DON BRUNO GHELFI*

E’ morto il prete partigiano

La Diocesi Apuana è stata colpita dalla morte repentina del Canonico Don Bruno Ghelfi, il “prete partigiano”, come spesso veniva chiamato specie nei primi anni del dopoguerra. Si, perché Don Bruno ( allora ancora studente di teologia) durante la lotta di liberazione, si era arruolato nelle Brigate partigiane “Beretta”, fino a diventare Commissario politico di Brigata. Un titolo, questo, a cui don Bruno teneva particolarmente, ma che poi è stato soverchiato da altre titolazioni a cui, forse, teneva ancor di più: prima fra tutte a quella di Parroco di Cervara! Che poi è quello che più di tutti ha caratterizzato la sua vita di sacerdote. Perché a Cervara don Bruno (che era nato a Succisa di Pontremoli il 15.3.1921) iniziò da subito il suo servizio “politico” nelle file dei “ribelli”: fine della lotta di liberazione il 25 aprile 1945, ordinato sacerdote il 26 agosto 1945. E subito parroco a Cervara che era, in un certo senso, un po’ la capitale “interna” dei comandi partigiani nel versante pontremolese, ma una parrocchia che nel travagliato periodo del passaggio dalla guerra alla normalità aveva certamente bisogno di un prete ferrato e risoluto come don Bruno, con quel suo carattere apparentemente burbero e deciso, ma altrettanto comprensivo e profondamente buono, per cui Cervara ha imparato a capirlo e ad amarlo come succedeva nel passato a noi nei confronti di certi nostri padri che sembravano “duri” ma che erano teneri e premurosi perché preoccupati del bene dei figli. Quando, qualche anno fa, don Bruno, stanco ormai di tanti anni di faticato servizio di montagna, aveva pensato di ritirarsi a Pontremoli e ne aveva fatto cenno ad alcuni amici, si vide avvicinato da uno dei suoi parrocchiani un po’ riottosi e più oppositori che collaboratori del prete; costui senza mezzi termini lo rimproverò per questa sua ventilata decisione, dichiarandogli chiaramente che Cervara aveva bisogno di lui. Gli bastò perché subito decidesse di rimanere ancora. Ma venne anche il tempo del ritiro a Pontremoli, dove don Bruno attuò per un bel po’ un servizio pastorale che, anche se non sembrava, gli era piuttosto congeniale: cioè quello di scrivere per il Corriere Apuano la rubrica del vangelo domenicale. Lui che per vari anni lo aveva fatto alla locale TV, “Teleradio Punto Nord”, prese subito come impegno questo servizio, che ha portato a termine sino alla vigilia della morte quando aveva preparato i vangeli di queste domeniche estive. Don Bruno era così: non amava apparire, coltivava le sue amicizie nella discrezione con i tanti suoi estimatori che lo avevano caro perché sincero, discreto, fedele. Quando in questi ultimi mesi i superiori gli chiesero di prendere servizio pastorale di Succisa, il paese dove era nato, accettò e con entusiasmo si mise al servizio dei paesani sino a quando il Signore lo ha chiamato. Ora che è presso il Signore che ha servito fedelmente noi rimpiangiamo questo amico dalla personalità sicuramente originale e non facilmente riconducibile a certi schemi di preti tradizionali, ma altrettanto ricca e piena di qualità che lo hanno reso caro e spesso anche prezioso per amici e “nemici” nello spirito di quella Carità universale che è la regola uDica dei cristiani.

Don Pietro Tarantola, il Corriere Apuano, 1.9.2001

Arrivederci, don Bruno…..

