Non è certo facile riconoscere la posizione geografica del tratto detto Valdantena nel bacino montano del fiume Magra potendo accadere di allargare o restringere i confini, per la poca determinazione della dizione popolare, la mancanza di sicuri dati topografici e la poca precisione rappresentativa delle stesse carte geografiche. Si tratta tuttavia di un toponimo tradizionale che si riferisce evidentemente a uno stato di cose remoto, di interesse non certo trascurabile per la geografia storica del territorio.[i]
Il bacino di raccoglimento del fiume Magra, nella sua parte più settentrionale, si allarga ad arco sullo spartiacque dell’Appennino, da ponente a levante, dalla Cisa ai mm. Valoria, Groppo del Vescovo, Borgognone, Tavola, Orsaro, restringendosi, nello scendere verso sud-est, alla stretta della valle formata, nel versante orientale, dalle propaggini dei monti di Logarghena , Brusciol, Crocetta e nel versante occidentale, dalle diramazioni del m. della Cisa, del Righedo e degli altri rilievi inferiori.
La rete idrografica del bacino sud-est ha origine sulle pendici del monte Borgognone, e, successivamente alimentata da numerosi rivi, fossi, canali dà vita al filone di valle che poi, nei pressi del villaggio di Pracchiola, nel luogo detto piano dei Magresi, prende il nome di Magra. Di qui, continuando il suo corso, oltrepassata la confluenza con il Civasola, suo maggiore affluente di destra, in prossimità del casale di Molinello, si incanala nella profonda forra che di qui si prolunga sino alla borgata di Mignegno, di dove procede per la valle aperta.
Parrebbe dunque che per Valdantena si possa intendere questo tratto di valle percorsa dalla Magra, che si inizia al di sotto del villaggio di Pracchiola sino alla confluenza del Civasola, prima del ricordato casale di Molinello, nel tratto chiuso tra i rilievi del monte Cucchero a destra, e le propaggini di Logarghena sul fianco sinistro. L’abitato di questo territorio si compone delle seguenti ville e casali: Cavezzana, Groppoli, Roncobianco, Molinello, Barcola, Groppo d’Alosio, Previdé, Casalina, Versola, Toplecca e Piagna. Questi abitati sono divisi in due gruppi, l’uno dei quali, più numeroso, forma la parrocchia (Pioria )di San Matteo, con sede a Casalina e l’altra parrocchia (Rettoria) di S. Maria Assunta, con sede a Cavezzana. Anche l’ordinamento ecclesiastico che, generalmente conserva le tracce delle antiche ripartizioni demografiche, spesso anche preromane, in questo caso lascia incerti, poiché se l’esistenza della Rettoria di Cavezzana potrebbe far pensare ad una derivazione plebana, la Prioria di San Matteo potrebbe aver avuto origine quale dipendenza di un monastero medioevale, su via importante quale è stata quella del Cirone.[ii]
L’abitato descritto erra sorto con le caratteristiche evidenti di un distretto vicinale, condizionato dalle necessità di una stazione viaria. E’ necessario, a questo proposito, tenere presente che la primitiva situazione di isolamento del territorio dovuta alla sua conformazione orografica. Basti ricordare che, fino alla metà dello scorso secolo (XIX) il fondo valle era quasi impraticabile al traffico. La strada per Pontremoli che , attualmente, correndo sulla destra della gola, sbocca, sopra Mignegno, sulla via Nazionale della Cisa, non esisteva.
La faticosa mulattiera, proveniente dalle valli del Parma e dell’Enza, scendeva dal passo del Cirone, sopra le sorgenti della Magra, e, oltrepassata Pracchiola, si inoltrava nella valle descritta, per risalire il fianco sinistro della gola del fiume sino al passo della Crocetta di Logarghena, e scendeva alla Rocca di Arzengio per Pontremoli.
La ricordata Valdantena occupava, come si vede; su questo montuoso e faticoso tracciato, una posizione importante di luogo di sosta e di ristoro, sia per chi veniva dal mezzogiorno e si preparava a salire al valico, sia per chi, provenendo dalla valli della Parma e dell’Enza, per il passo della Crocetta, voleva recarsi a Pontremoli e oltre.[iii]
Altra frequentata via di comunicazione transappenninica, sebbene di importanza più locale, salendo dalla parte della Civasola, per un contrafforte del Groppo del Vescovo a oriente della Cisa, conduceva nella valle della Baganza e a Berceto nel versante del Taro.
