ANDAR LONTANO. PARTENZE DA SUCCISA ALLA RICERCA DI FORTUNA*

di Debora Antiga

E’ una testimonianza fedele e colma di affetto quella radunata da Debora Antiga nel libro Andar lontano. Partenze da Succisa alla ricerca di fortuna. pubblicato con il patrocinio del Museo dell’emigrazione della gente di Toscana che ha sede nel castello di Lusuolo.

Già leggendo la presentazione di Paolo Bissoli, direttore del Museo, si avverte la dedizione e la serietà dell’impegno, suo personale, e di alcuni altri che da molti anni raccolgono reliquie di storie di emigranti dei nostri paesi, ricomposte con rispetto e con delicatezza, perchè la dura necessità , che costrinse tante persone ad andar lontano, non sia dimenticata, anzi sia per i loro discendenti punto di riferimento e scuola di vita. Una storia di emigrazione è sempre testimonianza di dignità, di tanto dolore, di sacrificio, da cui gratuitamente, per figli e nipoti di varie generazioni, sono venute cultura, agiatezza e serenità.

L’autrice del libro è una succisana di Roma; l’espressione non è assurda, anzi identifica ogni emigrante: una radice ed un trapianto altrove con associati tutti i travagli e spesso le ostilità per ricercare una miglior fortuna, che a volte non ci fu. Debora ha lavorato tanto per produrre la sua ricerca, sempre legata a molte fonti documentarie scritte e orali rigorose. Nel libro non c’è nessun abbandono enfatico o retorico. Movendo dalla sua passione per le vecchie fotografie, ha indagato per identificare le persone ritratte, ha fatto “parlare” tante efficaci immagini di una condizione di vita, che riguardava non impersonali soggetti di studio, ma il “suo sangue”, le storie dei vecchi della sua famiglia e del suo paese originario. Ha bussato alle porte degli anziani, ha potuto, pur con molta fatica, ritrovare notizie, documenti dalle terre di approdo dei succisani, “un folto gruppo di contadini che, spinti dalla miseria, hanno girato il mondo dando esempio di coraggio e senso della comunità”. Col loro spirito di iniziativa si sono fatti ambulanti, operai nelle enormi ampiezze delle terre americane, ristoratori nelle città d’Europa raggiungendo buoni livelli di successo: “quasi una evoluzione darwiniana”, che è cosa doverosa e gradita conoscere da parte della sequela dei discendenti.

Il libro rintraccia la storia di Succisa, un toponimo collettivo per indicare le cinque frazioni di Pollina, Poderi, Colla, Villa Vecchia, La Barca. Debora, spinta da passione della memoria, anni fa partì dall’analisi dei registri parrocchiali di Succisa microfilmati dal compianto bibliotecario comunale Mauro Bertocchi’ risalì a ritroso sino al 1680 imparando a conoscere il nome dei suoi familiari del passato: un’emozione prepotente e la voglia di continuare a scoprire. Ha studiato anche gli atti dell’Inchiesta parlamentare agraria e sulle condizioni della classe operaia diretta dal 1877 dal deputato Stefano Jacini. Per la provincia di Massa Carrara la ricerca fu fatta medico milanese Agostino Bertani. Dalla relazione si capisce cosa volesse dire miseria. Vi si legge che “Succisa, come altri paesi del circondario pontremolese, vive di un’economia agraria fondata su una proprietà terriera suddivisa e frastagliata”., le culture erano fatte con attrezzi insufficienti e inadeguati, la base alimentare per la sopravvivenza erano le castagne, a volte il granone, c’erano un po di ortaggi e qualche vigneto e alcuni cereali, l’allevamento del bestiame non faceva mercato. ” A tanta povertà l’emigrazione era di grande vantaggio, anzi era una necessità”, precisa Agostino Bertani. I succisani, come gli emigranti di altri paesi, sono andati nel mondo con un coraggio che pare eroico per noi, preoccupati di avere sempre ogni garanzia e sicurezza, anche quando giriamo da turisti.

Dalla metà dell’Ottocento cominciarono le partenze audaci per lavorare stagionalmente nelle malariche Maremme toscane e laziali, nella francese Corsica, in Lombardia. Poi venne l’emigrazione stabile per il Sudamerica, i paesi d’Europa e gli Stati Uniti. Alcuni emigranti furono girovaghi, venditori di santini religiosi nei paesi cattolici sudamericani, non potendolo fare fra i protestanti del nord, che non hanno santi.

L’attività prevalente dei succisani fu il commercio ambulante: piccoli oggetti trasportati in cassette, poi coi carretti o la bicicletta. Il mercato porta a porta è stato a Roma quello del burro (che qualche volta era un impasto di margarina). I succisani nella capitale sono arrivati veramente in tanti, prima e dopo la seconda guerra mondiale. Oltre al burro si misero a vendere il parmigiano, la biancheria per la casa, ricamata dalle donne del pistoiese, e gli indumenti intimi. Quando la ditta romana Corradini decise di cedere la produzione del burro nacque la “Ditta s.r.l. Succisa”, formata da quasi tutti succisani ormai romani, i quali nel 1973 si meritarono, per il loro “alto senso civico e comunitario” una medaglia d’oro in Campidoglio. Riconosciuti come gente tenace, seria, generosa e unita, erano diventati “ottimi romani senza tradire Succisa”.

I venditori succisani a Roma ormai sono rimasti in pochi, i loro figli hanno intrapreso altre professioni anche prestigiose, ma “nessuno ha dimenticato quanto sia stata dura la vita di quegli instancabili “omini del burro”. Lo scrive con garbo Debora Antiga; anche lei, grazie a loro, ha potuto costruirsi un capitale di cultura e di gratitudine nel cuore.

Il libro, presentato in paese il 14 agosto insieme alla mostra fotografica e ad una splendida ospitalità, è ricco di fotografie: magnifica l’immagine delle due belle ragazze succisane sul lago di Como. Ingegnose, scelsero di vendere setacci, che pesano poco, se ne può fare un’alta pila: l’oggetto serviva ancora in cucina prima delle raffinate farine dei supermercati.

Una storia per parole e per immagini, un’anagrafe di nomi, percorsi di vita, è la storia di Succisa e la storia di tutti.

Maria Luisa Simoncelli, il Corriere Apuano, 3.9.2005