Testimonianza di Anna Gussoni raccolta dalla nipote Alessandra Martinelli
Quando iniziò la seconda guerra mondiale, nel 1939, nonna Anna aveva solo 5 anni. Alla Colla dove abitava c’era qualche fascista, ma tenevano un profilo basso. Si venne a sapere più tardi dai racconti degli anziani di alcuni loro misfatti. Per poter comprare da mangiare c’erano le tessere, tutto il cibo era razionato, anche il pane. La famiglia Gussoni non se la passava poi così male, possedevano tre mucche, una trentina di pecore, galline, conigli, un asino, tre muli e anche un maiale. Avevano tanti terreni e potevano coltivare patate, granoturco, grano, fagioli ed ogni cosa che riuscivano a seminare. Riuscivano a produrre fagioli per tutto l’anno, li conservavano in grossi sacchi e anche farina di castagne e di mais. I Gussoni erano una famiglia numerosa, nove tra fratelli e sorelle, i genitori e con loro viveva anche Zita, la moglie del nonno materno. Riuscivano a raccogliere fino a dieci quintali di castagne ogni stagione, un po’ per loro, un po’ per nutrire il maiale. Quest’ultimo era molto importante per la sussistenza familiare: si producevano salsicce, salami, pancetta. La prima cosa che si controllava era la quantità di lardo, usato come condimento per tutto l’anno; per friggere si usava lo strutto. Di olio ce n’era poco, la famiglia aveva giusto due o tre piante di olive a Ca’ du Riccio, poco lontano. A Succisa c’erano tre mulini, quindi non era un problema per i Gussoni poter macinare la farina. Altra fonte di sostentamento erano i funghi: Fina Del Fraro e sua sorella Adelaide erano due grandi cercatrici. La nonna andava con loro da quando aveva 5 anni, poi li facevano essiccare e in treno li andavano a vendere a Borgotaro. La nonna Zita si occupava della cucina, circondata da ragazzi che entravano da una parte e uscivano dall’altra e qualche volta volava qualche “scopla”.
Babbo Gussoni non era assolutamente fascista, ma in casa non amava parlare di politica. Aveva lavorato come venditore di santini in Brasile, dove era arrivato dopo un mese di nave e uno scalo in Senegal. Insieme ad alcuni grondolesi e allo zio Ambrogio Fanti vendeva immagini sacre e statuette. Più tardi in Italia aveva perso il lavoro come cantoniere, ereditato dal suocero Lorenzo Del Fraro, a causa di un prepotente fascista, e si era ritrovato a fare il capomacchia per un imprenditore di Pontremoli. Enrico Gussoni era un uomo di poche parole, amante del progresso. Fu il primo, agli inizi degli anni ’30, ad avere la luce elettrica in casa: nessuno del paese voleva nel suo terreno la cabina dell’elettricità per paura di prendere la scossa, ma lui si era offerto subito, a patto di avere immediatamente la luce.
Per questo motivo alla sera molti giovani del paese si riunivano a casa loro: si raccontavano storie, si stava insieme: la nonna Zita andava a prendere cesti di noci e mele da condividere con gli altri. A volte i ragazzi della Colla scendevano in mezzo al paese e sedevano sulle scalinate a cantare canzoni come “Mamma”, “Firenze sogna” e altre in voga negli anni ’40.
Anche giocare a pallone era già di moda e spesso la domenica mattina, dopo la messa, si improvvisava una partitella nell’aia di casa. Babbo Gussoni passava sorridendo e li lasciava fare, i ragazzi si meritavano un po’ di svago dopo una settimana di duro lavoro. La nonna Anna li stava sempre a guardare e le piace raccontare di quando Inaco volò di sotto per cercare di prendere il pallone. Il Torino era la squadra più forte del momento e la nonna tifa ancora Granata.
I tre Gussoni più grandi, Pio, Quinto e Giuseppe lavoravano come taglialegna con Enrico: ogni giorno partivano da casa e andavano a piedi sul monte Molinatico. Era stata costruita una sorta di teleferica che collegava la cima del monte con l’Acquanera, ai piedi dello stesso, per rendere più agevole il trasporto della legna. Ai tempi vi era anche un insediamento di operai toscani che lavoravano il carbone sulle montagne lunigianesi. Nonostante ci fossero baracche dove poter dormire, i ragazzi e il padre ogni sera rincasavano. A loro insaputa anche il loro asino si metteva in cammino; ogni mattina se lo ritrovavano nell’aia e ripartivano insieme.
All’inizio degli anni ’40 tutte e tre le sorelle più grandi si erano sposate e avevano lasciato la casa di famiglia.
Tranquilla (1912 1981) era la sorella maggiore. Un nome un programma, dicono. Aveva conosciuto negli anni ’30 Francesco, un “Segantein” che veniva dalla Val Parma. Là gli inverni erano troppo nevosi per poter lavorare, quindi Francesco e altri valicavano per tagliare tavole e legna. Dopo dieci anni si sposarono e si trasferirono a Tizzano.
