Ore nove antimeridiane del 6 febbraio.
Tutta la Valdantena è sconvolta dal terrore. L’allarme è lanciato: ci sono i tedeschi!
Gli uomini, gli ultimi restati negli abitati di Casalina, di Groppodalosio, di Versola e di Topleca, si lanciarono di corsa per le vicine montagne. I tedeschi, che intendono recuperare un certo quantitativo di merce sottratta loro fin dal 3 febbraio da un camion in marcia sulla strada della Cisa e diretto all’Ospedale di Berceto, salgono dal Molinello in direzione di Versola e di Topleca.
Sono un centinaio circa, comandati da un tenente. Ad ogni casa che incontrano, domandano, indagano e nel frattempo sparacchiano da pazzi. Raggiunta Toplecca inf. i tedeschi vi sostano fino alle due del pomeriggio. E’ in questa frazione che concentrano le loro accurate ricerche. E non invano, perché pochi metri fuori dal paese, rinvengono, in una cascina vecchia e abbandonata, una discreta parte della merce loro sottratta. Gli stessi autori del fortunoso prelievo l’avevano abbandonata così alla rinfusa e alla leggera, prima di lasciare Topleca e darsela a gambe. Cose da scriteriati, da pazzi. I rastrellatori, durante la sosta a Topleca si comportano come sempre da padroni e da prepotenti, impossessandosi di quanto capita loro sottomano e bivaccando per l’unica strada della frazione fra lo spavento dei vecchi, delle donne e dei bambini.
Verso le quattordici, quasi tutti alticci, si accingono a partire. Si pone in marcia, così, in fila indiana, data la ristrettezza della strada, una lunga colonna di armati che canta, urla, sparacchia a più non posso. Poco prima delle quindici, la colonna ha raggiunto il Molinello. Il comandante ordina sul posto una breve sosta in attesa dei ritardatari. Poi, riordinate le file via verso Montelungo.
Su in alto , lungo le frazioni della Valdantena sta tornando una certa tranquillità. Più d’un fuggiasco assicuratosi che i tedeschi sono ormai lontani, sta avvicinandosi alla propria casa.
Anche Battista Piagneri, notissimo in tutta la Valdantena e nella stessa Pontremoli, fiducioso che il pericolo maggiore sia passato sta rientrando alla sua casa di Versola. E’ a pochi metri dal cimitero della parrocchia di Casalina, quando viene fermato di schianto da un urlo. E’ con terrore che a pochi passi, sulla sinistra, scorge un grosso tedesco col mitra puntato (1). L’infelice Piagneri irrigidito dallo spavento e con le mani alzate accentra il suo sguardo sul mongolo che, sempre col mitra spianato gli si avvicina a lenti passi. Giunto a un paio di metri dal Piagneri torna a urlare frasi incomprensibili. Una sola parola illumina la mente sconvolta del povero montanaro: documento! A stento, macchinalmente, l’infelice Piagneri estrae il portafoglio e lo apre per cavarne la tessera di identità, ma non gli è possibile. Quell’arma sempre minacciosamente puntata su di lui gli toglie le forze. Il mongolo indispettito, avanza ancora di un passo e gli strappa il portafoglio dalle mani. Nell’atto violento alcuni biglietti da mille vanno a spargersi per terra. Piagneri, mentre il mongolo osserva la carta di identità, sta per chinarsi a raccoglierli, ma un nuovo urlo lo fa balzare ancora con le mani alzate. E’ la fine! Battista Piagneri falciato da una sventagliata di mitra al basso ventre, cade di schianto.
Il mongolo, mentre la sua vittima è a terra rantolante, raccoglie tranquillamente la moneta e la ripone nel portafoglio che che getta con tutto il contenuto vicino al morente. Poi, difilato, corre a nascondersi dietro il tronco di un grosso castagno distante una decina di metri. Attratte dalle sventagliate del mitra, accorrono sul posto due pontremolesi sfollate da tempo nel paese di Casalina: Vittorina Ranocchia e Lalla Tassi. Le due donne, appena scorgono il Piagneri riverso a terra in un lago di sangue e con le viscere fuoriuscite da una paurosa ferita all’addome, si rendono conto dell’estrema gravità del caso. Al rumore dei passi il Piagneri ha un sussulto e volgendo verso le donne uno sguardo implorante chiede flebilmente dell’acqua. Le soccorritrici già due volte sono corse ad attingere acqua dalla cunetta fiancheggiante la strada per bagnare le labbra del morente. Mentre per la terza volta stanno tornando alla cunetta, un urlo tutt’altro che umano le fa impietrire dallo spavento. E’ il mongolo che balzato dal nascondiglio e imbracciato il mitra urla frasi sconnesse dirigendosi decisamente verso le due malcapitate. Non ne ha il tempo! Un piccolo cane, di proprietà della signora Ranocchia s’avventa contro il mongolo tentando a più riprese di azzannarlo. Il mongolo si difende alle meglio cercando di respingerlo con la canna del mitra, mentre le due donne consce del pericolo che stanno correndo si danno a precipitosa fuga. Il cane per un intuito davvero miracoloso desiste dall’attacco precipitandosi a rincorrere le fuggitive. Facilmente raggiuntele, sembra ricordare loro, con chiare manifestazioni di festosità d’averla scampata bella e, comunque, d’aver compiuto fedelmente il proprio dovere.