Queste comunicazioni regionali del territorio favorivano molto più le relazioni settentrionali transappenniniche che non quelle meridionali per la Val di Magra e oltre: circostanza che non può essere trascurata nelle ricerche etnografiche, linguistiche e di geografia storica in genere.[iv]
Dopo quanto si è detto delle caratteristiche di questo tratto di territorio dell’alto bacino montano del fiume Magra, ci si può domandare se la voce “Antena” sia un idronimo, un toponimo o un nome di persona. Nel primo caso anteriore o posteriore al nome “Magra”? E, se anteriore, come ha potuto resistere, quale designazione del corso del fiume, solo in un breve tratto montano della vallata? Se è un toponimo, a quali elementi naturali caratteristici può riferirsi: rocce, boschi, pascoli, terreni aridi, ecc? Potrebbe essere le denominazione del descritto distretto vicinale sopravvissuta ad una arcaica circoscrizione pastorale? Tutte domande senza risposta, malgrado i vari poco felici tentativi di valide conclusioni.[v]
Quale nota indicativa demopsicologica, si può aggiungere che il popolo ha risposto, a modo suo, alla domanda, rifacendosi ad una vecchia tradizione secondo la quale “Antena” era il nome di un antico “Signore” della Valle, che avrebbe avuto la sua residenza di “comando” nel Castello di Previdè; del castello, antica torre forse di vedetta, oltre il nome trasmesso ad un piccolo abitato sottostante, non sono rimaste che poche rovine; ma del preteso “Signore” la storia non ha mai proprio saputo nulla.
Più che dalla base la voce può forse ricevere qualche luce dal suffisso – enna, – ena, sebbene con molte incertezze , nella indicazione etnica e cronologica. Se esso nei nomi di persona, è da ritenersi generalmente per etrusco, nei nomi di luogo non si può certo escludere il suo carattere ligure quando compaia nella toponomastica in omogenee aree di territori liguri o già liguri, e dove si accompagni con i ben noti suffissi –sca, -asco.
Ecco infatti un allineamento molto significativo di voci di – ena, – enna, diffusi dall’alto Appennino modenese a quello genovese: Scoltenna, Rossenna, Audena, Praderena, Camporaghena, Logarghena, Valdantena, Ena, Valdena (Valle del Taro), Verdesina ( Vardethena, nei documenti medioevali) nella contigua Valle del Verde (Magra). Basti ora aggiungere, a conclusione, Varenna e Verde a occidente di genova. Come si vede di tratta di idronimi e toponimi. La Scoltenna è il ben noto fiume che attraversa il Frignano sul versante adriatico dell’Appennino a confine con la Garfagnana; terra dei Liguri Friniati , la prima; dei Liguri Apuani la seconda. L’Audena si trova ricordata da Livio quale fiume del territorio di quei liguri che avevano saccheggiati gli agri di Luni e di Pisa, fiume che, con quasi certezza, si può riconoscere nell’Aulella che scende dai contrafforti settentrionali delle Apuane, con direzione da est a ovest e si versa nella Magra presso il borgo di Aulla.[vi] Seguono le altre voci che designano altri territori ben caratterizzati, come Pradarena , a confine con l’alta Valle della Secchia e la Valle del Serchio, Camporaghena e Logarghena nella alte Valli del Tavarone e della Magra, a Nord della Valle della Capria, nel territorio montano di Pontremoli.
