecco.
E’ però dimostrato che stilemi tipicamente arcaici si possono ritrovare in epoche molto più recenti in zone marginali e conservative: è noto, a questo proposito, come il mondo figurativo paleolitico continui a manifestarsi nella civiltà dei cacciatori scandinavi e come “sacche” di cultura paleolitica permangono anche nei Camuni in pieno Neolitico.
Quel che è certo, al di là del dato cronologico assoluto, è l’esistenza in Lunigiana di una società di cacciatori preistorici, stanziale o soggetta agli spostamenti che le variazioni climatiche e stagionali richiedevano; una società dove probabilmente non era ancora intervenuto il cambiamento drastico rappresentato da forma economiche basate sull’agricoltura e la pastorizia.
Angela Bergamaschi, Il Corriere Apuano, 1 maggio 1999