BERTO

In mezzo al colore lucido delle castagne, lo sguardo un po’ sperduto, un po’ malinconico e segnato dalla ali del tempo, suscitava un misto di serenità e compassione in chi si fermava ad osservarlo. Berto era profondamente umano.

Era cattolico praticante. L’idea del sacro che abitava in lui lo portava a vivere con la consapevolezza delle persone semplici, quelle persone che non divorate dall’angoscia esistenziale e dal dolore. Viveva in mezzo alla natura, si confondeva con l’ambiente perché la natura era per lui una fonte di comportamento e di idee e l’ambiente era un contesto di vita che lui rispettava in maniera seria, senza fronzoli.

Era nato nel mese di marzo del 1912. Primogenito di sei fratelli e due sorelle. I genitori erano mezzadri.

Le circostanze di quei tempi lo avevano costretto a partecipare a due guerre. Reduce dalla guerra di Etiopia del 1936, dopo un ritorno a casa ed una permanenza di tre anni, fu richiamato per la seconda guerra mondiale. Anni 1940-45.

Possiamo immaginare uno come lui, che non avrebbe torto un capello a chicchessia, partire imbracciando un fucile, ascoltare frasi vuote e banali dei portavoce di un regime che incitava ad ammazzare l’altro, il nemico, persone mai viste e conosciute e partire all’attacco. E come non immaginare ancora il senso di stupore proprio di chi non riesce a darsi ragione di quell’enorme ingiustizia, di quel vero e proprio tradimento di valori e di senso, che è la guerra.

Erano tempi in cui l’umanità sembrava provare gusto a infliggersi sciagure e sconfitte di enorme portata storica. Tanto le conseguenze poi, sarebbero rimaste sulle spalle delle classi più umili, cui Berto apparteneva.

Oggi le cose non sono cambiare un granché rispetto ad allora. Le classi umili sono diventate masse di diseredati. I poveri sempre più poveri. I ricchi sempre più ricchi. E’ questa diseguaglianza che genera astio e risentimento; le persone sono smarrite per la perdita di punti di riferimento collettivi, cui poter guardare con un po’ di speranza.

Berto il punto di riferimento non lo aveva smarrito.

Come non lo hanno smarrito quegli uomini forti, pochi in verità, rimasti attaccati ai piccoli orti a terrazzo, agli animali, al suono delle campane, al restare innamorati della terra.

Mi piace immaginare che i giovani tornino alla campagna con nuova mentalità e nuove scelte.

Pastorizia, agricoltura biologica, agriturismo, apicultura etc. Attività queste che potrebbero costituire una base da cui ripartire per ricostruire un mondo meno sbandato, meno spolarizzato di quanto non sia ora. La catena appenninica delle Alpi Apuane è una montagna antica che rappresenta sì, il nostro passato, ma può, anzi deve, rappresentare anche il nostro futuro.

Berto dava voce al silenzio.

Alle dieci della sera, quando la luna risplende, lo si poteva sentire parlare con le sue quattro mucche; sapeva che i suoi animali avevano ancora quegli istinti naturali dai quali noi umani ci stiamo allontanando.. Guardava il cielo, pregava il suo Dio quasi a scongiurare con la preghiera la catastrofe ambientale a cui l’umanità sta andando incontro, il cambiamento del clima e i conseguenti nefasti effetti.

Certo non poteva immaginare le future primavere con scarsissima pioggia e i campi di una larga parte del nord Italia che bruciano.

Le piante di pomodoro massacrate dal sole, seccate e ridotte ad un colore bruno come la terra. Non poteva immaginare i fiumi che scendono dall’Appennino diventare rigagnoli, pressoché asciutti. La pianura Padana che soffre e la montagna senza più neve, che soffre ancora di più. Seccano i campi di mais e di girasole. Pare che un quinto del territorio della nostra bella Italia sia a rischio desertificazione.

Berto queste cose non poteva saperle in quegli anni di fine ‘900. Però ne aveva una percezione più o meno vicina, più o meno lontana. Sapeva che l’erba e i fiori sorgono per la felice condizione dell’universa armonia. Ma incominciava anche a intravvedere l’usura della Terra. Amava la natura perché era consapevole che le piante del castagno o dell’ulivo, o la popolazione delle api non oltrepassavano mai quella che era la loro possibilità. Ma l’uomo di oggi si. L’uomo moderno continua a pretendere che quella possibilità sia oltrepassata. E allora forza con la violenza alla Terra, trasciniamola allo sfinimento, avanti con una tecnologia sempre più incontrollata che ci porta ad un danno ormai non più rimediabile.

