Ballata classica Ligure - Apuana di Giulio Enoizi

Già essi la Val di Magra e Val Serchio un dì
su l’Appennin dal Gottero al Cusna e fin
quei monti poi da loro chiamati
Alpi Apuane abitaron forti,
lasciandosi a levante i Ferniani e, su,
gl’Ilvàti e gli Statelli e gl’Ingàuni insiem,
e a ponente gl’Intimèli
ed i Taurini, fratelli tutti,.
Già tutti questi Liguri vinto avea
il Latin genio: libera sol restò,
su “Nude” e “Panie” e su “Pelate”,
gente a roncar e lottar coi venti;
cercante assidua il misero pane suo
frugando anfratti in busca di cacciagion,
contenta d’allevar sua prole
fra i “castellari” ed i suoi “casoni”.
Senz’invidiar la grascia del pingue pian,
a greggi e mandre, assidui atteser sol,
con lo “scolobbio” la “mischiata”
d’orzo e castagne intridendo lieti.
La donna intanto, al ligneo colatoio,
strizzava la cagliata, in un rito pio
intesa tutta ad apprestare
per la famiglia l’invernal vitto.
Là ne la greppia, l’ultimo suo piccin,
(poppante, intinto in miele, quel suo
a quando a quando, lieta, mira [ succhion
nudo a scalciare e raccogliere l’aria.
Sorride, e vòlta verso il cantone buio,
dov’è la “stele” patria tutelar,
dal nume invoca buona, al figlio
ultimo pur, la fortuna lieta.
Ma lui beffardo ghigna dal sasso reo:
sa che non può per nulla sul lor destin:
da lungi vario un suon si leva
rauco, il gracchiar de le ciaramelle.
Arriva trafelato sul mulo suo
il primo, già mandato dà suoi per vin
là oltre il passo il giorno innanzi,
senza i capretti, e le “baghe” vuote.
Si leva il padre e scruta: (laggiù per vin
dà Genoàti al passo mandò laggiù,
con sei capretti e il mulo, il primo:
che ne sarà, che c’è mai di nuovo?)
Quand’ecco Alàsco e il mulo, in terror, son qui.
“Che c’è, figliuol? Che dice frastuono tal?
ed hai le “baghe” vuote? e il vino,
che pure a te non dispiace affatto?
Ma la risposta arriva da un gran clanglor:
non sono le cennamelle di scorza più:
ma son le trombe dei Romani,
cani, che arrivan di la da l’acqua!
Stà calmo! i nonni e i padri attaccaron: noi
li respingemmo sette e più volte. Stà
ben certo che anche questa volta
respingeremo il nemico infame.
Ma senti, intanto: suonan a l’armi in gran
distesa le castànee pive insiem:
gli spiedi afferra coi forconi:
tirali giù dal gradil di sopra.”
Su, dove ognun corrèa, volar i due
in campo a l’adunata coi caporion,
per prevenirli al serravalle,
poi che laggiù si vedèan salire,
laggiù per la Gordana: sei mila e più,
e Quinto Marzio in testa: ma torme due
di cavalieri avèan per ale,
verso Arzelato e Dozzano, a tempo.
Deciser essi allora un’astuzia alfin:
sostare là dov’rano senza più,
su le “lame” irte e senza scampo
salvo che in fondo a’ burroni “stretti”.
Così, quatti e nascosti, restaron lì
la notte e il dì seguente tra piante e prun;
frattanto nulla in marcia han visto
i cavalieri ne l’esplorare.
Ma allor che, ignaro, il grosso Roman si fè
sui fianchi folti e ripidi del Borel,
sicuro d’esser da’ due corpi
di cavalier garantiti a’ lati,
balzar da l’alto de’ nascondigli lor,
da valorosi Liguri, gli Apuani
(de Zeri uniti e Val Verde,
Bratto e Guinadi e Cervara e Braia)
che con Torrano e gli altri circonvicini
difeser la residua libertà
d’Italici ultimi a cader)
in quel dì stesso facendo strage.
Tuttora de la gèsta memoria s’ha,
dal luogo detto “Tecchia del sangue”, noi
cui sempre cinse orror la mente
l’eco del sangue lassù versato.
Un’altra “Tecchia Rossa” di fronte inver
ricorda nell’epiteto il rosso rìo
che là sprizzò, del Roman sangue
da la cost’alta chiamata ancora
da tutti “i cerri Marzii”, o giù di lì.
Nota: Si elencano le tribù dei liguri antichi,
fra cui gli Apuani, i più bellicosi difensori
della loro libertà e ultimi a cedere ai Romani
fra tutti gl’Italici. La scena idilliaca si pone
entro i confini di Zeri (=Cerri) di cui faceva parte
la valle del Verde. La località “Cerri di Marzo” è
nella fiancata orientale del Monte Borello, oggi
territorio di Torrano, e così chiamata da tempo
immemorabile. L’ubicazione è di nostra induzione,
ma la battaglia è storica; Livio mette nel 567 di Roma
(186 a.Cr.) la sconfitta del Console Quinto Marzio.
Milano, 20.6.1978, in occasione del XXVII Premio Bancarella