GRONDOLA, LA TRAGEDIA DELL’ARANDORA STAR

Il 2 luglio 1940 un sotto marino tedesco affondava il transatlantico inglese carico di prigionieri tedeschi e italiani. Le vittime furono 446: in molti erano emigrati in Gran Bretagna dall’Appennino tosco-emiliano.

Alla maggior parte degli italiani il nome “Arandora Star” non ricorda assolutamente niente. Anch’io, fino all’anno scorso , non sapevo di questa tragedia , compiutasi nel lontano 1940; ma soprattutto, pur essendo figlia di un pontremolese e pur visitando il paese di Grondola fin da bambina, ignoravo che tanti uomini di queste zone vi avessero perso la vita. Ho scoperto questa triste storia quasi per caso, visitando la cittadina di Bardi nell’Appennino parmense.

Questi i fatti: il 2 luglio del 1940, in piena Seconda Guerra Mondiale, il transatlantico inglese “Arandora Star” navigava verso il Canada carico di prigionieri italiani, tedeschi, austriaci, quando, alle 7 del mattino, poco sopra l’Irlanda, fu silurato da un sottomarino tedesco. Dei circa 712 italiani presenti a bordo, 446 affondarono con la nave, che si inabissò in meno di quaranta minuti.

Ma chi erano questi italiani? Perchè si trovavano a bordo di una nave inglese? Erano forse spie, militari o prigionieri di guerra? Niente di tutto questo. Per capire come si arrivò a questo tragico epilogo, occorre fare un breve passo indietro. Nel 1940 in Gran Bretagna vi era un nutrito gruppo di nostri connazionale, circa 19.999 in tutto, che lì risiedevano ed avevano avviato redditizie attività di ristorazione ed altro. Molti di essi erano originari dell’Alta Lunigiana, e soprattutto del comune di Pontremoli, ma più in generale di tutta la striscia dell’Appennino tosco-emiliano che parte dalla Garfagnana per arrivare fino alle province di Parma e di Piacenza. Da queste zone, fin dalla seconda metà dell’Ottocento, si era verificato un fenomeno di massiccia emigrazione verso la Gran Bretagna: dal comune di Pontremoli e soprattutto dalla Valle del Verde, ci si dirigeva verso Londra, da Bardi si partiva alla volta del Galles, e per gli abitanti di Barga, in provincia di Lucca, la meta prescelta era la Scozia. Dopo anni di duro lavoro, nel decennio 1930/1940 i nostri emigranti erano riusciti ad integrarsi in maniera soddisfacente nella società britannica, e certamente ignoravano quello che si sarebbe abbattuto su di loro da li a poco. Le autorità inglesi infatti, e soprattutto i servizi segreti e Scotland Yard avevano da tempo compilato una lista di “pericolosi soggetti” italiani da internare in caso di guerra, prendendo nota degli iscritti ai club fascisti locali. La verità era che ben pochi tra questi italiani erano fascisti convinti. La maggior parte si era iscritta ai fasci locali per usufruire dei servizi che offrivano: attività ricreative e culturali, dopolavoro, eventi mondani. Oppure, più semplicemente, perchè questi club avevano inglobato ogni altra associazione italiana preesistente nel Regno Unito: dal Club degli Alpini fino all’Associazione dei Caffettieri.

Alle autorità inglesi sarebbe bastato esaminare con calma le vere intenzioni di questi italiani per rendersi conto che il loro coinvolgimento nel fascismo si limitava a nostalgici sentimenti di amor patrio e che, in ogni caso, essi non rappresentavano certamente alcun pericolo per la sicurezza del paese. Ma non vi fu tempo, e la Gran Bretagna, stretta nella morsa dei tragici eventi europei, con la Germania di Hitler che avanzava sempre di più, lasciò che il panico e l’avventatezza avessero la meglio sulla ragione.

