CANTI, SUONI E RUMORI DEI GIORNI DELLA FESTA E DEL LAVORO


Ai giorni nostri la gente ride, spettatori impudenti a tanto mistero, che ci riporta indietro, dove abbiamo perduto nozioni di eredità: cromosomi mischiati, geni dispersi. Ma proprio questo, sembra essere il nostro attuale castigo; non ritrovare le radici, cresciuti smunti senza concime di altra fantasia, superiore alla nostra quotidiana , disfatta dai tempi, e dai programmi della televisione. Oggi siamo tutt’uni, senza prosapia, gente che si sbatte il rastrello sul naso, calpestandone i denti, ricordarne il nome solo allora. Siamo gente in affitto, quartieri di case affittate per russare alla notte una stanchezza subita, immeritata. Greggi al riparo, e basta” ( Loris Jacopo Bonomi, “Maggio della passione di Nostro Signore G.C.”)

Suonatori, ambulanti e antichi modi di cantare

Sona la piva, bata i carcàgni, l’è pu’ l’impresa che i guadagni!”

Questo singolare modo di dire dell’alta val di Magra, che in parole povere sta ad indicare il tanto darsi da fare e il tanto poco guadagnare , è forse il ricordo della faticosa strada percorsa in Inghilterra e nelle Americhe da non pochi lunigianesi partiti nella seconda metà dell’ottocento con un organetto di produzione locale, a far spettacolo agli angoli delle strade e nei ristoranti.

I suonatori ambulanti, come gli scalpellini delle valli di Comano, i copritetto di Tresana, i gelatai e ristoratori pontremolesi, i merciai con la cassetta a tracolla, i librai ambulanti di Parma e di Montereggio, hanno scritto una pagina interessante di quell’emigrazione lunigianese, così ben analizzata in recenti lavori di Caterina Repetti , Lia Giambutti, Paolo Barbaro, Fabio Baroni (1).

Il patrimonio della tradizione popolare che i nostri suonatori ambulanti portavano nelle terre d’oltre mare non era certo quello delle canzoni, delle veglie e delle feste locali ma – più semplicemente – il suono meccanico di organetti a manovella, con l’esibizione di qualche cenno di danza e di una gabbietta con gazze parlanti, pappagallini o canarini; quasi un piccolo circo improvvisato per dare dignità a quello che altro non era, se non un mendicare un po’ di pane , anche se talvolta i nostri conterranei in questo modo fecero fortuna e diventarono ristoratori o tornarono con quel tanto che bastò per comprare case e terreni.

A metà ottocento fu un artigiano di Bratto (Francesco Cocchi, detto Dudera). ad inventare e poi produrre decine di “organini” in legno, da portare a tracolla o da trascinare su una sorta di carriola e destinati al mercato tutto locale di chi voleva affrontare l’avventura di emigrante verso l’Inghilterra, le Americhe, l’Austria.

L’organino, così come lo descrive il maestro Armando Chiodi, appassionato collezionista di memorie pontremolesi, era un rudimentale strumento che produceva rumori musicali ( un semplice ròn-ròn – rìn-rìn) con un meccanismo che faceva vibrare lamelle di canna e di metallo.

I miei bisnonni di Guinadi, Giuseppe Boggi e Margherita Terroni, furono tra gli acquirenti dell’organino: a metà ottocento vendettero case e terreni per pagarsi lo strumento e il biglietto per New York. Tornarono dopo 25 anni con il denaro sufficiente per acquistare tre poderi.

Di questi singolari strumenti, firmati dall’artigiano di Bratto, alcuni esemplari sarebbero conservati in Austria, come si intuisce dalla lettura dell’articolo di un giornale austriaco fatto recapitare qualche tempo fa al bibliotecario di Pontremoli, Mauro Bertocchi, per cercare notizie dell’artigiano Francesco Cocchi. Ho voluto ricordare la singolare attività, ormai dimenticata, da parte dei nostri emigranti per azzardare un qualche legame con un aspetto delle tradizioni popolari lunigianesi che oggi ha il suo epigono in un personaggio di cronaca: Luigi Fabbri da Panicale, più noto come Bugelli, Giullare della Lunigiana.

