ARCHIVI FAMILIARI*

di Caterina Rapetti

Storie di emigrazione

Grondola, una fila di case allineate lungo un poggio, le une accanto alle altre. Da secoli appare così, mostrandosi a poco a poco, a chi si avvicina. Si intravvede dapprima il campanile con il gruppo di tetti disposti attorno alla chiesa e poi, oltrepassata una curva della strada, compaiono gli altri, di seguito, sullo sfondo del monte, a cui sembrano addossati.

Si arriva in breve all’inizio del paese, come tanti dell’Appennino di cui, fino a non molto tempo fa, si sarebbero potuti contare i sassi; paesi non molto dissimili gli uni dagli altri, sui quali si getta una rapida occhiata passando in fretta ma che possono invece acquistare tutta un’altra dimensione se chi vi giunge ha qualche legame con il luogo. Apparentemente non vi sono ragioni per fermarsi a Grondola; basta uno sguardo al castello, un tempo famoso, oggetto di contesa tra marchesi ed imperatori e ora ridotto ad un quadrato di mura con una torre poco più alta di loro. Il paese, ospitale ma insieme orgoglioso, può anche respingere il visitatore troppo invadente. C’è una sorta di pudore nelle persone ad offrirsi all’estraneo quando il linguaggio, il modo stesso di presentarsi, di porre domande denotano l’appartenenza ad un’altra cultura; si oppone talvolta un rifiuto, che si esprime in risposte generiche ed evasive, a chi arriva cercando verifiche, conferme ad un modello precostituito, stereotipo di mondo contadino. Ci si può invece inserire in questo mondo, nella sua attitudine antica al racconto e si scopre allora come la vita, la storia mai scritta di questi luoghi, siano ricche e conservino lo spessore di tante generazioni che vi si sono succedute, ogni volta un po’ diverse come vari erano i tempi. Può accadere infatti pensando al passato di un paese, di crederlo immobile, apparentemente senza tempi, come le case di pietra, e niente è più falso perchè anch’esse hanno dei tempi che l’ultima immagine , assommando, quasi cancella; succede un po’ così anche per la storia degli uomini.

Sono venuta a Grondola per ricomporre frammenti ascoltati e ricostruire le vicende degli innumerevoli distacchi, delle partenze che non sono mai state definitive perché un qualche rapporto si è continuato ad avere con queste case e, per il fatto stesso che se parli, è rimasto tuttora. Sono venuta alla ricerca dei documenti degli “archivi” familiari che costituiscono un tutt’uno con quelli della memoria , delle lettere, delle fotografie, dei ricordi, momenti essenziali di un unico racconto, dove l’uno integra e rende comprensibile l’altro, esiste in quanto strettamente unito ad altri ed insieme fanno una storia.

Con chi è rimasto, custode delle memorie, ne abbiamo ripercorse alcune e avremmo potuto continuare perchè ogni casa ha la sua “microstoria”, più o meno documentata, più o meno conservata a seconda del frammentarsi del nucleo familiare, del mantenimento o dell’abbandono delle case che queste testimonianze hanno contenute nel tempo. Non si sono rievocati altri racconti perché nelle infinite piccole varianti individuali che anche oggettivamente le compongono , la storia diventa una sola, quella che si cercava appunto: cento anni di partenze e di ritorni, rivissuti nella coralità tipica della vita di paese, dove le vicende del singolo, quasi rimbalzate di porta in porta, diventano patrimonio di tutti e lo rimangono fino a quando nuovi eventi, nuovi racconti non vi si sovrappongono cancellandole.

Le storie raccolte sono oramai fragili; soltanto una generazione, la più anziana, le ricorda e ricompone; molti frammenti si sono perduti o sono sbiaditi come le vecchie foto che ritraggono persone da tempo scomparse e sono ormai sconosciute ai più.

Molti avvenimenti ci sono lontani; li abbiamo ritrovati sfogliando i giornali dell’epoca che ci aiutano a ricostruire il quadro, le condizioni di chi viveva qui e di coloro che da qui se ne partivano.

Ci è sembrato importante fermare queste storie, ricollocarle nel loto contesto conservando il ricordo di esperienze che tanti segni hanno lasciato nelle persone e nelle cose.

Viene spontanea una dedica: all’intraprendenza, allo spirito di iniziativa, al coraggio di chi se n’è andato e, allo stesso tempo, alla sensibilità di chi, rimasto, ne ha conservato a lungo il ricordo.

Dall’introduzione al libro.