Ines, la secondogenita (1915 – 1994), aveva sposato Andino Musetti, un giovane di Succisa. Si trasferirono poco distante dalla chiesa e aprirono una sorta di bar, il “dopolavoro”.
Maria, la terza figlia (1918 – 2008), aveva sposato Innocente Tozzi ed andarono a vivere a Ca’ du Riccio.
Immancabilmente con l’inizio della guerra i ragazzi più grandi furono chiamati alle armi.
Pio (1921 – 2007) partì alla volta dell’Albania. Rimase impressionato dalle donne del popolo albanese che lavoravano molto più degli uomini e andavano a piedi, mentre gli uomini andavano a cavallo. Pio fece anche la campagna di Grecia, ma riuscì comunque a tornare in Italia. Era un alpino d’istanza nella cuneense e dovette partire per la tragica campagna di Russia. Fu un inverno gelido: dai 30 ai 40 gradi sottozero, si passava con i carri armati sul Don ghiacciato. Il generale tornò in Italia per protestare con Mussolini in persona: pochi alpini male attrezzati nelle sterminate pianure, contro imponenti carri armati russi. Pio era con Armando Martinelli di Grondola e con suo cugino Gino Fanti. Era impossibile togliersi gli scarponi, il rischio era di non poterli più infilare. Nell’ultima battaglia, quando gli alpini furono accerchiati, Pio perse di vista suo cugino Gino e non lo rivide mai più. Gino restò in Russia come tanti altri ragazzi di Succisa: il cugino Marino, il marito della Culia, Duilio dei Poderi, Geraldo il fratello della Maria.. Pio restò con Armando e si fecero tutta la strada di ritorno fino al confine a piedi.
Quinto, classe 1922 (Fanteria), fece la campagna di Grecia, ma purtroppo fu fatto prigioniero dai tedeschi e deportato in un campo di Prigionia a Mockern, in Germania (Stalag XI A – n° prigioniero 119869). Rimase prigioniero fino alla fine della guerra e tornò a casa in treno. Già indebolito dalla malaria presa in Grecia, venne ricoverato in ospedale a Pontremoli per tubercolosi. La piccola Anna andava quasi tutti i giorni a trovarlo, gli faceva compagnia e si occupava del suo bucato. I fratelli Pio e Giuseppe ogni sera andavano a Pontremoli a piedi o in bicicletta per dormire con lui. Non vollero mai lasciarlo una notte da solo. Quinto morì il 20 luglio 1946. Era un bel ragazzo, da giovane aveva una cotta per l’Edvige e ora riposa a Succisa insieme ai suoi genitori.
Mentre i ragazzi erano impegnati nella campagne militari, anche alla Colla era cambiato qualcosa.
La nonna Zita morì nel 1943 a 68 anni. Era stata come una vera mamma per la Fina e la Adelaide, che avevano perso la loro troppo presto.
In casa nessuno aveva molta voglia di parlare di quello che stava accadendo, Pio raccontava a volte della tragica Russia e altre notizie.
La nonna si ricorda di quando lei e altri ragazzini andavano a pascolare le pecore e le mucche e sentivano passare i primi aerei; per paura che li vedessero e li mitragliassero si andavano a nascondere di corsa sotto le piante. Una volta presa confidenza si precipitavano nella Terra di Santino a vedere gli aerei che mitragliavano la strada. Una volta colpirono un camion tedesco carico di munizioni e questo continuò a scoppiare per tutto il giorno.
Tra la caduta di Mussolini e la fine della guerra le cose peggiorarono. Alcuni erano già finiti al confine per aver rifiutato la tessera fascista o con la colpa di essere comunisti, come due fratelli del paese, probabilmente dopo una soffiata. I fascisti picchiavano e davano l’olio di ricino a chi non la pensava come loro, anche a membri della propria famiglia.
Da Succisa passò un camion carico di scatolette alimentari: i militari lo lasciarono al paese in cambio di abiti civili con cui poter scappare e raggiungere casa.
I tedeschi avevano un accampamento a Mignegno e parecchie volte si spingevano fino a Succisa: razziavano vitelli, galline, cibo di ogni genere e gli uomini erano costretti a nascondersi nei boschi. Una volta avevano chiesto ad Enrico Gussoni di indicare loro la strada fino a Monte Molinatico, lui li aveva accompagnati ed era tornato a casa senza intoppi.
I fratelli Gussoni erano stati dalla sorella Tranquilla a Tizzano e con i loro muli erano riusciti a trasportare un intera forma di Parmigiano. In casa avevano una sorta di ripostiglio/magazzino nascosto da una credenza e lì nascondevano cibo e provvigioni. Qualcuno fece presente la cosa perché un giorno si presentarono tedeschi e “mai morti” e a colpo sicuro scoprirono la dispensa: razziarono tutto e misero la bisnonna Fina al muro. Desiderio Antiga, allora un bambino, racconta che un ufficiale tedesco per mettere loro ancora più paura spaccò in terra un fiasco di vino. La nonna sostiene che sua madre non si riprese mai da quell’episodio e che diventò poi la causa della sua malattia.