Ci mancherà il suo passo pesante da montanaro. Ci mancherà quel suo vocione cavernoso, che non sapeva la raffinatezza della dizione, ma svelava immediato e inconfondibile: c’è don Bruno. Mancherà alle tante centinaia di persone che lunedì 13 agosto sono salite fino a Succisa per salutarlo l’ultima volta, per ricambiarlo di una preghiera. La sua carriera è presto detta: prete per mezzo secolo a Cervara, prete per una manciata di anni a Succisa, all’ombra di Santa Zita cui riservava la confidenza che si usa a una sorella che gironzola per casa, e il cui tempietto si era battuto per restituire alla comunità. C’era nato a Succisa e quando ci era ritornato vecchio prete e canonico ( ma forse nessuno lo ha mai chiamato così se non sul manifesto da morto), i paesani, senza parroco dopo la morte di Don Costante Petriccioli, lo avevano accolto con grande calore come un regalo insperato. Don Bruno, e gli accadeva sempre quando si sentiva oggetto di attenzioni, era andato in confusione: il ringraziamento lo aveva scritto e poi lo aveva letto , ma anche così si era emozionato e non era riuscito ad arrivarci fino in fondo; aveva chiesto aiuto ad un amico per qualche ritocco e lo aveva pubblicato sul Corriere Apuano: che ognuno se lo leggesse per conto suo, senza groppi alla gola, perbacco! La sua capacità di servizio era straordinaria: per oltre quindici anni ha tenuto una rubrica di commento evangelico ogni sabato alla emittente televisiva locale Teleradiopuntonord, puntuale e fedele anche con l’inverno e il gelo, rischiando un fuori strada e il collo ad ogni curva sul suo catorcio di R4, non ci ha mai guadagnato una lira, non ha mai avuto un rimborso spese, ci ha rimesso la benzina: anzi, per evitare condizionamenti aveva acquistato un pacchettino di azioni che si era sempre rifiutato di cedere, che gli aveva creato qualche noi, ma utili nessuno. Ci piace ricordarlo perché anche tra i suoi confratelli c’era chi non credeva a quel suo gratuito servizio al Vangelo: gratis avete ricevuto, gratis date. E’ vero piuttosto che don Bruno si è fatto profondamente benvolere là dove ben pochi preti sarebbero stati tollerati o avrebbero resistito. Era consapevole dei propri limiti, che tuttavia non gli hanno mai impedito di impegnarsi proprio là dove una orgogliosa presunzione si sé è stata di ostacolo a tanti che hanno preferito stare alla finestra e giudicare defilati e sterili. Era un generoso ed ha sempre dato molto di più di quanto abbia ricevuto, senza calcoli, senza grettezze. Per piccole cose sapeva ricambiare con gesti concreti di grande riconoscenza.

Giovane seminarista era stato capace di scegliere la lotta per la libertà e la giustizia, come tanti più maturi e formati di lui non avevano saputo fare; dopo mezzo secolo era ancora scandalizzato ed offeso dalle domande di un processo indiscreto ed inquisitorio cui era stato sottoposto al suo rientro in seminario. Parlava con commossa nostalgia dei grandi amici di un tempo: il comandante Molinari, il dott. Giumelli, Padre Daniele…..Rievocava con un velo di amarezza lo sgretolarsi della sua comunità parrocchiale, per l’inarrestabile emigrazione verso le città di vallee di costa e verso la Svizzera e la Francia: le aveva regalato un asilo divenuto col tempo troppo grande e poi inutile, e una festa del mirtillo in anticipo sulle tante analoghe che sarebbero in seguito proliferate in tutta la valle. Una casa di Dio curata, rinnovata ed abbellita, al contrario di quella del suo ministro del tutto umile e modesta. Non c’è stata inaugurazione di monumento o vita associativa o ricorrenza partigiana che non lo abbia visto protagonista, fino ai tempi ultimi in cui si è sentito, non a torto, un po’ emarginato. Bofonchiava la propria delusione, ma anche su questo era incapace di rancore. Forse dal proprio carattere ma certo anche dalla condivisione della vita di Cervara, aveva acquisito una forma di rudezza che, però, mal mascherava la tenerezza e la forza dell’amicizia sicura, sincera, a prova di tutto. Un uomo nel quale c’erano forse tutte le debolezze, ma nel quale non c’erano né inganno né fariseismo. Anche per questo un prete come don Bruno ci mancherà , con il suo passo pesante da montanaro, con il suo vocione cavernoso, con la sua fede e la sua umanità.