Sebbene questo allineamento di idronimi e toponimi intorno alla dorsale appenninica possa sembrare un tracciato di confine, effettivamente non è che l’indicazione di una formazione regionale di tipo antico montano, già tenuta da varie popolazioni di Liguri, come quei Friniati che si ritiene abbiano lasciato il loro nome al Frignano, i quali, come noto, oltre che nell’alto modenese, si stendevano sull’alto versante dell’Appennino reggiano, parmigiano e piacentino. Allo stesso modo sul versante marittimo della catena erano distribuiti gli Apuani e i Tigulli, per non parlare di altre tribù di meno sicura posizione.[vii]
Quanto si è detto può bastare a dimostrare il valore indicativo del suffisso –enna, come del resto se ne potrebbe fare la riprova in altri territori liguri dell’Alta Italia, dove si riscontrino toponimi come Chiavenna e Varenna insieme con voci in –asca e in –asco. Dati indicativi questi che non mancano in questo bacino dell’alta Magra, dove ho potuto raccogliere due almeno di questi caratteristici toponimi, quali Borborasca e, più tipico ancora, Vallingasca, che si trova accoppiato con Val di Castro, quasi come una sua romanizzazione.
Dopo la indicazione che proviene dal suffisso –ena, si può meglio estendere la ricerca alla base di “Antena”, provando a spiegarla come un nome antico del Magra, trasformato per le influenze di voci di ethnos diverso. Proprio in questa regione appenninica , sul versante settentrionale, non mancano esempi di simili variazioni nel nome dei fiumi, come: Nicia-Enza; Gabellus-Secies; Secchia; Scoltenna-Panaro. Se si tiene presente che le variazioni degli idronomi compaiono , in genere, al di sotto della zona montana, non parrà troppo audace riferirli alla diversità dei popoli e dei linguaggi, ciò che può aiutare a riconoscere l’ethnos e a fissare la cronologia.
Nei tempi storici almeno tali erano le condizioni dell’Appennino settentrionale secondo quanto scrive Strabone dove, parlando della Gallia Cisalpina, osserva che essa “era abitata da genti Liguri e Galliche: le prime residenti sui monti, le altre nelle pianure”.[viii]
Il caso di Scoltenna è veramente tipico e rivela pienamente il fondamento etnico di queste variazioni toponomastiche.
Ai nostri giorni la Scoltenna cambia il suo nome per assumere quello di Panaro a circa 20 chilometri a monte di Vignola. Nel passato la fortuna di questo idronimo, ebbe espansioni e ritirate, a seconda della prosperità delle popolazioni della sua valle, secondo i contrasti tra i popoli del piano e quelli dei monti, tenacissimi conservatori questi ultimi di tradizioni e memorie. Il nome della Scoltenna è rimasto come un mito etnico nella appassionata difesa della tradizione ligure: a quel nome si intitola, in Pieve Pelago, un’Accademia e una rivista di storia regionale, trasformazione culturale della difesa etnica come, ad un dipresso, fu la immaginaria città di Apua ligure nella storia del Comune medioevale di Pontremoli.[ix]
La voce “Magra” del resto, offre altri esempi di variazioni non solamente fonetiche, come quella di fase romanza, Macra-Magra, ma anche di trasformazioni tematiche che possono far pensare alla traduzione romana di una voce ligure precedente.
In un testo di Vibius Sequester, tra nel note di varia età ed origine, si trova registrato, a fianco della frase Macra Liguriae flumen, come tolta da un codice, la glossa Meiera, che potrebbe provenire da qualche antico testo perito.[x]
Voci simi a Maiera si trovano, del resto, anche in altri territori già liguri. Nel territorio della provincia di Cuneo, che è ritenuta sede dei Bagi -enni, si nota una coppia di fiumi , la Maira e la Varaita, che ricorda la coppia Magra-Vara. Altrove porta il nome di Mera un corso d’acqua che bagna il territorio comasco, già sede dei Liguri, come, tra l’altro, lo dimostrano i caratteristici toponimi Varenna e Chiavenna. Ma il caso della Maira sembra quasi una singolare conferma toponomastica della citata chiosa del testo di Vibio. E’, certo, cosa notevole che alcuni paesi rivieraschi della Maira abbiano per complemento il nome di Macra, come, per esempio, S. Damiano Macra e Celle di Macra. Non è dunque da escludere che la voce romana Macra abbia tradotto o, comunque, si sia sostituita a un precedente nome ligure che ci è giunto, con apparenti varietà di pronunzia, quali appunto i citati: Maira, Meria, Mera, Meiera.