In questa collana del Centro Aullese che saggiamente è dedicata alla cronaca, oltre che alla storia di Val di Magra, possono trovare spazio alcune riflessioni, proprio di cronaca, sull’attività di questo singolare cantastorie lunigianese che dagli anni ’70 presenta sue composizioni musicali in occasione di sagre e trasmissioni radiotelevisive locali, pur avendo al suo attivo anche la pubblicazione di musicassette. Tornerò più avanti , a fare alcune considerazioni su quello che per me è il significato più importante dell’attività di Bugelli e sui legami che la sua produzione mantiene con il patrimonio delle nostre canzoni e filastrocche popolari; ritengo ora di qualche utilità premettere alcune divagazioni sul tema della canzone popolare lunigianese e più in generale del fare festa con suoni, canti, rumori.

Si è molto scritto e molto discusso sulla definizione di poesia popolare , di canzone popolare, connotando l’aggettivo popolare di significati diversi. A distanza di anni ritengo ancora condivisibile quanto affermava Gramsci quando ci invitava a cercare di comprendere non tanto se un testo sia stato scritto dal popolo o per il popolo, quanto perché lo stesso si sia affermato fino a diventare patrimonio comune.

I “Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese”, editi dall’Associazione Manfredo Giuliani nel 1974 restano la raccolta più ampia dedicata alla canzone ed alla poesia “popolare” e religiosa della nostra terra. Il volume ci presenta, tuttavia, testi in via di estinzione, legati com’erano alla vita dei campi e della montagna, ad una cultura locale che aveva spesso fatto propri testi diffusi da predicatori, da emigrati di ritorno dalla Padania o dalla Corsica, da soldati reduci dalla Prima Guerra Mondiale, sa suonatori ambulanti che frequentavano le nostre fiere paesane e vendevano, stampati su foglietti colorati, i testi delle canzoni (2).

Nulla, o quasi, sembrerebbe essere entrato a far parte della tradizione popolare lunigianese in questo dopoguerra, ad eccezione di Bella Ciao, canto partigiano o, su un altro fronte, di Romagna mia, legata al mito romagnolo dei Casadei ed alla diffusa passione per il ballo liscio, che coinvolge larghi strati della popolazione e ha accompagnato senza soluzione di continuità il far festa delle generazioni dell’anteguerra.

E’ significativo, in questo contesto, il ruolo svolto – in Alta Val di Magra – da un locale “storico”: la Balera di Girolamo Balestracci (più noto come Girò o Marx), sorta nell’immediato dopoguerra nella selva di Filetto, quasi a continuare quella singolare tradizione che vedeva il castagneto teatro della grande fiera estiva di San Genesio, dove – come ci ricorda il Campolonghi – si aggiravano sensali a combinar matrimoni tra i giovani della vallata.

Ma chi ha vissuto gli anni ’60 e i riti del pranzo di nozze che si trascinava fino a tarda sera non può non ricordare come le canzoni del primo festival di Sanremo, diffuse dalla radio, fossero anch’esse entrate in qualche modo a far parte della tradizione locale. Un esempio per tutti: Vola Colomba, che con il suo richiamo all’amore lontano ben si calava nella nostra terra di emigranti, così come poi accadrà con la nostalgia del casolare di Romagna Mia. è forse, La Lunigiana, quella terra dove uno speziale del XV secolo poteva raccontare le sue peregrinazioni di città in città e tramandarci, da emigrante, la sua “malinconia di star lontano dal payese”? (3).

Ho parlato prima di un modo di “fare festa” con canzoni, suoni, rumori. Mutati i tempi e scomparsi i riti delle veglie domestiche senza televisione, furono destinate all’oblio quelle canzoni popolari che le animavano, assieme alle favole ed ai racconti di paura.

Scomparso dalle veglie casalinghe, ma anche dal lavoro nei campi il cantare oggi non sembra più appartenere alle nostre tradizioni, se non nei canti di questua del maggio di Montereggio o in quello epico delle valli del Lucido (anche se Bonomi dice, più correttamente, che il maggio non si canta, si declama), o nella serenata che d’agosto i giovani di Bigliolo cantano alle ragazze da marito. Lina Lombardi di Bondola, così racconta la tradizione della serenata di San Donato: “Il 7 agosto, vigilia della festa, di notte si presentavano alla porta di ogni ragazza libera da impegni sentimentali i giovani del paese e quello che aveva più simpatia per lei, le cantava una serenata. Una settimana dopo la giovane manifestava il suo gradimento e ricambiava la simpatia donando al giovane, la sera del 14 agosto, vigilia di Santa Maria, una torta dolce da lei confezionata”. Ma non era finita lì: il giovane mangiava mezza torta con i suoi congiunti e ne riportava metà a casa della ragazza, per cementare qualcosa di più di un’amicizia. Era, questo, quasi un implicito cenno di gradimento anche da parte delle rispettive famiglie, e – quindi – apriva l’ipotesi di un possibile fidanzamento. Una tradizione, questa di Bigliolo, che ancora vive, seppure abbia perso i caratteri di schermaglia amorosa, abbastanza comune nella nostra terra, per fare dichiarazioni semiserie che non di rado sfociavano in un matrimonio.

