GLI APUANI

di Don Ercole Simonini

Il nome dei monti ricchi di marmo che abbelliscono la natura della Lunigiana ci parla ancora dopo due millenni della gente che ebbe il suo centro nella Val di Magra: gli Apuani.

Non mancano numerose le testimonianze degli storici, sopra tutto di Tito Livio che nelle sue storie si diffonde nel racconto delle gesta dei Liguri e degli Apuani che di quelli facevano parte come i Langenses, i Viturii, gli Intimili, gli Ingauni, gli Stabellates e gli altri.

Gli Apuani che “circa Macram fluvium incolebant” ( Livio XL, 40) dovevano aver come principal domicilio la Val di Magra ma si spingevano anche nella Garfagnana fino all’Arno poichè in periodo storico li troviamo combattere contro gli Etruschi per il possesso di Pisa. Le origini di questo popolo battagliero e indomito si perdono nella preistoria. Alcune caverne vi furono certamente abitate fin dal paleolitico superiore (Equi). Numerose le caverne che servirono di abitazione e di sepolcro durante il neolitico e l’eneolitico. Oggetti litici di tipo eneolitico e oggetti metallici dell’età del bronzo furono qua e là sporadicamente raccolti. All’età del bronzo appartengono nove stele antropomorfe raccolte a Fivizzano. Altre stele consimili scoperte in altre località della Lunigiana, manifestano per le armi rappresentate e per il lato artistico caratteri più recenti.

Ad Ameglia, a Cenisola e in altre valli della Liguria Orientale vennero in luce sepolcreti e tombe. Generalmente sono a cassa di lastroni e vanno dalla fine della prima età del ferro agli inizi dell’influenza romana.

Quando Esiodo parla dell’ardimento dei Liguri, dei quali però non aveva che una vaga nozione, chiamandoli abitanti dei confini della terra, audaci come marinai e pirati dalle fragili imbarcazioni dobbiamo credere che descrivesse un pò anche il carattere e le abitudini degli Apuani che verso la foce del Magra, nel porto di Luni, costruivano le loro flottiglie e commerciavano e trattavano con i Cartaginesi. Le condizioni del suolo facevano di questi rozzi abitanti della montagna e delle strette valli che si aprono nel piano della Magra, dei pericolosi e arditi oppositori perché avevano vivissimo l’amore alla libertà e alla indipendenza. Se ne accorsero per primi gli Etruschi che si dovettero restringere nei loro confini e abbandonare la città di Pisa, che nel terzo secolo troviamo però nell’alleanza e sotto la protezione di Roma. Roma stessa combatté infinite guerriglie e non riuscì che dopo lungo tempo a domare perfettamente i ribelli.

Siamo nel terzo secolo: gli Apuani instabili nel porto di Luni si spingono verso l’Arno a molestare Pisa romana. Si combatte: Roma vince e conquista anche Luni dove stabilisce delle fattorie. Prima della guerra Annibalica la potenza di Roma doveva già arrivare fino alla Magra e mantenervisi per oltre cinquant’anni.

Nella primavera del 217 Annibale, valicate le Alpi e fermatosi un anno nell’Italia settentrionale, delibera di portarsi nell’Italia centrale , dove nutriva speranza di sollevare le città italiche contro Roma.

Dove passò l’Appennino? la storia non riuscirà mai a precisarlo.

Se pensiamo che Annibale si muove da Piacenza e poi lo troviamo alla foce dell’Arno, dove il terreno è paludoso e malsano (“palustrique caelo gravante caput” -Livio XXII, 3) e dove l’acqua è tanto profonda che solo l’elefante di Annibale più grande di quello degli altri sopravvive “quod altius ab aqua extaret” (ib), è più facile propendere dalla parte di coloro che fanno passare Annibale dalla Liguria, con maggiori probabilità per il Passo della Cisa.

Il fatto è che il passaggio dei Cartaginesi rianima gli Apuani insieme con i Liguri alla ripresa delle ostilità contro Roma la quale perde il porto di Luni e si ritrae a Pisa che segnò di nuovo l’estremo baluardo della repubblica.

