Bratto si può dire zona ignorata perché non ha strada camionabile, ma soltanto mulattiere. Una di queste parte dal versante di Borgo Val di Taro e, varcato il passo del Bratello (950 m.) giunge nella verde conca di “Case del Ghelfo” e, per vari saliscendi, sbocca nel paese presso la chiesa. Un’altra mulattiera sale dalla stazione di Grondola-Guinadi (m. 434) e, seguendo la direzione del torrente Verdesina dal lato destro, arriva quasi sotto Braia, dove, scavalcato un ponticello, si arrampica arditamente sotto una magnifica selva di castagni e arriva a Bratto dall’ingresso principale. Una terza mulattiera assai frequentata da quelli che portano a Pontremoli i prodotti del luogo (patate, castagne, carbone) è quella che attraversa Braia, Grondola, Traverse. Attualmente la strada è camionabile fin l’oltre l’abitato di Grondola (circa due chilometri), ma poi è giocoforza percorrere la vecchia mulattiera, assai increscioso per i frequenti canali e le molte pietra diroccate dai pendii. Bratto giace in una specie di pianoro, alle falde occidentali del Molinatico, che lo protegge dalla furia della tramontana. Ha quasi l’altitudine di Montelungo, cioè m. 844, e circa 700 abitanti, se fossero tutti presenti. Ora che stride il solleone è delizioso trovarsi lassù dove l’aria è purissima e viva, il cielo turchino e l’acqua fresca e cristallina.
La storia di Bratto si connette, senza dubbio, con quella di Pontremoli e del Castello di Grondola, sentinella avanzata della valle del Verde. La leggenda vuole che i primi abitatori del luogo fossero stati i saraceni: esiste tuttora la “tecchia” dei saraceni; e fino a pochi anni orsono qualche vecchio era pronto a mostrare i ruderi di qualche casa appartenuta a quei pirati. Perfino la località dove oggi è il camposanto, conserva resto di una chiesa molto antica. Le capanne primitive furono ben presto sostituite da solide case di arenaria, di cui la zona è assai ricca, mentre manca, del tutto, la pietra calcare.
Sarebbe bello descrivere quel piccolo mondo antico, di cui, oggi, rimangono poche vestigia, e anche queste, in parte, deturpate. Durante la bella stagione tutta l’attività era rivolta ai magri campi e al taglio dei faggi, dai quali, come ora, estraevano un carbone giudicato dai competenti ottimo sotto ogni rapporto. Il mese di luglio era tutto occupato a falciar il fieno, che danno abbondante le verdi propaggini del Molinatico. Fatica improba, specie per il trasporto lungo i sentieri sassosi e precipiti e per la intricata boscaglia. L’inverno, lassù, è piuttosto rigido e lungo, ma la legna non manca, e fino a pochi anni fa il fuoco era acceso in ampi focolari tutti con il loro gradile. Attorno alla fiamma alla sera, le donne filavano e gli uomini raccontavano avventure di caccia o leggevano i “Reali di Francia”, o “Bertoldino”, mentre i bambini sgranavano tanto d’occhi e, poi, sognavano spari e orridi ceffi.
Era nota in tutto il pontremolese la lavorazione del legno di faggio, col quale, i Brattesi, foggiavano solidi canapè, mestoli e cucchiai e bozzoli per candele. Le famiglie più note in quest’arte erano Necchi, Corsini, Schia, Beschizza. Questa singolare lavorazione è, ora, per ovvie ragioni, scomparsa, ed è male, perché, oltre essere una fonte di guadagno, era un motivo per cui Bratto correva su la bocca di tutti.
E venne il periodo dell’emigrazione, che ebbe un crescendo stupefacente. le prime ondate si diressero verso la maremma toscana, la Sardegna, la Corsica. Ma gli affari erano molto meschini: possedere duecento lire voleva dire essere un milordo o un nababbo.
