GRAVAGNA IN “LUNIGIANA IGNOTA” DI CARLO CASELLI

Dal valico della Cisa e presso Villa Eugenia, si stacca una vecchia mulattiera, ora ombreggiata da castagni, ora soleggiata, sempre deserta di case e discendente a rompicollo sino a Vallingasca o Villingastra, oppure Val di Castro, piccolo e povero casale, dove il viandante può trovare agreste cortesia, acqua eccellente e un par di mele. Ai piedi del colle di Villingastra , scorre il canale di Pierla che va dritto nel torrente di Civasola, il quale sempre accompagna la mulattiera. Nel canale di Pierla, fra i massi calcarei biancastri portati dall’impeto dell’acqua, or qua or là, si vedono spuntare tronchi giganteschi d’abeti dai quali trae il nome il canale di Pierla, in pontremolese piella od abete. Ma di quest’albero non vi è più traccia alcuna di vita, tutti gli abeti sono morti e sotterrati da una gigantesca frana scesa a valle da monte Groppo del Vescovo, che si mostra nudo e lacerato dalla vetta al piede.  

Ecco Gravagna Inferiore, stesa sul dorso della collina dal materiale che, staccatosi dal monte Groppo del Vescovo, formò un’enorme smotta o lavina, la quale trascinò e seppellì una ricca selva d’abeti giganti, pielle, molti dei quali sono ancora sepolti, ed altri, dissotterrati servirono  fino a dieci anni addietro a far pregiati tavoloni e travicelli.

A Gravagna non sorprende di incontrare una vecchia cin denti d’oro, od una giovane vestita di seta guidare le giovenche che trascinano la tragia carica di strame.  Molti vi parlano dell’America e dell’Inghilterra come se fossero terre poste appena a quattro passi dalla Cis, e manifestano all’evidenza che di là trassero la loro agiatezza.

Gravagna di sopra, separata da quella di sotto da un piccolo rio, si adagia in un risalto della pendice del monte Valoria e, ben salda su terreno che non si mosse mai, par domini la vallata, ricca di castagni con qualche tratto di terreno coltivato a grano. A levante della chiesa di San Bartolomeo s’innalza il Castello, o meglio il monte così detto, a forma d’un cono troncato alla sommità con uno spiazzato in cui sorgeva un tempo un mastodontico edificio. E qui il parroco, don Micheloni mi addita grosse pietre che formano l’abside della chiesa e la tradizione vuole che siano state trasportate dal Castello, sul quale, per antica usanza, il giorno dell’Ascensione tutto il popolo devotissimo sale, pregando. Il vecchio Gabriele Gabrieli, di 83 anni, secco come un brigidino sano e d’intelligenza viva, aggiunge poi che nel Castello furono raccolti da certa Cecilia Bertolini diversi oggetti di bronzo e ferro, tra i quali pezzi di lancia. Egli narra ancora dell’esistenza di un tesoro, il quale si vuole sia sempre nascosto presso le vestigia d’ogni castello, ma nel caso di Gravagna la cosa cambia: il tesoro sarebbe ai piedi del monte e consterebbe d’un pregiato animale fatto chissà di quale pietra preziosa. Il Gabrieli ripete ciò che udì dai suoi nonni: “ Dicono che a Gravagna c’è una pietra cagna che vale 3000 volte di più di Gravagna”. E la cagna di pietra preziosa fu più volte cercata, ma ogni volta che si lavorò allo scavo, d’improvviso apparve un animale spaventevole  fatto a somiglianza d’una capra che mise in fuga anche i più coraggiosi. E perché il tesoro del Castello di Gravagna dev’essere formato d’una cagna di pietra, e le sembianze dell’animale, che spaventa, sono proprio d’una capra l’animale un tempo il più comune della vallata, tanto fa lasciare il nome di Capri, Caprai, a varie antichissime famiglie di questo villaggio? La risposta la daranno coloro che dalle tradizioni e dalle leggende, fino ad ora poco studiate, sapranno trarre documento pel trapassato remoto. Il Viandante, come s’è prefisso, scrive solo così come altri detta, senza troppo argomentarvi sopra alcuna cosa.