Queste cose Berto le avvertiva, perché per uno come lui che contemplava lo schiudersi dei fiori nella fioritura, ogni cambiamento ancor che piccolo destava interesse e preoccupazione. Allora si metteva sull’inginocchiatoio e lodava il Signore per la tranquilla giornata che aveva trascorso. Non sapeva cosa fossero l’ansia e lo stress.

Era il campanaro del borgo. Aveva un modo tutto suo di suonare le campane. Si arrampicava sul campanile utilizzando una scala a pioli. Arrivato al sito campanario legava i battacchi delle tre campane con il filo; uno per ogni battacchio. I fili erano tenuti dalla mano destra, dalla sinistra e dal piede. Il suono che produceva era un’armonia celeste che dalle cime degli alberi veniva trasportata dal vento in mezzo al borgo e questa armonia aveva un nome: scaramezzare. Berto scaramezzava il mattino, nel mezzogiorno, nel vespero della sera con i rintocchi dell’Ave Maria. Per adempiere a queste tre funzioni quotidiane abbandonava momentaneamente il lavoro nei campi. Volontariato d’epoca. Per questo lavoro tre volte al dì e per trecentosessantacinque giorni all’anno riceveva la retribuzione per l’acquisto di un paio di scarpe.

I canti liturgici durante la celebrazione della Messa, partivano sempre da lui. I canti erano in latino; la sacralità si diffondeva tra le persone presenti e la mente dei fedeli era pervasa da spiritualità sincera.

In un’epoca come l’attuale, dove la gente si nutre di fantasmi televisivi e che pare non rendersi conto della realtà in cui vive e si costruisce un mondo artificiale e quasi non desidera altro, Berto era libero, capace di fare le scelte che preferiva, perché era un uomo terrestre, con i piedi per così dire per terra. Del mondo artificiale della TV ne faceva volentieri a meno.

Aveva frequentato la scuola fino alla terza elementare. Viveva a Torrano, una piccola frazione del comune di Pontremoli in Lunigiana. Negli anni precedono il cosiddetto “miracolo economico”, il principale reddito familiare degli abitanti del borgo era costituito dalla castagna. Nel mese di ottobre iniziava la raccolta, i confini delle piccolissime proprietà erano accuratamente rispettati; a volte il cosiddetto “sconfinamento”, non soltanto nella raccolta delle castagne, ma anche quello riguardante gli animali, di solito pecore o mucche, nel campo del vicino, poteva costituire motivo di litigi o addirittura rissa. La castagna, a quei tempi, faceva le veci del pane. Con il prodotto denominato “farina dolce”, si faceva un impasto con acqua e sale. L’impasto veniva poi schiacciato e collocato sopra un tagliere rotondo riscoperto di foglie di castagno; veniva quindi fatto scivolare nei testi di ghisa opportunamente riscaldati. La cottura durava mezz’ora circa. E questa era la patona, non molto dissimile dal castagnaccio. Questo cibo quasi sempre serviva da colazione, pranzo e cena. Ma poteva anche capitare che in alcuni giorni quando c’era il pranzo, non c’era la cena. Finita la raccolta, il prodotto veniva sistemato dentro gli essiccatoi, e per circa un mese o poco più al centro del locale adibito all’essiccatura chiamato anche Gra, veniva alimentato il fuoco ventiquattrore al giorno ed ininterrottamente per tutto il mese di novembre. Terminata questa fase, le “secche” venivano portate al mulino per la macinazione. Dentro la Gra si riunivano le famiglie la sera dopo cena. Seduti sulle panche attorno al fuoco, tra zii e cugini si raccontavano storie; a volte vere, oppure verosimili; o ancora inventate di sana pianta. Quando la narrazione introduceva il tema del lupo-mannaro, i bambini più piccoli si stringevano impauriti alle madri o ai nonni. I ragazzi più grandicelli se la ridevano della credulità dei fratellini. E allora avanti con le prese in giro, battute, risate fino a tarda notte, quando arrivava, dulcis in fundo, qualche bicchiere di rosso dalla cantina più vicina. La maggior parte dei mulini erano ad acqua. Oggi il caratteristico mulino ad acqua non esiste più. Restano quelle piccole costruzioni in sasso, oramai abbandonate, ancora deliziose a vedersi che parlano di tempi lontani e di altri orizzonti di senso..