Ma, comunque, la ricerca sull’etimo della Magra non ci aiuta a scoprire la base di An-tena, sebbene si trovi connessa a un suffisso ligure: forse si tratta di un relitto onomastico sul quale si rischia di fantasticare inutilmente , mentre si può ammettere che la base ant sia essa pure ligure come lo dimostrano vari toponimi, come Ant-ola (monte), Antessio (Monte), Anzo o Anzio Ant-io (seno di mare) ecc.[xi]
Ma il territorio della Valdantena offre altri esempi di importanti processi toponomastici che sembrano stranamente conferire un leggendario aspetto alla geografia storica di questo isolato tratto dell’alta vallata del Magra.
Tradizionali racconti popolari hanno tenuto vivo il ricordo di un Castello dei Saracini e di numerose tane di Saracini. Non si tratta certo di rovine di costruzioni importanti o di luoghi singolari, ma di particolarità del terreno che non possono interessare il preistorico e tanto meno lo storico; ma l’indagine toponomastica e demopsicologica può dare motivo a osservazioni e indicazioni anche di riflesso storico. Una di queste cosiddette tane, più specificatamente indicata come Tana di Naoleta, e, cioè con un termine composto di due voci che hanno lo stesso significato, cosa che avviene spesso al popolo quando cerca di specificare con una voce corrente e chiara un oggetto già qualificato da una voce tanto antica da non essere più intesa. Con la voce Naoleta ci si ricollega ad un arcaico toponimo, preromano, oscuro, intorno al quale si affaticano glottologi e paleoetnologi, per fissarne l’area di diffusione e per scoprire l’ethnos , se celtico o ligure, trovandosi diffusa anche in territori, già liguri o liguri. Naoleta, è un evidente derivato di Nava, e non è, certo, indagine priva di interesse il seguire il processo di trasformazione toponomastica subito da questo arcaico tema nel medioevo.[xii]
La voce Nava è frequente nell’Alta Val di Magra: ed, anzi, una delle vicine vallate, quella del torrente Gordana, il quale ha le sorgenti nel territorio di Zeri presso il Gottero, e la foce al di sotto di Pontremoli, offre un caratteristico saggio della storia della parola, con aspetti e passaggi molto indicativi e utili per le indagini che la riguardano. Un tratto di questa vallata, nella vicinanze dei cosiddetti Stretti di Giaredo, porta il nome di Vallunga (dial. Valunga), ma nei documenti non solo antichi ma anche relativamente recenti, e anche attuali, si trova indicata, anche da buoni scrittori, come Vallonga. L’interessa della ricerca si fa poi ancora maggiore, quando nei documenti antichi, si può accertare che la voce originariamente aveva la forma di Navalonga, e ciò in modo costante, come si può riscontrare anche in testi del secolo XIII. Successivamente questa forma comincia ad alternarsi con Vallonga, finché questa si fissa nella pronunzia italiana di Vallunga.[xiii]
La voce Nava, come si detto, è assai diffusa nell’alta Val di Magra, e costantemente significa o incavatura o insenatura del terreno, come appunto, nel caso citato della valle del Gordana, dove non si riferisce alla valle de torrente, o ad un tratto di essa, ma ad una insenatura sul fianco sinistro della medesima. Non vi è dubbio che, in questo caso, la voce arcaica nava si è venuta, in certo modo, traducendo in una forma romana, poi romanza, quindi italiana. Essa nella forma primitiva si trova largamente diffusa anche nei derivati: nel Guidanese per esempio, si ha navola, naoleta sino a Nola (da naula nola, come nolo da navis, naulo). Ora quest’ultimo caso è proprio quello della Valdantena, dove una delle tane dei Saraceni è appunto la Naoleta.