Quanti esseri umani, quanti esseri cosiddetti ragionevoli, nei tragici momenti in cui viviamo, dovrebbero sentire col rossore, la vergogna più cupa, l’umiliazione più degradante! Per l’opportunismo, per l’orgoglio, per l’ambizione, peggio delle bestie, peggio di un povero cane. Quale citazione più fedele e più vera in questo frangente che la massima saggia, nobilissima del grande Schopenhauer: ” Più conosco la perfidia degli uomini e più aumenta in me l’affetto per i cani!”.
Battista Piagneri è spirato sul posto poco prima delle diciassette. Il mongolo per assicurarsi della morte dell’infelice è restato torvo e minaccioso sul posto, sempre col mitra a portata di mano., fino oltre le diciassette. Poi, imperturbabile, ha ripreso la sua marcia verso Previdè, il Molinello e Montelungo. Mani pietose, verso le diciotto circa, hanno trasportato la salma dell’infelice Piagneri alla sua abitazione in Versola.
7 Febbraio
Don Irino Piagneri, fratello della vittima, è di ritorno di mattina presto, dal comando tedesco di Montelungo, ove si è recato a protestare per l’inaudito, inutile delitto. Lo accompagnano una decina di tedeschi tra i quali lo stesso tenente del giorno prima, che si reca presso la casa dell’ucciso per la constatazione ufficiale del fatto. Dopo il sopraluogo sono ancora tutti all’aperto. Mentre il graduato, in discreto italiano, assicura don Irino che il giorno seguente potranno svolgersi i funerali in piena tranquillità, dall’alto di Topleca echeggiano rabbiose sventagliate di mitra. I tedeschi, allarmati, impugnano le armi decisissimi ad usarle contro la popolazione che credono complice degli sconosciuti aggressori, ma l’intervento supplichevole di Don Irino riesce miracolosamente a calmarli. – Domani fare i funerali – insiste il graduato – torneremo dopodomani. La pattuglia tedesca riprende sollecita la strada per Montelungo, mentre gli autori del saccheggio del camion, dopo aver messo ancora una volta in gravissimo pericolo tante vite di innocenti, filano a gran carriera verso la zona di Arzengio e di Ceretoli.
9 Febbraio
Tutta la Valdantena è ancora in allarme.
E’ buio fitto ma il fuggi fuggi è generale. Le donne, i vecchi, come sempre, restano a guardia delle loro povere cose, mentre i giovani e gli uomini validi corrono a rifugiarsi lungo i più impensati recessi montani. Qualche minuto prima delle sette ecco il solito, impressionante allarme: “Arrivano i tedeschi”. Sono ancora un centinaio circa. Dal Molinello salgono direttamente a Versola, e da lì a Topleca inferiore ove restano fino al tardo pomeriggio. Tutte le povere case di di Topleca vengono “frugate” dai tetti ai fondi, vengono rovistate fino negli angoli più bui, più nascosti, con la speranza di trovare quanto loro interessa. La casa Evaristi, presa particolarmente di mira, è messa addirittura sossopra. I tedeschi, indispettiti perché dalla casa stessa non hanno potuto prelevare altro che due damigiane di vino, vi lanciano all’interno, attraverso la porta e le finestre, una dozzina di bombe a mano. La casa Evaristi, in parte va in fiamme. Dopo lo spegnimento dell’incendio, per il quale si adoperano anche gli stessi tedeschi, viene constatato che i danni per quanto gravi non sono catastrofici. Mentre dalla casa Evaristi continuano a levarsi nel cielo deboli pinnacoli di fumo, i tedeschi lasciano il paese facendosi preceder da un grosso carriaggio trainato da buoi, sul quale hanno caricato quanto, lungo la razzia della giornata, è capitato loro sottomano. Durante una breve sosta al Molinello prelevano il signor Giuseppe Tonelli, titolare del locale ufficio postale, il figlio Giulio e lo studente Luigi Musetti. L’indomani Giuseppe Tonelli e Luigi Musetti tornano alle loro case. Giulio Tonelli, invece, viene trasferito al comando tedesco di Berceto, dal quale comando sarà posto in libertà due giorni dopo (2).
Mino Tassi, Pagine Pontremolesi, Tip. Artigianelli, 1974
(1): in divisa tedesca ma trattasi di un mongolo.
(2): Tanto Giulio Tonelli che Luigi Musetti erano due partigiani in attesa di riprendere le armi.