

L’ allevamento degli animali da cortile ha costituito una delle maggiori possibilità alimentari dei nostri vecchi sino agli anni ’60 del Novecento.
Le galline chiedevano poca manutenzione, lasciate libere in un campo o in un prato, si procuravano il cibo da sole, beccando un po’ d’erba, qualche sassolino, chioccioline e lombrichi.
Venivano alimentate con granoturco e con gli scarti delle castagne secche (“i basturi”), dosando in questo caso i quantitativi al fine di evitare un eccessivo apporto di calorie.
Più ancora della carne, le galline erano importanti come fornitrici di uova, delle quali se ne facevano molteplici usi.
Rappresentavano dell’ottimo cibo, cotte sode o in frittata, adatto ad essere portato con se quando non era previsto il rientro a casa a mezzogiorno. Ai bambini veniva sbattuto il tuorlo con un poco di zucchero e qualche volta – quale chicca – veniva aggiunto un goccio di vino rosso, era un ricostituente. Si utilizzavano nelle feste importanti, per fare la pasta, gli gnocchi, oppure alcuni tipi di torte sia salate che dolci.

Le uova erano molto richieste in città, attività commerciali come le pasticcerie ne facevano grande uso; spesso si usava la formula del baratto con merce in cambio.

Almeno una volta all’anno una gallina veniva messa alla cova, le uova schiudevano dopo circa 21 giorni, il ciclo si perpetuava così al netto delle pollastre o dei capponi che venivano cucinati a Pasqua, Natale e poche altre ricorrenze.