Le tane, cioè i rifugi di bestie o di persone, sono in generale di piccole proporzioni, sebben, in qualche caso, si tratti di vere caverne, come quella della Faggianella, che può far pensare ad un abitato preistorico, e l’altra di Toplecca che da questo villaggio si prolungherebbe, sempre sottoterra, fino a un luogo detto Piagna.[xiv]
E’ opportuno osservare che queste tane dei Saraceni , nella Valdantena, sono collegate ad un complesso di racconti leggendari, più o meno estesi, variamente atteggiati, in tutta la Lunigiana, come è, del resto, naturale in un territorio che, come Comitatus Lunensis, aveva fatto parte della Marca Obertenga, o di Liguria , che era appunto una delle tre organizzazioni politico-militari create, intorno al secolo X, col fronte sull’arco marittimo ligure, e le spalle appoggiate alla valle del Po, contro i terrorizzanti Saraceni accampati in Corsica. Costoro, nei racconti popolari, sono rappresentati come gente piccola, vigorosa, audace e ferocemente predatrice. Difficile dire cosa si nascondesse nella fantasia popolare dietro a questo pauroso fantasma dei Sarasin: uomini delle caverne, gruppi esostorici, i barbari delle invasioni, i Bizantini della riconquista, compagnie di predoni delle vie di montagna? Forse anche i veri Saraceni, che erano stati il terrore delle popolazioni dell’alto Mediterraneo. Ma è cosa sorprendente che queste tradizioni abbiano perdurato, con tanti particolari, sino ai nostri giorni, in queste valli isolate dell’Appennino settentrionale, quali la Valdantena, la valle della Capria, del Verde e le stesse valli della Baganza e della Parma, nel versante opposto della catena.
Come, infatti, fa meraviglia di trovare nell’alta valle del Magra , in tanta angustia di gole isolate, tante tane , con relativo Castello dei Saracini, quasi un accampamento fortificato; altrettanto stupisce di trovare al passo del Bratello, (alta valle del Verde) la pretesa traccia di una Cà di Sarasin, e di sentire qualificare di Tecia di Sarasin una grossa roccia non lontana dal valico. Vari anni or sono mi fu indicata, non lontana dalla mulattiera, una incavatura che la tradizione indicava come l’avanzo della “ galleria di passo” aperta dai Saraceni.
Né, come si è detto, queste leggende si fermavano al versante occidentale della catena appenninica, perché se ne ritrovano le tracce anche nel versante opposto. Straordinario fu, ad esempio, il caso di quel capitano Boccia, valente naturalista, che, nei primi anni del secolo scorso, percorreva, per ragioni di studio, i territori montani del piacentino e del parmense. Pervenuto nell’alta valle della Parma, nei pressi del villaggio della Marra, per ricercarvi le rovine del preteso monastero di San Benedetto del Tabertasto , secondo la fabtasia dei vecchi eruditi, trasferito poi nell’Abbazia di San Moderanno di Berceto, si vide mostrare dalle persoen del luogo alcune macerie quali pretesi avanzi del Monastero dei Saracini, e una Fonte dei Saracini.[xv]
In generale, nella Lunigiana, queste leggende relative ai Saracini, specie in alcune versioni di evidente raffazzonamento semidotto, si riferivano alle note incursioni su Luni, non solo dei Saraceni, quali quelle dell’806 e 849, e quella famosa del 1016 di Mugahid o Mugetto, ma anche dei Normanni e specialmente quella romanzata dell’846 attribuita a Hasting.[xvi]
Ma l’estensione dell’alone dell’invasione araba ai più interni valichi settentrionali dell’Appennino, va forse più specialmente riferita ai Saraceni accampati al Frassineto, nella Liguria occidentale, tenendo conto che quivi era appunto la loro piazza forte per le incursioni nell’Italia settentrionale. L’Affò ricorda, sebbene criticando la data dell’896, una notizia del Sigonio, secondo la quale i Saraceni del Frassineto avrebbero terrorizzato il territorio parmense.[xvii]
Le ricordate leggende fissate intorno al Bratello, alla Cisa, al Groppo del Vescovo, al Passo del Cirone non ne potrebbero essere una vaga eco? Ma lo stesso Affò affacciava l’ipotesi che si possa anche pensare a una scorreria di Ungari, come quella avvenuta in quel torno di tempo, ed estesa a tutta l’Emilia , da Piacenza a Modena e Bologna. Data la facilità già notata, delle comunicazioni in questo tratto dell’Appennino, l’ipotesi non apparisce del tutto inconsistente.