Oggi Torrano è un borgo sempre più piccolo. Molte case sono vuote. E’ dagli anni sessanta che è cominciata la migrazione verso le grandi città. La maggior parte dei terreni sono stati abbandonati.

Ma Berto è rimasto a Torrano e qui ha continuato a vivere la sua semplice vita. Qui dove le notti sono ancora fragranti e rischiarate dalla luna; dove a giugno puoi ancora vedere le lucciole. Dove puoi godere dell’immensità del silenzio con l’orchestra di passeri e pettirossi in amore che rendono quel silenzio più infinito. Camminando lungo le strade e i sentieri di questo borgo può accadere di imbattersi in qualche vecchia cappella votiva. Questi altarini costituivano momenti di pausa semplici e antichi; stavano a significare l’importanza delle piccole grandi cose per un contadino di allora, che si soffermava in riverenza. Lo si vedeva cambiare i fiori e accudire alla pulizia della cappella. Oggi anche queste piccole stele stanno scomparendo, avvolte e inghiottite dalla sterpaglia e roveti selvatici. E non c’è più nessuno che si occupi della loro custodia.

Il senso del sacro che è anche il senso dell’ignoto e del limite, gli permetteva non solo di amare, ma anche di sognare la natura. Si ritirava nella sua stanza a pregare. Lode a Te, mio Signore, per avermi fatto trascorrere la giornata tra i miei animali al pascolo; per il riposo che mi hai donato nel meriggio, per avermi fatto ascoltare il cinguettio delle rondini, il correre delle ombre della sera. Continua a farmi vedere e sentire i profumi, gli amori, i sapori, perché la mia paura è che queste magnificenze del Creato stiano scomparendo per non tornare mai più.

Al mattino guardava, contemplava, con il capo bagnato di rugiada, sotto un melo fiorito. Tale contemplazione era un momento d’amore. Durante il riposo il suo sguardo si posava sulle foglie che svolazzano e vorticano in un cielo luminoso , a volte azzurro, a volte violaceo e dopo qualche attimo di pausa riprendeva il lavoro con gli attrezzi antichi; questa fatica gli procurava un senso di sollievo e di benessere fisico e non lo lasciava mai cadere nello stato di ansia o di noia.

Non si annoiava mai. Respirava libertà.

Se ne è andato a novantadue anni in una notte di febbraio dell’anno 2004.

Gli occhi ricolti, per un ultimo sguardo, al cielo stellato.

Alessio Pasquali, Tip. Artigianelli, 2017

Alcuni ricordi del fratello Emilio Fantoni che compirà 100 anni il 3 novembre 2017

Quando eravamo bambini e tu un poco più grandicello, noi più piccoli andavamo a caccia di uccellini; era il nostro divertimento. Li tenevamo un po’ e poi giustificati dalla fame li cucinavamo sulla brace.

Un giorno vedendoci con quattro merlotti ci sgridasti e ci costringesti a riportarli nel nido dicendoci “sono creature di Dio e hanno diritto di vivere”.

Durante l’ultima guerra, quando eri in Grecia nel cinquantottesimo reggimento artiglieria ( ma non hai mai sparato un colpo al nemico) stavi riposando in una grotta assieme ad altri compagni. Venne il tuto turno di guardia e quando ritornasti indietro il tuo posto era occupato da un altro commilitone. Dormiva e non volesti disturbarlo. Allora ti sdraiasti all’aperto. Poco dopo una granata centrò la grotta. Nessuno si salvò.

Durante la raccolta delle castagne, se trovavi sul tuo terreno confinante con un altro, una qualità di castagne che era diversa dalle tue, le raccoglievi e le gettavi sul terreno del vicino.

Oggi la tua casa è la mia casa e la nominammo: Ca d’Berto.

Ma avendo oramai cento anni posso rivedere questa casa solo con gli occhi del cuore; ma mi conforta il pensiero che quando le mie figlie aprono le finestre, seduto al tavola a consumare il pasto con il bicchiere di vino, ci sei ancora.

Raccomandami al Signore.

Tuo fratello Emilio