Il 10 giugno 1940 Mussolini dichiarava guerra alla Gran Bretagna, e poche ore dopo iniziarono gli arresti degli italiani, prelevati a sorpresa dalle loro case o dalle loro botteghe già nella mattinata dell’11 giugno. Era statolo stesso Churchill, Primo Ministro del War Cabinet – il governo di guerra – a dare l’ordine internare tutti gli iscritti nella “lista nera” sei servizi segreti. Ma non solo: fu deciso anche l’arresto di tutti gli italiani maschi, in età compresa tra i 15 ed i 70 anni, che risiedevano in Gran Bretagna da meno di vent’anni: in tutto il paese ne furono arrestati 4.000, moltissimi dei quali non avevano neanche la tessera fascista. Vennero condotti in campi di internamento provvisori,, dove furono trattenuti per quasi un mese in condizioni igieniche precarie. Le famiglie non ricevettero spiegazioni né notizie dei loro cari, per giorni e giorni. La maggior parte di questi internati fu poi trasferita sull’isola di Mann, dove erano stati allestiti i campi d’internamento più grandi del paese.

Ma per alcuni si profilò un destino diverso: il governo di Churchill voleva trasferire i “più pericolosi” al di fuori del territorio britannico, iniziando un piano di deportazione verso i territori del “dominions” come il Canada e l’Australia. Furono predisposte diverse navi allo scopo, tra cui l'”Arandora Star”, pronta a salpare alla fine di giugno 1940 per il Canada. Le selezioni per decidere chi dovesse partire su questa nave avvennero nel caos più totale. I servizi segreti, non riuscendo a trovare un numero sufficiente di “tesserati” fascisti da imbarcare, finirono per riempire la nave pescando indiscriminatamente nel mucchio dei prigionieri.

Alla fine l'”Arandora Star” salpò da Liverpool con un carico “incompatibile”: marinai tedeschi prigionieri di guerra, civili tedeschi ed austriaci, ebrei italiani rifugiatisi in Gran Bretagna dopo l’avvento delle leggi razziali; noti antifascisti italiani, socialisti ed anarchici; ma soprattutto innocui lavoratori italiani, molto dei quali soci puramente nominali dei club fascisti. Dopo un solo giorno di navigazione, all’alba del 2 luglio, la nave incrociò il sotto marino tedesco U-47, che la individuò come nave nemica: la nave inglese navigava infatti senza scorta e non aveva alcun contrassegno della Croce Rossa che indicasse la presenza di prigionieri a bordo. Il comandante del sottomarino lanciò il suo ultimo siluro colpendo in pieno l’obiettivo. Scoppiò subito il panico: la nave era sovraccarica e non vi erano scialuppe di salvataggio sufficienti: ogni movimento a bordo era ostacolato dalla presenza di filo spinato. Inoltre la nave colò a picco in maniera repentina, non lasciando scampo a uomini spaventati , molti non giovanissimi, ai quali non era neppure stato spiegato come comportarsi in caso di emergenza. Fu una strage: dei 712 italiani a bordo ben 446 finirono dispersi e le famiglie dovettero attendere mesi per avere notizie dei loro cari, dei quali ignoravano persino che fossero partiti.

Subito dopo la guerra nessuno dei paesi coinvolti nel fatto aveva interesse a far emergere la verità su questa triste storia. L’Inghilterra aveva commesso il gravissimo errore di internare e deportare prigionieri civili inoffensivi; la Germania aveva silurato una nave con italiani e tedeschi a bordo; l’Italia, liberata dagli Alleati, non si sarebbe mai permessa di chiedere spiegazioni alla Gran Bretagna sui morti dell'”Arandora Star”. Così la tragedia cadde nel dimenticatoio e per anni i parenti delle vittime hanno taciuto il loro dolore, forse per paura di essere accostati in qualche modo al fascismo.

