
Alessio Pasquali ci offre l’occasione di leggerlo nel suo intimo senso, rivolto a volere offrire un inno alla vita, con la pubblicazione di questa silloge.
In ventisette poesie Alessio Pasquali, nell’incanto delle sue descrizioni, modella la conformazione pura della natura, nella limpida rappresentazione dei paesaggi, dei cieli luminosi, delle albe ancora intrise di sogni, e nello stesso tempo esalta l’essenza dell’amore universale, condannando le brutture delle rappresaglie, delle violenze, della futilità dei pensamenti umani.
E’ questo lo squisito messaggio che ci viene donato da Pasquali con tutta la dovuta movenza lirica, laddove nei ritmi poetici sostenuti dalla composizione dei singoli versi e delle strofe, l’autore espande le sue vibranti sensazioni che o riducono la realtà al nulla, se la realtà stessa si rende inutile per la convivenza universale, o le rendono il dovuto valore come essenzialità dell’essere, se la realtà stessa rende i suoi servigi per l’umana serena convivenza.
E la realtà al servigio dell’umana essenza sono i “guizzi di luci” dell’ombra del glicine che irradiano la tanta dolcezza, necessaria per acquietare l’indole del nomade solitario. E la realtà al servigio dell’umana essenza sono ancora ” le parole infinite” dei nonni, necessarie a tracciare l’iter del viandante privo di meta. E in realtà è al servigio della continuità dell’umana essenza se nei “frammenti di memoria” , specie se catastrofici, riesce a lasciare segni di speranze di approdi sicuri, se il riverbero di vestigia ripristinate scuote il senso della civile comune condotta di vita, fino a non fare più parlare di “anime dissepolte dei caduti”, a non portare più le anime innocenti a rammentare che ogni giorno “si scrivono epitaffi”, a non fare più avvicinare le madri “alla fontana delle lacrime”.
In questi peculiari tratti artistici Alessio Pasquali, poeta maturo, ci inebria del senso di essere ancora umani viventi, viventi di quella vita che nelle “rime” trova la sua fattezza di incanto per il quale conviene ancora misurarsi con “Maria”, “Lyuba”, “Fiore”, e trova la sua fattezza di futilità di essenza, con la quale, misurandosi con la satira di una patologia “telefonica “, di un “monumentomania”, o di una corsa dietro sfuggenti “ideali”, non conviene mettersi troppo in confidenza.
Giacinto Sica, Introduzione critica al volume, 2019