GIORNI DI SOLIDARIETA’ A GRONDOLA DURANTE LA RESISTENZA

Sono in molti ad affermare che il passato non è da dimenticare; la nostra gente di Lunigiana non fu certo risparmiata dai tristi avvenimenti della guerra. Credo sia bene ricordare ai giovani e a chi verrà anche fatti meno eclatanti , ma che comunque rivelano non la sete di gloria, ma il vero spirito di solidarietà ed altruismo. Uno di questi fu compiuto da due giovani grondolesi a rischio della vita.

Erano circa le 10 dell’8 aprile 1944 (sabato santo) quando dalla chiesa, colma di paesani e di altri fedeli quassù sfollati, si vide arrivare trafelata la Maria Martinelli; forse cercava i fratelli, ma ai primi uomini che incontrò disse di fuggire perché c’erano le brigate nere in giro e già avevano catturato Luigi Musetti (Gino del Castello) che non aveva aderito alla chiamata alle armi e di nascosto nel suo bosco stava pascolando le pecore in compagnia della sorella Maria di 11 anni.

Il governo di Salò aveva chiamato alle armi le classi 1922, ’23, ’24 entro il 25 marzo, dichiarando che dopo tale data sarebbero stati catturati e fucilati tutti coloro che non avessero aderito. Manifesti murali e giornali avevano evidenziato la notizia di 7 renitenti fucilati. Ero poco più che quindicenne; in compagnia di Luigi Rosi (Pippo Martinon) ero salito sul campanile a slegare e suonare le campane a distesa. Si sentì uno sparo, a breve distanza un altro, contemporaneamente due raffiche di mitra. Seguì qualche minuto di silenzio, poi si scatenò un fuoco infernale di fucilate e raffiche di mitragliatrici pesanti, che provenivano dal lato della stazione ferroviaria. Dapprima atterriti e poi quasi con sollievo, si sperava che un attacco dei partigiani avesse potuto consentire la fuga del prigioniero. Smaniosi di verificare, si chiese notizia alla prima persona che si incontrò. La sua prima risposta ci disilluse: arrivava da quelle parti ma non sapeva il motivo di tutti quegli spari. Solo nella fantasia di due ragazzi ingenui poteva nascere l’illusione di un provvidenziale attacco dei partigiani in quella precisa ora. In realtà era accaduto che due giovani grondolesi, che è poco definire coraggiosi, Giovanni Musetti (Gaggio) e Armando Martinelli non avevano perso tempo. Nessuno sa quale sia stato tra il reduce dal fronte francese e quello dal fronte russo, ma appena saputo dell’arresto erano corsi ad imbracciare i mitra rimasti loro dal disarmo dell’8 settembre. Erano scesi di corsa in un percorso fuori strada per evitare le postazioni fasciste e le pattuglie che erano appostate un po’ ovunque. Un castagno ed una tecchia offrivano scarso riparo, ma era l’unico punto ormai per un secco altolà alla pattuglia che deteneva il prigioniero candidato alla fucilazione. I proiettili di quelle prime raffiche davanti al sentiero a pochi passi da loro: si sa che il canto delle armi automatiche, anche se non ingentilisce gli animi dei più crudeli, li costringeva a cercare un riparo. Le camice nere si stesero così a terra in un fossetto e dietro i ruderi di una capanna. Il rapido pensiero e le lunghe gambe del prigioniero fecero il resto per riacquistare la libertà. Raggiunto lo scopo prefisso, non interessava rispondere all’infernale fuoco dei fascisti: rimaneva da risalire, liberarsi del mitra e rientrare in paese in tutt’altra direzione per crearsi un alibi ed evitare a Grondola la tragica fine di Marzabotto.

Il giorno dopo – è proprio il caso di dirlo – furono tutti “contenti come una Pasqua” e, ben nascosti, facemmo festa con qualche bottiglia di vino e dolce casalingotra liberatori, liberato e pochi fidati (compreso il sottoscritto), Mi recai poi in quella occasionale trincea e raccolsi, per disperderli poi, quei pochi bossoli. Era ormai concluso, senza spargimento di sangue, un singolare e bel gesto di alta solidarietà e altruismo.

Luigi Musetti, il Corriere Apuano