Qualcosa di simile avveniva in altre località della Lunigiana il primo maggio, quando alla porta della ragazza più bella del paese si metteva un pupazzo di paglia e le si cantavano strofe augurali. Per tutto l’anno la prescelta era la corteggiatissima “fidanzata di maggio”.

Sono affidate quasi esclusivamente alla memoria dei più vecchi le canzoni di un repertorio molto antico, che tuttavia non comunicano più con le nuove generazioni: si pensi a tutta una serie di canti “edificanti” che sottendevano un insegnamento morale o religioso. Certamente non di soli canti moralistici si componeva la nostra tradizione popolare: abbondavano i sottintesi a sfondo sessuale, il bonario prendersi gioco dei preti o dei potenti. Di tutto questo nulla, o quasi, resta. In questo contesto il Giullare della Lunigiana rappresenta l’ultimo anello di una tradizione del cantare “per circostanza”, in occasione di una fiera, come di un matrimonio.

Alcune composizioni di Bugelli affondano a piene mani nella tradizione locale più antica, le fonti sono spesso proprio quei “Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese” editi nel 1974 dalla Manfredo Giuliani. Ecco quindi che il ritornello di una favola diventa con Bugelli strofa di canzone: ” Srì, arì an mèz al piàn – al malad i porta el sàn (4)” oppure lo diventa un modo di dire “càv la pegra d’ent i còi“. Talvolta sono episodi di storia locale ad entrare nella canzone, come la vicenda dei Nardi di Licciana, fucilati con i fratelli Bandiera. Richiami di storia lontana: Statue stele ritrovate, e sui sentieri in santa pace….sognarono tesori nascosti e la terra di Villa e di Corte“. Non mancano i richiami polemici con l’autorità costituita, sia esso il parlamento o il prete. Bugelli conserva e tramanda frammenti di canzoni e storie lontane e la sua presenza alle fiere, come agli spettacoli delle televisioni locali ha successo anche per questo: nell’immaginario locale viene percepito come l’epigono di un cantastorie giramondo, un personaggio a suo modo fiabesco che fa leva su due fasce di popolazione ben individuate: gli anziani e i bambini. Su questo dato occorrerebbe riflettere con una preparazione sociologica che non ho e non mi consente, quindi, di azzardare ipotesi. Certamente, in quest’epoca televisiva, a Bugelli va dato il merito di riproporre all’infanzia quello spaccato di veglia fatta di fantasiosi racconti che non ci appartiene quasi più e che, tuttavia, i più piccoli sembrano ancora gradire. Se Bugelli ci tramanda frammenti del “cantare lunigianese” e impersona in qualche modo la tradizione dei suonatori ambulanti, sono i suoni tradizionali ad essere del tutto scomparsi, assieme ai rumori dei riti e del lavoro.

Suoni di antichi strumenti

Il più antico strumento delle nostre valli è certamente la buccina o tromba marina, una grande conchiglia usata per richiamare i fedeli in chiesa, a campane legate, tra il giovedì ed il sabato santo; per indirizzare facezie ed auguri agli sposi; per richiamare i clienti del mugnaio; per suonare la tamburata o scampanata ai vedovi che passavano a seconde nozze. Di questo strumento trovato anche in giacimenti preistorici si conservano esemplari al Museo Civico della Spezia (Collezione Podenzana) e al Museo Etnografico della Lunigiana di Villafranca. Interessante sotto lineare la tradizione di Bratto (Pontremoli), dive la buccina, portata al paese dagli emigrati in Corsica, veniva utilizzata come megafono per distorcere la voce e dire facezie alle giovani copie di sposi. A Filattiera la buccina, con pentole vecchie, coperchi e campanacci era usata per fare rumore sotto le finestre dei vedovi che si riposavano; per fare tacere il fracasso gli sposi dovevano pagare un tributo in vino. Cito dal Podenzana: “Anticamente questo strumento era usato in quasi tutta la Lunigiana…..ma oggi è quasi totalmente scomparso”. Ad usarlo, fino agli anni ’60, fu un celebre mugnaio di Villafranca: Pompilio Ballestracci, che preannunciava ai contadini il suo arrivo, per permettere loro di tirar fuori i sacchi di grano (5).