Antonio Zanni, il Corriere Apuano, 1.9.2001

Così aveva scritto di quei mesi ai monti per la Giustizia e la Libertà

Nella sua instancabile opera di “comunicatore”, don Bruno ci ha lasciato due pubblicazioni, la prima dedicata al paese nel quale era arrivato giovane parroco (“storia di un paese, Cervara – Artigianelli 1978), la seconda puntuale descrizione dell’impegno, spesso senza risparmio, dei sacerdoti negli anni della guerra (“Stole insanguinate – Artigianelli 1981) e nel quale don Bruno aveva anche raccontato se stesso; ecco alcuni brani.

” E’ indubbiamente ingrato compito parlare in prima persona, ma lo farò con coscienza serena e tranquilla, certo di aver dato un contributo, se pure modesto, alla causa per cui ho preso la via dei monti. Tutto fa storia: sia l’atto eroico, sia l’umile gesto di carità, il prudente suggerimento, la parola di conforto che arriva al cuore. Studente di teologia, collaborai fin dall’inizio alla formazione partigiana della mia zona, unendomi poi definitivamente ad essa quando, preso di mira e minacciato dal Comando tedesco di stanza a Montelungo, si era resa impossibile la mia permanenza in paese. La sera dl 19 maggio 1944 sfuggii miracolosamente al plotone d’esecuzione fascista. Nella nuova formazione mi trovavo a mio agio, perchè i componenti erano tutti vecchie conoscenze e il comandante compagno di scuola. Sprovvisti di tutto, ci si limitava a modeste azioni di disturbo. Impossibile vivere in quelle condizioni e sopportare continui rastrellamenti. Ci spostiamo nell’Emilia e ci uniamo alla II Brigata Julia. Ora le cose vanno meglio, ma aumentano le preoccupazioni e le responsabilità. La strada è un formicolaio di uomini e donne di ogni età che, spingendo carretti, dalla bassa e alta Lunigiana, vanno alla ricerca di prodotti agricoli. Dopo vare superato bombardamenti e posti di blocco, questa povera gente è spesso derubata anche dai nostri uomini che, segretamente, portano la refurtiva a casa loro. Seppure talvolta minacciato, intervengo energicamente per stroncare l’abuso. La coscienza me lo i mponeva e lo scopo, anche se non immediato, fu raggiunto. I mesi passano, l’ora della liberazione è ormai vicina. Ci dispiace lasciare i vecchi amici, ma siamo pontremolesi e vogliamo, almeno negli ultimi mesi, operare sui monti di casa nostra, per la nostra Pontremoli, già troppo duramente provata. Ci uniamo ai fratelli Beretta, operante nel borgotarese. In occasione della Pasqua, dopo aver comunicato a tutti i Comandanti di Distaccamento che in Bratto ci sarebbe stata la Pasqua del partigiano, accompagnai lassù il Cappellano e cammin facendo, ebbi l’onore di conoscere in quella bella figura di sacerdote e combattente anche il Commissario di Divisione, don Mario Casale. Mi abbracciò e baciò come un figlio, fu prodigo di consigli, di suggerimenti e raccomandazioni. “Reprimi subito – mi disse tra l’altro – ogni azione contraria alla carità. Noi, oltre che dare l’esempio di perdono e di amore, dobbiamo impedire ogni abuso e vendetta. Ripetilo spesso anche a tutti quelli del Comando”. Quanta luce riportò nel mio cuore! Mi sentii maggiormente impegnato a far rispettare la sua volontà…..Quanti giovani delle brigate fasciste, per salvarli, ho accettato e aggregati a qualche distaccamento , donando anche vestiario personale, iscrivendoli nei ruolini come mesi di anzianità, seppur presentatisi all’ultima ora!……Quanti altri il 26 aprile ho paternamente compresi e, per non abbandonarli ad eventuali maltrattamenti, inviati al campo di concentramento, dopo aver dato disposizioni precise per la loro incolumità! Non me la sentivo di decidere per direttissima se sotto quella divisa c’era un vero delinquente o un povero uomo costretto ad indossarla senza possibilità di buttarla…..”