CON ARTE E CON INGANNO: L’EMIGRAZIONE GIROVAGA

Una bella descrizione degli “organetti” e dei suonatori di strada ce la offre Marco Porcella nel libro “Con arte e con inganno. L’emigrazione girovaga nell’appennino ligure-emiliano” (Genova 1998).

“Gli ‘organi portanti’ compaiono tra i girovaghi parmigiani negli anni venti dell’Ottocento: il primo che ho rintracciato è  Domenico Moglia di Casanova (Bardi, 1825) – spiega – Il sistema di riprodurre frasi musicali mediante meccanismi (manovelle, viti senza fine, arpioni, leve, rulli chiodati) risale quantomeno al secolo precedente ma solo nel primo Ottocento viene realizzato a costi accessibili uno strumento efficiente, robusto, leggero e poco ingombrante”.

Quello che viene definito comunemente “organetto di Barberia” ha un costo elevato: per acquistare il più leggero servono circa  centocinquanta lire. Ma “esso non è un comune strumento musicale, né colui che gira la manovella meriterebbe il nome di suonatore”, perché tutti possono suonarlo visto che non sono necessari né studio né tirocinio e nemmeno essere portati per la musica. L’unica abilità richiesta è quella di girare la manovella “con moto uniforme, senza rallentamenti, accelerazioni o pause e le melodie   inchiodate’ sul rullo escono fuori saltellanti e sincopate ma intellegibili”. Marco Porcella spiega che “i motivi sono pochi e sempre gli stessi (ballabili, arie d’opera, il successo del momento, l’inno nazionale)” così, ben presto anziché  allietare vengono a noia “e le ultime monete che piovono dalle finestre rappresentano spesso un invito a cambiare strada”.

“Del resto – aggiunge – quella di importunare i passanti per  sollecitare l’elemosina è una tradizione dei mendicanti”.

I suonatori ambulanti preferiscono le grandi città che percorrono ogni giorno in lungo e in largo, “consumando almeno due paia di robuste scarpe all’anno, nonché i meccanismi dello strumento che sono in massima parte di legno e debbono essere revisionati periodicamente”.

Quei suonatori hanno comunque anche un pubblico che li apprezza. “Presso i ceti urbani poveri che non usano frequentare i teatri – si legge nel libro di Porcella – la musica di strada ha molto successo e per trenta quarant’anni gli ‘organisti’ guadagnano abbastanza bene”.

Ma quanto bene? La risposta di Marco Porcella è, per certi versi, sorprendente, ma ben giustifica la proliferazione di organetti e suonatori: “A Londra – scrive – erano arrivati a incassare una sterlina al giorno, somma elevatissima a metà Ottocento (pari a dieci giornate di un artigiano e a venti di un bracciante agricolo) e che resta notevole anche decurtandola delle soste dovute al maltempo, delle spese di vitto e alloggio e del costo di manutenzione dello strumento”.

Tra i tanti che vogliono dedicarsi al “mestiere” di suonatore ambulante non sono molti coloro che possono permettersi di acquistare un organetto. Ma neppure questo è un problema: chi non possiede le centocinquanta lire necessarie “trova facilmente compatrioti disposti a venderlo a rate o a noleggiarlo a condizioni più o meno vantaggiose” e la scelta è ampia: “fino ad un certo peso si portano a tracolla, munendoli però di una gamba mobile, da appoggiare a terra durante la sonata. I più pesanti sono montati su ruote e trainati dal suonatore stesso, dal suo servo o da un asinello”.

Paolo Bissoli, Il Corriere Apuano, 31.8.2024

La fotografia di introduzione alla pagina è tratta dal Corriere Apuano del 31.8.2024, tratta a sua volta dalla mostra ” Musica di strada – italiani a Prenzlaeur Berg”