Altri strumenti musicali appartengono al mondo dell’infanzia: la tromba di corteccia di castagno e i fischietti di rami di salice. A primavera, quando la linfa rendeva più malleabili i rami si scorticava un rametto robusto di castagno, incidendo a serpentina la corteccia, che poi veniva arrotolata a forma di cono, sino a formare una tromba. I rametti di salice, lunghi circa 40 centimetri, venivano torti lentamente sino a sfilare il legno, lasciando integra la corteccia. Poi un pezzetto dello stesso legno veniva messo ad una estremità come tappo ed un altro pezzetto, tagliato longitudinalmente a metà, veniva posta all’altra estremità, in corrispondenza di una piccola incisione sulla corteccia: nasceva così uno strumento musicale che durava lo spazio di una giornata ed era uno dei giochi più in voga tra i ragazzi che pascolavano le mucche e le pecore.

Strumento musicale poteva considerarsi anche la conocchia delle nostre montagne (ròca dal sonàl) che talvolta nascondeva sassolini, ceci o piselli secchi, che si agitavano per propiziare fortuna o divertire i neonati.

I suoni che si udivano nella campagne erano quelli rari dei fiati, delle fisarmoniche, del violino in occasione dei matrimoni quando, sino al primissimo dopoguerra, il corteo degli sposi era quasi sempre accompagnato dai musicanti: musiche per un viaggio festoso compiuto a piedi dalla casa degli sposi alla chiesa, musiche oggi sostituite, con lo stesso significato di manifestazione di gioia, dal clacson dell’auto. Augusto C. Ambrosi ci ricorda gli strumenti musicali delle feste popolari; nella zona di Pontremoli il canto del Maggio era accompagnato dal suono della piva; a Massa già dal XVIII secolo era accompagnato da un colascione (specie di liuto) e da una chitarra; a Montignoso le befane fanno il giro dei paesi con un grande frastuono di campanacci (6).

Altre volte il suono insolito della campagna era quello delle pive, o ciocle, o zampogne che arrivavano dalla Cisa o dalla Garfagnana e il cui suono era poco simpatico alla gente dei campi perché si credeva preannunciasse pioggia.

Altri suoni avevano il potere di allontanare temporali e grandini: erano quelli delle campane, suonate a festa all’avvicinarsi del temporale estivo. Una tradizione questa vivissima a Castevoli, dove si conserva una campana del XV secolo fusa, si dice, con ori e argenti delle donne del paese. All’avvicinarsi del temporale gli abitanti la suonavano e poi, la vigilia di San Giovanni, scendevano a valle a chiedere ai contadini un po’ di grano; raggiungevano ogni casa rurale dove si avvertiva il suono della campana ed ogni contadino dava il suo obolo, per ringraziare gli uomini di Castevoli d’aver allontanato i temporali col suono della loro campana. Curiosa tradizione, assai radicata in tutto il Ducato di Parma, tanto che Maria Luigia emanò un decreto che proibiva il suonar le campane all’arrivo dei temporali, sostenendo che il suono dei bronzi sacri avesse il potere opposto di attirare i fulmini.

Rumori per propiziare i raccolti e accompagnare il lavoro

I rumori rituali appartenevano al mondo del lavoro o della religiosità: più volte, nei secoli, i vescovi della diocesi di Luni nei loro sinodi ostinatamente ripeterono la proibizione di far rumori assordanti nelle chiese, durante la settimana santa. Inutile pena dei vescovi di Luni, perché il caratteristico rumore dei crepitacoli e il percuotere assordante di legni sui banchi delle chiese (per “battere Pilato” traditore di Cristo, come si diceva nelle nostre campagne) si sono uditi sino agli anni ’50 di questo secolo, per richiamare i fedeli in chiesa in tempo di campane mute, come cercava di giustificare la Chiesa. Ma sappiamo bene che in questi assordanti rumori della settimana santa sopravviveva il ricordo di culti più antichi, ripetuti ad ogni primavera per cacciare l’inverno e gli spiriti avversi, ed era proprio questa la continuità con il mondo pagano a preoccupare gli antichi vescovi di Luni (7).