Intanto si iniziavano a vedere le prime azioni da parte dei partigiani. E’ rimasta famosa la sparatoria alla Villavecchia di fascisti e nazisti, in netta maggioranza, contro i partigiani. A Succisa c’è ancora il monumento in onore di tre partigiani caduti, tra cui Fermo Ognibene. Babbo Gussoni convocò sua figlia Ines, che aveva già una bimba, e le disse di recarsi a Montelungo con la piccola Mirella e la sorellina Anna, nel caso le cose si fossero messe troppo male.
Oltre ai tre caduti ci furono dei feriti. Pio Gussoni ne aiutò uno portandolo prima in canonica da Don Quinto Barbieri, poi nascondendolo in una cappella del cimitero di Succisa. Di notte andavano a portargli da mangiare e a curarlo. Don Quinto fu poi arrestato e percosso per aver aiutato partigiani feriti.
A Succisa fu avvistato diverse volte anche il comandante Dante Castellucci, Facio. La nonna lo ricorda come un “piccoletto” con i baffetti. Don Quinto e la nipote Edvige, che lo aiutava e viveva con lui, venivano da Zeri ed erano amici di Facio. La nonna e la zia Elena rammentano chiaramente questo episodio, lo hanno raccontato più volte. Una volta passò per un saluto in canonica ad Edvige, non sapendo che dentro erano nascosti trenta “mai morti” che lo stavano aspettando. Edvige spiegò la situazione senza che i suoi “ospiti” se ne accorgessero e Facio riuscì a scappare per i boschi. Una signora del paese, insospettabilmente fascista, lo vide e corse in canonica per fare una soffiata: i soldati si diressero immediatamente in una casa del paese dove tutti sapevano che abitava una famiglia comunista. Entrarono ad armi spianate, c’erano anche altri giovani di Succisa: è rimasta famosa la frase del capofamiglia, che stava bevendo un bicchiere di vino “Prima di uccidermi fatemi finire di bere questo”. Facio però non c’era e i soldati se ne andarono. Facio fu uno dei più famosi e valorosi comandanti partigiani, combatté anche a fianco dei sette fratelli Cervi. Fu fucilato il 22 luglio del 1944 dai suoi stessi compagni.
Nel cimitero di Succisa furono seppelliti tre combattenti partigiani, un ragazzo di Modena, uno di Casa Corvi e uno sardo. Il ragazzo sardo è tutt’ora lì.
Il giorno della liberazione è festeggiato il 25 aprile in tutta Italia. A Succisa il 26 aprile 1945 la gente era tutta in fermento intorno alla chiesa, il giorno successivo era la festa di Santa Zita. C’erano da organizzare le messe, da mettere i garofani in chiesa e da esporre la Santa. I tedeschi si stavano ritirando e dal versante opposto videro del gran movimento verso Succisa. Come ultima rappresaglia decisero di bombardare il paese. Il primo colpo finì alla Villavecchia, a Ca’ dei Preti, e uccise un vitello. Alla Colla fu colpita una stalla, dove morì un altro vitello, la canonica, il campanile e anche la chiesa: esplosero i vetri dei quattro santi, le statue delle patrone Felicita e Perpetua vennero sbriciolate. La statua di Santa Zita esposta in mezzo alla chiesa rimase intatta e non fu minimamente danneggiata: le volò via dal capo la coroncina. Le teste delle statue delle patrone furono recuperate illese e collocate su quelle odierne. A quel punto il cannone si ruppe e i tedeschi lo spinsero in un dirupo. Tutto il paese corse verso la chiesa, solo una cugina della nonna, Teresina, venne colpita in testa da una scheggia. Babbo Gussoni la fece portare a casa sua immediatamente e il giorno dopo i soldati americani la caricarono su una jeep e la trasportarono all’ospedale. Il 27 aprile fu l’unico giorno che la nonna vide gli americani. La guerra era finita.
Furono sparati pochi colpi delle centinaia previsti. Se chiedete ai succisani vi diranno che è stata Santa Zita a far rompere il cannone e che questo è solo un altro dei suoi miracoli.
La guerra finì finalmente, ma la bisnonna Fina non lo seppe mai perché morì sotto i ferri a Parma il 21 aprile 1945. Non seppe mai che a luglio suo figlio Quinto tornò vivo dalla prigionia in Germania cantando “Fischia il vento”. I tedeschi si stavano ritirando e la bisnonna fu seppellita a Parma al cimitero della Villetta. I Gussoni andavano spesso a trovare la mamma, passando davanti alla tomba di Giuseppe Verdi. Nel 1961 anche babbo Gussoni morì a causa di una brutta caduta dall’aia. Quella fu l’occasione per ricongiungere Fina con il marito e il figlio. Ora Enrico, Fina e Quinto riposano tutti e tre insieme nel cimitero di Succisa.
Alessandra Martinelli