Non va, a questo proposito, dimenticato, che nell’alta Val di Magra, si trova esteso il culto di S. Geminiano, che fu invocato protettore contro gli Ungari, come ne fa testimonianza la preghiera citata da Muratori, esistente in un codice del Duomo di Modena,
Non si può del tutto escludere che nell’intreccio delle leggende saracine, rispetto alle indicazioni toponomastiche ricordate, si sia mescolato anche il ricordo pauroso di qualche puntata cisappenninica di Ungari. Nell’alta val di Magra ricordano infatti quattro chiese parrocchiali intitolate a quel Santo: quella di Pontremoli, eretta dal consorzio dei milites del primitivo castrum, quelle di Torrano e di Careola, nell’alta valle del Teglia, e , più lontano, forse sul tracciato dell’antica “via Lombarda”, la chiesa di Irola, paese ritenuto, nella tradizione popolare, un castello o una torre di Saracini famosi per l’abilità nell’uso delle fionde. O Geminiane – diceva la preghiera ricordata dal Muratori – ab Ungerorum nos defendas jaculis!.[xviii]
Manfredo Giuliani, Archivio storico per le province parmensi
[i] Intorno alla “Valdantena” cfr. G. Sforza, Storia di Pontremoli, Introduzione e spec. Pp. 9-12, per i cenni sulle parrocchie della regione; MOLOSSI, Manuale Topografico degli Stati Parmensi, alle voci; Can. Emilio Cavalieri, Appunti sulla fonetica del dialetto della Valdantena, Parma, 1929, spec. Per la breve ma importante introduzione storico-topografica; la mia memoria: la “Strada Lombarda” del Cirone nell’Alta Val di Magra, in questo Archivio s. IV, v. III (1951) , pp. 29 e segg.
[ii] L’Ospedaletto, di cui restano le rovine sul tracciato della via medioevale era curato dai monaci di Altopascio. Cavezzana si collega invece ad un ordinamento rurale di fase romana, E cioè, ad una casa massarizia annessa ad un possedimento fondiario della gens Vettia, onde Casavettiana, Casavezzana (dial. Cauzana); fundus Vettianus, cum casa, ovvero, colonia, ovvero, meridiis, ecc, si trova anche nel formulario catastale della Tabula Veleiate. Probabilmente ne dipendeva la mandra capranea (= malga medioevale) per la pastura estiva delle capre, situata più a monte, sotto la Cisa, alla sinistra della Civasola, uso mantenutosi, generalmente, sino ai giorni nostri per l’alpeggio delle pecore con le mandrie del Lago Santo e di Logarghena, complessi di capanne per i pastori, e di recinti quadrati di rami e frasche per il bestiame. Dalla antica mandra capranea derivò il n.l. Capranea, Caprana, Gravagna, oggi villaggio di cinque ville( Montale, San Rocco, Prato, Calamacco, Val di Castro). Romana è pure la base del nome del non lontano borgo di Mignegno, forse esso pure dal nome di una casa massarizia della gens. Menenia, voce resa dal dialetto Mnena. Ne è da escludere che anche il toponimo Santerenziano (dial. Santaransian), casale con oratorio dipendente da Mignegno, tragga la sua origine dalla trasformazione medioevale del nome di qualche fundus , spettante alla gens Terentia, come quei fundos Terentianos che si trovavano inVeleiate, in pago Statiello (Tab. Vel., c. I, l.34). Di eguale base romana è il n. di altra Cavezzana, villaggio nella non lontana valle del Gordana, dove anche il paese di Torrano ( dialetto Turana , deve il nome a una casa o colonia Thoriana (possesso fondiario della gens Thoria), toponimo esteso in Liguria dalle Alpi Marittime alle Apuane.
[iii] Cfr: La Strada Lombarda, cit. Da notare alcuni toponimi: gli Scaleri, designazione di un tratto di via molto ripida e malagevole; Piano dei Magresi preso il villaggio di Pracchiola (dial. Prac’la). La voce Magresi sembra ricollegarsi, linguisticamente, ai campi macri di Livio ( XLI,22; XLV,12) e alla Magreta, nella pianura modenese, presso la Secchia, termini indicanti terre aride incolte, destinate a luoghi di adunanza e di mercato. Da studiare il ricordato toponimo Calamacco per il suffisso –acus, ritenuto di provenienza gallica.