Rumori cadenzati, quasi musicali, accompagnavano la battitura del grano con le cerce (correggiati) o quella delle castagne con le mazzaranghe: il saltare sul grano e sulle castagne, per ultimare la sbucciatura, assumeva quasi i caratteri di una danza.. Cito da Iginio Ricci:

gli uomini divisi in due squadre, e muniti ciascuno della propria mazzaranga, battono a turno, con ritmo cadenzato (…) ora il ritmo si fa più lento, l’accordo sembra perdersi in tonfi scomposti, in movimenti disordinati (…) Tutta La schiera dei contadini, deposta le mazzaranghe inizia ora il girotondo attorno all’alto mucchio per pulire ancora con le scarpe irte di chiodi, quelle castagne che fossero sfuggite all’incessante lavorio delle mazzaranghe. Il girotondo è fonte di brio, di grida festose, di parole galanti e talora salaci fra uomini e donne ..(8).”

E, ancora, rumori quasi rituali quando l’ape regina in fuga si trascinava via l’alveare: allora era tutto un rincorrere lo sciame con assordanti colpi di coperchi di pentole, martelli battuti sulle vanghe, e , in tempi recenti, bombole di gas vuote percosse con una pietra. Si credeva che lo sciame, frastornato dal rumore, si fermasse sul primo ramo d’albero disponibile e in verità finiva sempre così, dipendesse o meno dal rumore. Di certo c’era solo che il proprietario dello sciame in fuga avvertiva in questo modo i vicini che le api vagabonde erano di sua proprietà, e così nessuno se ne sarebbe impossessato.

Questi rumori, suoni e canti di Lunigiana erano legati indissolubilmente ritmi di vita e di lavoro destinati a scomparire con la fine della seconda guerra mondiale e di cui Giulivo Ricci ci offre una suggestiva testimonianza:

L’orologio del campanile scandiva per tutti le ore e, in sua vece e contemporaneamente, il suono delle campane la sera annunziava con l’Ave Maria il venir meno della lunga e dura giornata di lavoro nei campi (….) e durante la settimana santa, sino alla sera del venerdì, quando sarebbe sfilata la processione di Gesù Morto (…) sostituivano le campane le raganelle rustiche , per la gioia ineffabile dei ragazzi che effettuavano il servizio per tutti i casolari del paese; ma nel giorno delle ricorrenze più sentite, ecco il crepitare sapiente dei mortaretti (…). Altri momenti corali, in certi paesi, erano quelli dell’esecuzione di determinate operazioni legate all’attività agricola (…..) e così, la sera, e per tante sere, ci si riuniva a “sgranare” il granoturco, uomini, ragazzi e donne, accomunati dal canto di canzoni non prive di riferimenti audaci, ammessi solo in queste e poche altre occasioni (9).”

Canzoni popolari, rumori e suoni; la Lunigiana tuttavia è stata anche altro. I teatri di Pontremoli e Fivizzano, conobbero nel settecento e nell’ottocento le raffinatezze della musica classica e dell’opera, ma questa è storia che quasi non ha sfiorato la campagna, anche se appartiene alla cultura della Lunigiana, dove, con riti e tradizioni rurali, convissero sempre le novità, la grande e raffinata cultura delle città di Pontremoli e Fivizzano, delle corti dei Malaspina e dei Capitani di Firenze.

C’erano, poi, a Pontremoli, Fivizzano, Albiano, Caprigliola, Pallerone, bande musicali che hanno una storia antica, talvolta legata ai primi movimenti operai e alle Società di Mutuo Soccorso di fine Ottocento. Bande che hanno accompagnato e accompagnano le feste civili e quelle del santo patrono.

C’erano nelle nostre chiese organi pregiati per le cerimonie religiose: preziosi quelli di Caprigliola, Bagnone, Pontremoli.

Tuttavia a colpire la fantasia della gente dei campi sono stati l’abilità oratoria di un predicatore, le storie di paura, i canti portati dai reduci della grande guerra, i racconti dei cantastorie che arrivavano alle fiere o quel fantastico carrozzone che giungeva sulle piazza di Pontremoli:

“Era il carro del ciarlatano (….)chi non ha visto quel carro non ha visto l’ottava meraviglia del mondo…. mentre il ciarlatano curava i denti tra le urla del paziente, da una mezza dozzina di ottoni e legni , nascosto nel ventre del carro prorompevano gli accenti trionfali dell’Aida (10)”.