Foto di Alessandra Martinelli

Nella chiesa di St. Peter a Londra vi è una lapide che ricorda il sacrificio di questi uomini, in gran parte originari delle frazioni pontremolesi. Tra di essi vi erano ristoratori come Luigi Rosi di Grondola. Mentre il resto della famiglia aveva fatto ritorno in Italia a causa della guerra, la figlia Anita, rimasta con lui a Londra per mandare avanti il negozio, assistette terrorizzata all’arresto del padre, prelevato mentre era al lavoro la mattina dell’11 giugno, e attese con ansia notizie nei giorni a seguire. Luigi Rosi, nelle parole dei compaesani sopravvissuti alla tragedia, andò giù con l’Arandora Star”, spaventato all’idea di gettarsi in acqua, mentre dal ponte salutava per l’ultima volta gli amici che lo supplicavano di buttarsi. La figlia lesse il nome del padre sulla lista dei dispersi affissa all’Ambasciata, l’unica fredda risposta ottenuta dopo un mese di interrogativi disperati.

A Bardi è stata eretta nel cimitero del paese una cappella commemorativa , con nomi e fotografie dei defunti, della quale si prende cura il “Comitato pro vittime dell’Arandora Star, presieduto da Beppe Conti, che nella tragedia perse lo zio, Guido. Questi, originario di Bardi ed emigrato a Newport nel Galles, morì a soli 32 anni, lasciando una moglie e un bambini che era venuto al mondo proprio mentre egli, prigioniero, stava per imbarcarsi per il fatidico viaggio. La notizia della nascita del figlio lo raggiunse con un telegramma ma il tragico destino volle che padre e figlio non si conoscessero mai.

Nel 62° anniversario della tragedia, è doveroso dedicare un pensiero a questi nostri connazionali e compaesani vittime del pregiudizio e dell’intolleranza. Se è vero che la storia si ripete, e se crediamo che si possa imparare dagli errori del passato, questa è una vicenda che ha ancora molto da insegnare in tema di pace e di fratellanza tra i popoli. Solo conoscendo a fondo il nostro passato potremo acquisire una nuova prospettiva sul presente. E il sacrificio di queste vittime non sarà stato del tuto vano.

Serena Balestracci, Il Corriere Apuano, 29 giugno 2002.

La copertina del libro di Serena Balestracci

L’articolo proposto dal Corriere Apuano scaturisce dalla tesi di Laurea che Serena Balestracci, fiorentina di famiglia pontremolese, ha discusso alla Scuola superiore di Lingue Moderne per interpreti e Traduttori dell’Università di Bologna sul tema della tragedia dimenticata dell’Arandora Star. Un argomento con il quale la neo dottoressa è venuta a contatto quasi per caso e che in breve le ha svelato una vicenda rimasta, soprattutto in Italia, per decenni patrimonio soltanto di pochi, studiosi o parenti delle vittime. Ne è nata una passione che Serena Balestracci ha condiviso con il proprio relatore, il dott. Peter Mead, originario di un paese, il Galles, dove la tragedia ha lasciato profonde ferite. Sulla tragedia Serena ha pubblicato un libro nel 2008 dal titolo “ARANDORA STAR – dall’obblio alla memoria”.

In 79 emigranti da Bardi, Pontremoli e Barga trovarono la morte nel mare dell’Irlanda.

Sull'”Arandora Star” morirono 446 italiani, originari di ogni parte d’Italia, soprattutto del Nord. Ma la fascia appenninica tosco emiliana ha sofferto perdite particolarmente gravi in questo disastro: sommando le vittime originarie delle province di Lucca, Massa-Carrara , Parma e Piacenza si arriva ad un totale di 131 dispersi, cioè quasi un terzo del numero complessivo. Tra i comuni di queste province, i più colpiti dalla tragedia sono stati Bardi, Pontremoli e Barga. Le 19 vittime del comune di Pontremoli erano originarie delle frazioni di Traverde, Grondola, Guinadi, Braia, Bratto e Molinello, ma anche del capoluogo comunale stesso.

Bardi ha perso nella tragedia addirittura 48 dei suoi capifamiglia, originari della varie frazioni ed emigrati in Galles. Barga in provincia di Lucca, conta 12 dispersi, arrestati in Scozia.