Di questi giorni puntuale arrivava da Torino una ricerca sempre originale ed interessante di Edoardo Maria Filipponi, “rigoroso appassionato di storia locale ” per condividere con la famiglia del Corriere Apuano il ricordo di amicizia e di stima per Mauro Bertocchi, scomparso il 10 novembre 1997.
Ora anche Edoardo è stato strappato immaturamente alla vita. In memoria di questi nostri collaboratori pubblichiamo, di una relazione di Mauro sulla storia dellafamiglia Dosi, presentata nella tornata estiva della Deputazione di Storia Patria Parmense del 1990, qualche elemento dell ‘appendice, che contiene la denuncia dei beni familiari registrata negli Estimi della Comunità di Pontremoli a partire dal 1588.
I Dosi compaiono nelle testimonianze prodotte in sede locale alla metà del sec. XVI, quando Guglielmo Dosi di Nicolò venne a Pontremoli al seguito di Aloisio Corbuda, che prendeva possesso, in nome del re di Spagna Filippo II, del centro del paese e della sua giurisdizione.
Dagli Estimi dei beni fondiari, trascritti con competenza da paleografo da Mauro Bertocchi, salta agli occhi l’ampiezza delle proprietà acquisite nel tempo e soprattutto si ha un quadro concreto e localizzato delle coltivazioni praticate nel territorio e della classe sociale dominante. La proprietà terriera di una certa dimensione è in mano a non molte famiglie con cognomi ancor oggi persistenti.
Le terre registrate a catasto hanno denominazioni appropriate sito per sito con espressioni tuttora rintracciabili. Sono classificate con termini che dicono la qualità delle coltivazioni e il loro valore economico e di mercato.
Sono denunciate come terra canebaria (la canapa era coltura diffusa nelle singole famiglie per procurarsi biancheria e vesti), terra campiva, arborata, vidata, prativa, olivata, ortiva, guerzata, castaneata, castaneata cum casono, praedium alli brogni (podere con cespugli ), a saldo. A volte la terra viene registrata cum domo intus, è il caso, ad esempio, della terra campiva, acquistata da Carlo Dosi nel 1635 “in co de Chiosi”, vicino al fiume Verde; vi si può identificare il nucleo di terre dei Dosi, con dentro una casa a destinazione rurale dove ai primi del Settecento sorgerà la storica villa, tuttora abitata dai discendenti. (“in co ” è espressione fiorentina, “in co del ponte” scrive Dante in Purg., 111, 128; nel dialetto lunigianese troviamo “portare in co , camera di co”, toponimi come Codiponte: significa “ln cima”, “ln testa”, viene dal latino “caput”).
I Dosi avevano beni immobili di varia pertinenza, non sempre contigui: a Grondola e a Maria “de monte mense”, a Traverde, Vico, Dobbiana, Arzengio, Logargana, Pontremoli e suo donnicato extra moenia. I beni denunciati in proprietà privata a volte confinano con “bona” ecclesiastici dati a livello, in affitto a lunga scadenza (molti terreni dei frati agostiniani della SS. Annunziata in varie parti di pertinenza di Dobbiana confinano con quelli dei Dosi), confinano anche con ‘bona communia”, terre di proprietà comune dei paesani per il pascolo, la legna e i prodotti spontanei.
Queste fonti documentarie degli Estimi rispecchiano un’economia agricola di sussistenza per i mezzadri e per i piccoli coltivatori diretti, che sono la grandissima maggioranza della popolazione. Emerge un piccolo numero di signori di nobiltà antica o di recente acquisizione che promuovono colture endemiche conformi al clima, alla morfologia e natura geologica dei suoli di Lunigiana, destinate al loro benessere e ad un modesto mercato interno.
Maria Luisa Simoncelli, Il Corriere Apuano, 8.11.2003