Le urla non si sentivano, la gente derideva il malcapitato che si dimenava; anche l’estrazione di un dente poteva avere la suggestione di uno spettacolo di piazza. Al termine di questo divagare tra canti, rumori e suoni, torno alla cronaca per ricordare che Bugelli con il suo cantare in versi, alla fine di questo secolo, rappresenta un fenomeno certamente isolato, ma importante perché in esso si scorge un filo non ancora del tutto interrotto con le tradizioni canore e musicali del nostro mondo contadino e l’arte dei suonatori ambulanti di Lunigiana. Non sembri una banalità il riflettere su come la canzone che ripete il verso ” arì arìn mèz al piàn, el malad i port el sàn” consegni agli anni duemila un frammento di cultura orale che ci giunge perlomeno dal secolo che ci ha preceduto e che nessun nonno racconta più ai nipoti. Come dire che le tradizioni forse non muoiono mai del tutto.

Più semplicemente esse si trasformano, si camuffano all’interno di nuovi riti. Pensate al clacson delle auto suonati nei cortei di nozze: hanno presoil posto di clarini, fisarmonica, trombe e tamburi, ma tramandano un identico bisogno di far festa, clamore, attorno alla coppia che va a sposarsi.

Riccardo Boggi – Canti, suoni e rumori dei giorni della festa e del lavoro, in Cronaca di Val di Magra – Centro Aullese di Ricerche e di studi Lunigianesi

(1) Cfr. Caterina Rapetti, Archivi Familiari, Parma, 1986. Lia Giambuti, Paolo Barbaro, Fabio Baroni (testo di), Per terre assai lontane, Sarzana, 1988

(2) Patrizia M. Bellucci ( A cura di), Componimenti di letteratura tradizionale lunigianese, Pisa, 1974

(3) De Faie Giovanni Antonio, Cronaca, Villafranca L, 1971

(4) Strofa derivata dalla favola ” il lupo e la volpe” dove si narra dei due animali, complici di un furto di cagliata. Lupo e volpe mangiano a crepapelle, la volpe quel di troppo che le impedirà di fuggire con agilità all’arrivo del padrone. A vincere sulla forza brutta del lupo sarà l’astuzia della volpe: si cospargerà la testa di cagliata e farà credere al lupo di essere stata bastonata dal pastore, chiedendo di soccorrerla e portarla via a cavalluccio. Il lupo è forte e fugge, ma non si accorge che la volpe si prende gioco di lui cantando “arì arì per il piano il malato porta il sano”, dove “arì” è il tipico incitamento che il cavaliere rivolge al cavallo. Cfr. Patrizia M. Bellucci, op. cit., pp. 71-73

(5)Cfr. Lia Giambutti, ” Dal grano al pane; un itinerario nel Museo Etnografico della Lunigiana”, in AA. VV. “Antichi mangiari di Lunigiana”, Aulla-Villafranca L., 1996. “Il Mulino e l’uomo. Sistemi e tecniche di molitura” in AA. VV., “La pietra e l’acqua”, Genova , 1998. Giovanni Podenzana, ” Intorno ad un instrumento acustico cavernicolo ancora in uso in Lunigiana”, in “Archivio per la Etnografia e la Psicologia della Lunigiana”, vo. I, fase I (serie II) pp. 1-13

(6) Cfr. Augusto C. Ambrosi, “la cultura popolare”, in “La Provincia di Massa Carrara – ambiente, storia, arte ,economia”, Carrara, 1990

(7) Sull’uso del crepitacolo e sui vari nomi locali dello strumento rimando allo studio, consultato in estratto, di Augusto C. Ambrosi, “Sul crepitacolo” in Lunigiana pubblicato in: Diego Moreno e Lorenzo Coveri (a cura di), Studi di Etnologia e Dialettologia Ligure in onore di H. Plo…., Genova. (s.l.d.), alle pp. 249/263

(8) Cfr. Iginio Ricci, ” La notte delle mazzaranghe”, in “Voci di Val di Magra”, Pontremoli, 1969, alle pp. 66/70

(9) Cfr. Giulivo Ricci, “Aulla e il suo territorio attraverso i secoli”, vol. V, Ed. Centro Aullese di Ricerche e di Studi Lunigianesi, 1994, pp. 303/305

(10) luigi Campolonghi, “Pontremoli, una cittadina italiana tra l’80 ed il 900”, Venezia, 1988, pp. 40-41