Sul finire della seconda guerra punica i Liguri parteggiano ancora per i cartaginesi e aiutano seppure timidamente, con milizie e con viveri l’esercito di Magone, fratello di Annibale, che andava a combattere nella Spagna e che per la sua scarsa capacità militare doveva essere causa non ultima dell’infelice esito della guerra.

Nella prima metà del secondo secolo gli Apuani segnano il massimo della loro attività. Infatti nel 194 (Livio XXXIV, 56 e segg.) il Prefetto di Pisa scrive a Roma che ventimila Liguri, e tra questi naturalmente gli Apuani, conclusa una lega universale (lunenses primum agrum depopulatus , pisanum deinde finem trasgressos omnem oram maris peragrasse). I nemici sono a un miglio dall’Arno: il console Minuzio non osa assalire apertamente , mentre i Liguri si dimostrano baldanzosi e depredano il territorio. Il Console, caduto in un agguato, per poco non vedeva rinnovarsi le Forche Caudine , se non fosse intervenuta la cavalleria dei Numidi. Minuzio rimane in continua ostilità per tutto il 193 fino al 192 quando può finalmente debellare il nemico e devastarne i villaggi.

Nel 188 (Livio XXXIX,2) “translatum ad Apuanos Ligures bellum, qui in agrum pisanum bononiemsemque ita incursaverant ut coli non posset, his quoque perdomitis, Consul pacem dedit finitimis”.

Ma lo scontro più glorioso per gli Apuani è quello raccontato da Livio come avvenuto nel 187. Il Console Quinto Marzio con numeroso esercito parte contro gli Apuani e mentre da loro la caccia in mezzo ai boschi impenetrabili, viene circondato in una gola e sconfitto. Perde bel quattromila soldati, tre vessilli legionari e 11 vessilli di alleati. I romani che nella fuga trovavano impaccio nelle loro armi le gettano via: gli Apuani li inseguono a lungo, poi si fermano mentre il nemico ancora fugge. Al luogo di questa sconfitta , per eterna memoria dello smacco, fu dato il nome di Marzio (Livio XXXIX, 20).

Sarebbe interessante identificare questo Campus Marcius: nessun indizio però ci soccorre.

Nel 186 Roma riprende le armi: i Consoli Marco Sempronio e Appio Claudio si muovono. ” Sempronius a Pisis profectus in Apuanos Ligures, vustando agros, urendaque vicos et cestella eorum, aperuit saltum usque ad fluvium Macram et Lunae portum. Hostes montem antiquam sedem maiorum suorum ceperunt” (Livio XXXIX,32). La forza dei romani è superiore, gli Apuani si rifugiano sulle montagne, sede dei loro antenati.

Pare che Livio accenni con simpatia al desiderio di questi razziatori per le monatgne dei loro padri. Vinti ma non domati gli Apuani riprendono le loro minacce: abbandonano di nuovo le loro sedi, si radunano a concilio per una lega a e difesa dei loro diritti e per la conquista di nuove sedi.

Eco di questa irrequietezza è una lettera che un generale romano manda dalla Liguria al Senato nel 183: “Quintus Fabius ex Liguribus scripserat Apuanos ad ribellionem spetarepericulumque esse ne impetum in agruym pisanum facerent”. (Livio XL,1).

La segnalazione dei torbidi che avvenivano lungo il fiume Magra non rimane inascoltata: passano tre anni di preparativi per l’ultimo colpo decisivo alla risorgente tempesta dei montanari.

Al principio della primavera del 180 i pro-consoli P. Cornelio e M. Bebio che Livio ci avverte che non avevano compiuto nulla di degno di essere ricordato nella carica di Consoli, condussero l’esercito contro i Liguri Apuani.

Questi, che non si aspettavano ancora la guerra, assaliti all’improvviso, si arrendono in numero di 12.000. I due generali questa volta vogliono troncare la testa all’Idra: mandano lontani ben 40.000 Apuani nel Sannio affinché non avessero più la speranza del ritorno.

