Gli scritti locali ci ricordano come fin dal Cinquecento si verificarono eventi siccitosi importanti. Nel 1539, la siccità colpì al punto da far prosciugare i fiumi locali, “specie la Parma e il Taro” e a Pontremoli la pioggia tornò solo il 26 settembre. Ma se al clima secco si congiunge il caldo, e maggiore di un tempo, la situazione si fa più complicata sia per l’uomo che per le piante

Gli effetti di un clima secco eravamo abituati a vederli in tv o al cinema o a leggerli in un libro; le ambientazioni in località distanti e talora esotiche contribuivano a far considerare eventi del genere assai improbabili se non impossibili nel nostro clima, ma periodi di siccità sono sempre occorsi anche nei climi temperati, senza che tuttavia ciò comportasse, criticità contingenti a parte, preoccupazione per il futuro. Se al clima secco si congiunge pure il caldo, e maggiore di un tempo, la situazione è più complicata sia per l’uomo che per le piante.
Le siccità invernali, quando la vegetazione è a riposo, sono di minore impatto immediato, anche se le loro conseguenze le hanno eccome poiché la scarsità o l’assenza di piogge e nevicate si farà sentire nelle portate dei corsi d’acqua durante la primavera e l’estate. Qui si passeranno in rassegna le siccità estive, e in parte primaverili ed autunnali, senza soffermarsi sugli eventi invernali.
Le cronache del passato riportano ovunque la descrizione di periodi più o meno lunghi interessati dalla siccità. Nei Paesi del Mediterraneo, man mano che si scende di latitudine, si tratta di eventi con maggiore ricorrenza, ma pure nella regione alpina o a nord delle Alpi il fenomeno è conosciuto da sempre, benché con tempi di ritorno diversi da quelli della Penisola Iberica, del Midi francese, del Sud Italia o della Grecia.
Alcuni di questi eventi si risentirono in contemporanea in più nazioni, a riprova della grande estensione di aree anticicloniche che riuscirono a bloccare per mesi le perturbazioni atmosferiche in grado di recare precipitazioni. Rimontando di quasi mezzo millennio, ci si imbatte nella severa siccità che afflisse parte dell’Europa nel biennio 1539-40.
Focalizzando l’attenzione sulla Lunigiana e le regioni ad essa più vicine, le cronache sono concordi nel presentare un quadro estremo. Tanto Giovanni Sforza nelle sue Memorie e documenti quanto p. Antonio Cesena nella sua Relazione offrono una visione dettagliata dell’andamento meteo di quelle due annate, distintesi per l’estrema aridità. Nel 1539, la siccità colpì duramente Lombardia, Toscana e Liguria, al punto da far prosciugare i fiumi locali, “specie la Parma e il Taro”, al punto che i parmigiani andavano a macinare con difficoltà ai mulini di Fornovo. I pozzi della città di Parma si inaridirono e con i buoi si doveva andare a prendere acqua fino al Po.
Uno staio di frumento fu venduto a 15 fiorini sia a Pontremoli che in Toscana. A Pontremoli e nella sua giurisdizione, non piovve fino al 26 settembre, cosicché i mulini non poterono macinare; si sentirono frinire le cicale fino al giorno di S. Luca, il 18 ottobre.
Dal principio di novembre fino al 5 aprile (1540) non piovve né a Pontremoli né in tutto il distretto e le nevicate furono deboli. La pioggia riprese a cadere il 5 aprile con sollievo di tutti. Il prosieguo della stagione, secondo il p. Cesena, dopo un po’ di pioggia a metà aprile, si rimise al secco fino al 30 giugno, quando finalmente giunse la pioggia ristoratrice, che continuò il 1° luglio. Poi, si dovette attendere il 2 e 3 agosto per avere rovesci di una certa consistenza.
Caldo e secco tornarono a dominare fino a tutto settembre, quando lo stesso autore, trovandosi a Borgotaro il 29 di quel mese, vide “vendere l’acqua a due quattrini la secchia”. Le cronache dei due secoli successivi, XVII e XVIII, non consentono valutazioni molto diverse, benché cominciassero a circolare i primi strumenti di misura di temperatura e di precipitazione realizzati a Firenze e poi in Inghilterra, Olanda e Francia.
Restando sempre in ambito locale, Bernardino Campi riporta un evento importante tra l’estate e l’autunno del 1635, quando, dopo una rovinosa grandinata occorsa il 22 luglio con grave danno in giro per la Lunigiana, si instaurò una ostinata siccità per tre mesi, “ed alli 21 d’ottobre si udivano ancora cantare le cicale”.
Durante il Settecento, si incontra un altro caso di due estati molto calde e secche consecutive in Europa, quelle del 1718 e 1719. Le relazioni attestano la precocità dei raccolti, a riprova del generoso soleggiamento e delle temperature elevate.
Va osservato, inoltre, che l’anno asciutto, purch
é senza eccessi, era desiderato e preferito all’anno umido e bagnato, che rovinava i raccolti in un clima già piovoso come quello lunigianese e di tutte le vallate contermini dell’Appennino Ligure e Tosco-Emiliano. Nel 1718, ad esempio, dal Libro dei legati della parrocchia di Treschietto, si percepisce la soddisfazione per la riuscita della maturazione di certi frutti e, allo stesso tempo, il rammarico per i danni prodotti dalla siccità ai cereali minori; lo stesso accadde nel 1719.
Nel 1754, nelle Cronachette redatte da Francesco Maurelli, podestà di Malgrate sotto gli ultimi feudatari, si legge che “durò l’asciutto senza mai piovere fino ad ottobre e si raccolsero poche castagne”.
Nei Liber Cronicus degli archivi parrocchiali, sono molte le note relative alle stagioni siccitose anche per i secoli XIX e XX. Nei primi anni dell’Ottocento, il priore di S. Pietro a Pontremoli, don Francesco Muri, si sofferma sugli effetti della lunga estate del 1807, che assicurò gran calura da metà giugno a tutto agosto, “a riserva di due o tre scosse d’acqua di poca o niuna conseguenza (…) essendo caduti in tale occasione diversi fulminiche hanno cagionato danno non solo al bestiame, ma ancora a diverse persone”. Altre estati in cui la pioggia fu restìa a temperare il caldo si ebbero nel 1828, 1861 e 1865.
Maurizio Ratti, Dalle cronache di un tempo le siccità estive di ieri e di oggi, in Il Corriere Apuano, 8 agosto 2026, p. 7

