C’è una lapide commemorativa, posta sulla facciata della chiesa di Bosco di Rossano, non diversa dalle migliaia di altre lapide poste in ogni borgo d’Italia. Ricorda i caduti della Prima Guerra Mondiale. Nel 1915 a Bosco non vi era strada (arriverà solo nel 1962) né la scuola (istituita solo nel secondo dopo-guerra e retta da insegnanti a dir poco eroici ), né altra forma di presenza dello Stato. La leva arrivò puntuale e dallo sperduto Bosco qualcuno andò a dare la vita sul Piave. Dopo aver osservato i danni dell’alluvione ed essersi fatti l’idea della durezza della vita in quel luogo impervio, quella piastra di marmo bianco fa capire che oggi la storia si ripete. A Bosco, dallo scorso 25 ottobre (2011), c’é urgente bisogno dell’aiuto di uno Stato che però continua ad essere assente, salvo presentarsi puntuale alla riscossione dei tributi.
Già, perché lassù, a 600 m.s.m. e sulle rive del torrente Orsaro, che sbarrato valle origina l’invaso di Teglia, le precipitazioni di quel giorno hanno picchiato duro come in pochi altri luoghi della Lunigiana. Non ci sono pluviometri a certificarlo, ma il paese di Rocchetta Vara, colpito da un nubifragio di oltre 500 mm in poche ore, dista in linea d’aria meno di 10 km. L’acqua non precipitata non precipitata in Val di Vara è scesa a Bosco, ingrossando come mai si era visto l’Orsaro e i canali della stretta gola. Case e baracche spazzate via, assieme ad un pezzo consistente di strada all’ingresso del paese. Le telecamere non si sono mai spinte fin quassù, le istituzioni lo hanno fatto nelle prime ore per dire alla ventina di abitanti che resistono ancora in questo angolo della terra che lì non potevano più stare, che per loro ci sarebbero stati alberghi e pasti caldi. Hanno rifiutato. Tutti, senza esitazione. “per continuare a prenderci cura delle nostre pecore” ci dice una signora ma anche per salvare Bosco e la sua storia , una storia di povertà, emigrazione e silenzioso altruismo, come quello – dimenticato da tutti – praticato nei mesi bui della guerra verso cinquecento sfollati, ospitati e sfamati di quel poco che c’era, nonostante la fama di gente chiusa e inospitale.
Se non avessero rifiutato l’evacuazione, ci dicono, il tratto di strada inghiottito dalle acque non sarebbe mai stato ripristinato e Bosco sarebbe morto per sempre. E’ stato l’unico lavoro eseguito. Oggi il destino della frazione è appeso alla clemenza del tempo, che per 5 mesi ha risparmiato la zona da nuove piogge: una mezza dozzina di frane estese e profonde segnano la stretta strada e nessuno le ha messe in sicurezza, né si parla di farlo. I danni ai privati non sono stati ancora risarciti e c’è chi ha perso tutto il fieno con cui si manda avanti la magra economia della pecora zerasca. Il presidente della Regione Rossi, più volte in visita a Aulla e Mulazzo, fin quassù non si è mai spinto. La principale strada che porta a Zeriè interrotta, lasciata dalla Provincia in balia delle frane da ben prima del 25 ottobre. La provinciale di Arzelato, oggi unica via di accesso alla zerasco, è abbandonata in condizioni disastrose. A cercare di tamponare la situazione, con pochi mezzi e casse vuote, è rimasto il sindaco Filippelli. Dopo cinque anni di fatica e di denunce di abbandono (eclatante l’incontro con Angeli a Massa a Palazzo Ducale dove, a capo di una delegazione di zeraschi inferociti, scelse di non sedersi al tavolo delle autorità) sta per lasciare il testimone.
Cartina geografica alla mano, Bosco è la frazione più remota del Comune di Zeri (la sede comunale dista 15 tortuosi km) e in tutta la provincia è il luogo più lontano da un ospedale – quello di Pontremoli è a 27 km. Un mondo a parte, isolato persino rispetto alla frazione più vicina (Paretola, a 7 km). Ce ne sarebbe abbastanza per aiutare senza esitazione i suoi venti abitanti che continuano a presidiare una fetta di montagna e conservare un pezzo di identità locale. Avrebbero titolo ad un aiuto generoso: loro chiedono solo di non essere tagliati fuori da una politica per la quale sembra che contino poco o nulla.
Davide Tondani, Il Corriere Apuano