Discendono dai loro monti con mogli e figli, le loro cose, a malincuore, piangendo. Avevano mandato ambasciatori a pregare a non essere costretti ad abbandonare i penati, i luoghi dove erano nati, i sepolcri dei loro vecchi: avevano promesso armi ed ostaggi.

Ma non erano stati esauditi; risorgeva nel loro animo il pensiero della vendetta ma le forze non arrivavano più. E bisognava ubbidire (Livio XL,37,38).

Nel lontano Sannio rimarrà il ricordo di questa deportazione: conserveranno anche molto più tardi il nome di Ligures – Corneliani e Baebiani.

Lo storico Livio nello stesso anno ci ricorda che il Console Quinto Fulvio assalì nuovamente gli Apuani: i superstiti si erano nuovamente ribellati. Guizzano in questo momento gli ultimi raggi di valore di un popolo che è vicino a perdere la sua libertà per entrare nella vita e sotto governo di Roma. “Fulvius secunda et quarta legione adortus a Pisis Apuanos Ligures qui eorum circa Macram fluvium incolebant, in deditionem acceptos, ad septem milia hominum in naves imposita praeter oram Etrusci maris Neapolim trasmisit; inde in Sannium traducti” (Livio XL, 41).

Così rimanevano svigoriti gli Apuani i quali però ancora, ma debolmente cercheranno di rialzare il capo, mentre Roma era distratta nella politica estera della terza guerra punica e dalle guerra macedoniche.

Per l’anno 155 negli Acta triumphalia è registrato un trionfo del Console Marco Claudio Marcello sugli Apuani. La pacificazione di questo popolo ebbe come conseguenza l’attività benefica svolta da Roma, come nelle altre regioni, così anche in quella abitata dagli Apuani. Lingua e civiltà nuova penetrarono i vinti unificandoli ai destini della Città Eterna.

Nel 180 è fondata la colonia di Lucca, che fu certo gradita a Pisa, che da sola aveva sostenuto il peso della grave guerra. Nel 177 sorge l’altra colonia di Luni, il cui porto era stato disputato dagli Etruschi agli Apuani e da questi ai romani. Avrà notevole sviluppo economico sia per i suoi commerci e le industrie, specialmente marmifere, sia per la sua felice situazione marittima, comunicando per la valle del Taro e della Magra con la Gallia Cisalpina. Vi si trovano avanzi di un anfiteatro e di due monumenti: a Caludio Marcello, il vincitore degli Apuani nel 155 a.C.; e ad Ottaviano che vi dedusse una colonia di veterani. E qui a proposito la domanda se esistesse una capitale di questo popolo di nome Apua. Giovanni da Viterbo (1432-1502) domenicano lo sostiene nei suoi “antiquitatum vaiarum volumina XVII cum commentariis” (Roma 1492).

E’ un puro sogno: “Apua” è un nome sovraggiunto falsamente a Pontremoli e poi sancito dalla Chiesa. Il nome di Pontremoli appare per la prima volta nell’itinerario di Sigerico (990) e successivamente nel 1077 in un documento col quale Enrico IV di Germania concede ad un marchese il dominio di alcuni castelli in territorio Lunense.

Le affermazioni di di frate Annio da Viterbo sono fondate sopra l’immaginaria esistenza di frammenti di Catone ai quali prestano fede vecchi cronisti Pontremolesi: “E’ da sperarsi che intorno ad Apua non si sprechi più ne tempo ne inchiostro (Sforza Memorie ecc. vol. I pag.80).

Su quello che è indiscusso ci piace ancora una volta insistere, sul carattere fiero e indomito degli Apuani che Roma, dopo tanti sforzi con la deportazione nel Sannio riuscì a domare e che con le congeneri Liguri e Celti accettarono la nuova lingua latina e le nuove leggi di Roma.

Prof. Don Ercole Simonini – Corriere Apuano del 8.2.1997 ( L’articolo era stato precedentemente pubblicato su “Il Campanone” – Almanacco pontremolese X-VII-1940 F.F. (pp. 235/240).