[iv] Cfr. Appunti sulla fonetica, ecc. cit.
[v] Sulla Valdantena; notizie molto confuse, specialmente di topografia, si leggono nel REPETTI, Dizionario, Firenze, 1846, dove, tra l’altro, si afferma che la Valdantena è situata tra le sorgenti della Magra e il torrente Antena, del tutto supposto. Senza fondamento è pure una notizia raccolta da SFORZA (op. cit. p.10) secondo la quale il monte Cucchero si diramerebbe dall’Alpe di Lusina (?).
[vi] “Intra Audenam amnem P. Mucius cum iis qui Lunam Pisaque depopulati erant (Apuani)bellum gessit omnibusque in dicionem redactis arma ademit”, Livio, XLI, 19
[vii] “Cis Appenninum Garuli et Lapicini et Hergates; trans Appenninum Brinates fuerant”, Livio, l.c.
[viii] Geogr., V, 4
[ix] Cfr. la mia memoria: Lo scioglimento del Comune di Pontremoli e la sollevazione dei villa, in questo Archivio, s. IV, v. IV (1952), pp. 37 e segg.
[x] Se, come si è visto, è difficile un sicuro chiarimento toponomastico di Antena, una meno incerta determinazione topografica è resa possibile dalle indicazioni di alcune ripartizioni giurisdizionali medioevali del periodo della formazione comunale pontremolese. Gli Statuti del Comune hanno, infatti, conservato memoria di una Curia Antenae , del nesso territoriale Cavezzana Antenae, del Consolatum de Faisio, e di San Matteo di Fraisio. Il toponimo di Faisio, che io ricordi, comincia a comparire solo in questi documenti medioevali: se esso, per l’aggettivale fageus, da fagus, può indicare un faggiale o faggeto potrebbe riferirsi alla selva di Casalina, come l’abetina del Tocherio (tra l’alta Valle de Verde (Magra) e la Valdena (Taro), territorio di patronato del Comune proveniente dalle concessioni imperiali. Tra il monte di Cavezzana e il monte di Casalina ( S. Matteo), la Magra sembra aver segnato, almeno in quel tempo, il confine dei due distretti, indicando a destra quello di Antena. Cfr. Statuti di Pontremoli, L. IV, pp.35,40 e passim; si veda pure Giorn. Stor. Lunigiana, XII, 50; e Olivieri, Dizionario di Toponomastica Lombarda, alle voci Fajil – Faggio e affini.
[xi] Vibius Sequester, De fluminibus, fontibus, lacubus, etc. ex recensione Francisci Hesselii cum eiusdem Adnotationibus, Rotterdam, 1711
[xii] Cfr. Olivieri, Dizionario, cit, alla voce Nava
[xiii] Si veda per le variazioni di questa voce, negli Statuti di Pontremoli, specialmente il L. IV, pp. 25 e segg.
[xiv] A proposito di questa caverna si parla della,lunghezza di 1 chilometro, da Toplecca sino alla località della Piagna.
[xv] Notizie sulle ricerche del Cap. Boccia si leggono in G. Micheli, Il viaggio del Cap. Antonio Boccia nell’Appenninio Parmense (1804/5), , Parma, 1906, pag. 19, n.1 in fine; per il preteso monte Tabertasco si veda Sac. G. Sbianchi, Gli antichi ospedali di Roncaglia e della Cisa, Parma, 1926, p.41
[xvi] Per Hasting Cfr. G. Sforza, La distruzione di Luni nella leggenda e nella storia, nella Miscellanea di Storia italiana della R. Deputazione sopra gli studi di St. patr. Per le antiche provv. E la Lombardia, Torino, 1920, passim. E spec. P. 27 – Si veda pure P. Ferrari, Il Castellaro di Montecastello, ecc. in questo Archivio, n.s. , v. XXVI (1926) e a pag. 15 la nora relativa ai Saracini della Valdantena.
[xvii] Affò, Storia di Parma, I, 201
[xviii] L. A. Nuratori, Antichità italiane, Milano, I, (1751) pp. 7-8