
Ci sono tredici anni di riprese dietro a Bosco, il docufilm sul paese nascosto nell’Appennino girato e diretto da Alicia Cano, giovane documentarista sudamericana, presentato la scorsa settimana al Festival dei Popoli di Firenze e premiato con la menzione speciale della giuria per il miglior film italiano. Bosco è quello “di Rossano”, periferia del territorio di Zeri; Alicia ha un secondo cognome: Menoni. E al Bosco se non si è Menoni o Volpi si è vere e proprie eccezioni.
In paese vivono ormai in pochi e le genealogie si individuano soprattutto sulle lapidi del cimitero che, come ci mostra il film, si trova a qualche centinaia di passi dal paese. Invece in Uruguay di Menoni ce ne sono davvero tanti: sono i discendenti di coloro che più di un secolo fa partirono da quella piccola comunità nell’alta valle del Teglia. In larga maggioranza vivono a Salto, la città cresciuta proprio lungo il fiume Uruguay, cinquecento chilometri a nord ovest di Montevideo.
Anche Alicia Cano Menoni è cresciuta a Salto, ma di Bosco ha sentito parlare per tutta l’infanzia, la giovinezza e l’adolescenza; soprattutto dal nonno, morto quest’anno a 103 anni! Orlando Menoni a Bosco di Rossano non è mai stato, ma lo ha immaginato per tutta la vita: “se chiudo gli occhi vedo dei paesaggi che non so se esistono”, dice – in spagnolo – nel film. Sono quelli del Bosco che a sua volta ha sentito descrivere da chi quei paesaggi aveva lasciato per attraversare l’oceano prima che lui nascesse per sfuggire alla miseria e alla fame. Come milioni di altri italiani. Nei decenni successivi il paese avrebbe conosciuto un’altra ondata di migrazioni, questa volta verso la Francia da dove ancora oggi tornano intere famiglie per le vacanze estive.
Alicia al Bosco è arrivata nei primi anni del terzo millennio: studiare cinema in Italia è stata l’occasione per visitare, finalmente, il paese dei sogni del nonno. “Quanto mi ci vorrà per conoscere il Bosco?” gli aveva chiesto. “Quattro o cinque giorni: è piccolo” era stata la risposta. La regista sarebbe tornata per altri dodici anni, sempre con la videocamera, sempre per conoscere nuove storie, per riprendere nuove scene di vita, in tutte le stagioni dell’anno. In questo arco di tempo la popolazione si è dimezzata, oggi restano a vivere stabilmente al Bosco una dozzina di persone.
L’idea di organizzare e mettere insieme quelle tante ore di immagini e interviste è cresciuta un po’ per volta e alla fine è diventato un film, presentato al Festival dei Popoli nel pomeriggio di venerdì 20 novembre. L’emergenza della pandemia ha tenuto chiusa la sala di via Cavour a Firenze del Cinema La Compagnia, ma non ha fermato né il festival né il pubblico che ha potuto seguirlo a distanza, collegandosi sulla piattaforma dedicata (visibile sul sito www.cinemalacompagnia.it/piucompagnia/ e su mymovies.it nella pagina Festival dei Popoli della sezione Festivalonline). Ma altri festival europei lo hanno proposto, da Cannes ad Amsterdam.
Con una ripresa attenta e una fotografia curata, “Bosco” non ci propone solo un paese e la piccola comunità che lo abita e va anche oltre il racconto di un paese svuotato dall’emigrazione; perché le suggestioni definiscono i contorni di uno spazio più grande, un panorama all’interno del quale un volto, una storia, una canzone valgono mille storie, mille volti, mille emozioni. Il Bosco diventa simbolo ed esempio di tutti quei paesi dai quali tanti sono partiti e pochi sono tornati; tutti quei paesi che seguono il destino di questo: “il bosco si mangia il Bosco”, si sente sussurrare in spagnolo.
L’abbandono è quello che accomuna tante realtà della montagna italiana; il tempo che passa ha contato prima infinite partenze poi, anno dopo anno, il rito di centinaia di ultimi, brevi viaggi verso il camposanto. Ma l’immagine che esce dal film è tutt’altro che quella di un paese ripiegato su se stesso; perché ci sono persone che ancora vivono, apprezzando il bello che la natura del paese offre anche “sopportando” i lunghi mesi invernali, quando il Bosco sembra addormentarsi. Un popolo fatto soprattutto di donne, depositarie di tradizioni e saperi, le ultime disposte ad arrendersi all’inevitabile.
Paolo Bissoli – il Corriere Apuano del 25.11.2020