L’epoca della cuccagna iniziò circa sessanta anni fa quando i fratelli Cocchi, con alcuni bardigiani, valicarono, a piedi, il San Bernardo, e, dopo varie peripezie, giunsero nella metropoli inglese. L’essere italiani e poveri era un non buona raccomandazione, per cui quasi quotidiane le lotte con i vagabondi londinesi, truci gli sguardi dei signori, acuti gli stimoli della fame e fosco l’orizzonte del domani. Pur, con tenace e intelligenza, i Brattesi, divenuti ormai legione, si aprirono un varco nello stesso cuore di Londra, dominio assoluto degli ebrei. E la dea fortuna non li abbandonò più: in pochi anni accumularono ingenti somme, di cui ne risentì anche il paese nativo. Questo si trasformò rapidamente negli usi e nei costumi, nella costruzione delle case, nel modo di pensare e di parlare. Le donne smisero i loro abiti caratteristici, che consistevano in lunghe vesti, busto rigido e fiorettato, in testa un tovagliolo bianco e pieghettato, intorno al collo una specie di gorgera. Gli uomini lasciarono i calzoni corti di mezzalana, i berretti di pelle e giacche alla cacciatora. Anche le case perdettero la nota di colore locale: si eliminarono i seccatoi e le lastre di pietra sul tetto. Quasi all’ingresso del paese c’è una casa, che conserva tuttora, le linee di un tempo. Serviva, in origine, come sagrestia: ora è dei fratelli Cocchi. Bello è il balcone di arenaria con le eleganti colonnine, e assai pregevole è il bassorilievo di marmo con impressa la Madonna, che sta come a guardia del borgo, così suggestivo per le sue vie irregolari e lastricate.
Centro le paese è la chiesa, solenne monumento di tenacia e di fede. Il progetto è dell’Architetto parmese Lamberto Cusani: stile romano-lombardo: è una mole imponente che sfiderà i secoli. Le fondamenta furono gettate nel 1919 per iniziativa del parroco don Dante Viola, attuale arciprete di Soliera Apuana. Vi prese parte tutto il popolo con un entusiasmo degno d’ogni encomio e con la cooperazione dei Brattesi di Londra, i quali, a varie riprese, inviarono ingenti somme di denaro. Il nuovo tempi venne inaugurato nel settembre 1925 da Mons. Angelo Fiorini, presenti tutte le autorità di Pontremoli ed il Generale Ricci Armani ed altre distinte personalità.
Anno per anno, la Casa di Dio, venne arricchita di splendidi doni, quali non possono vantare tante altre chiese. la decorazione è opera di Francesco Talenti, che seppe ritrarre, con grazia, capolavori dell’arte italiana.
E’ da deplorare, però, che l’interno della chiesa non conservi le pure linee ideate dal Cusani. Fu capriccio o prevalsero esigenze locali?
Titolare della parrocchia è San Giorgio martire, che si celebra ogni anno il 23 aprile, con gran solennità. E pare che il Santo guerriero abbia sempre difeso e aiutato i suoi devoti giacché la sterlina porta, nel retro, la sua effigie. Altra festa solenne per i Brattesi è Maria Ausiliatrice (seconda domenica di luglio). Per tale fausta occasione molti erano i Brattesi che venivano da Londra, per salute, e più, per la viva devozione che avevano alla loro Madonna.
L’amore verso Dio e la Patria è sempre stato radicato nel cuore di questi emigrati, e in ogni circostanza ne han dato prove luminose. Il caro paese montano era così impresso nella loro mente, che per nessun motivo avrebbero rinunciato di rivederlo. Lassù, nel colle aprico, all’ombra dei due vigili cipressi e al sussurro dei venti a loro ben noti anelavano dormire l’ultimo sonno.
Bratto, ora, è avvolto nel lutto più cupo, i suoi migliori uomini sono internati nell’isola di Man, e molte donne e bambini si trovano a Londra, sotto la minaccia quotidiana dei bombardamenti aerei. Solo la pace ridonerà il sorriso a quel popolo, e farà crepitare la fiamma del focolare, tanto più viva e splendente perché illuminata dalla vittoria.
Don Luigi Fugaccia, Bratto e Braia, Biblioteca della Giovane Montagna n. 170, Parma, Editrice la Giovane Montagna, 1942/XX