
Nelle nostre cantine non ci sono più le gattaiole: piccole aperture sul fondo della porta che lasciavano libero accesso ai gatti, signori indisturbati, liberi di uscire di giorno e di notte a caccia di topi e lucertole. Oggi anche i gatti sono animali da compagnia, spesso privati della libertà di girovagare, reclusi negli appartamenti, fossero anche gli appartamenti accoglienti di un papa gattofilo.
Pochi altri animali domestici hanno attraversato i millenni accanto all’uomo senza altro da offrire che la caccia ai topi divoratori delle derrate e pochi altri animali sono stati oggetto di accanimento: talvolta in antichissimi riti furono vittime di sacrifici messi fortunatamente al bando dal cristianesimo, ma i gatti hanno superato persecuzioni, ignoranza, guerre e pestilenze. Divinizzati dagli antichi Egizi, i gatti hanno via via conquistato anche il mondo romano, sostituendo le faine nella caccia ai topi: ai soldati di ritorno dal servizio in Egitto fu permesso di portarsi a casa clandestinamente un gatto. Per secoli, fino al XIX secolo, nel diritto commerciale il comandante di ogni nave doveva imbarcare un buon numero di gatti per dar la caccia ai topi e se il comandante avesse ignorato l’obbligo e si fossero avuti danni provocati dai topi sarebbe stato chiamato a risponderne.
Nel medioevo il gatto veniva talora considerato un simbolo di sfortuna, amico delle streghe, ma non ci fu da parte della chiesa quella persecuzione della quale si favoleggia. Nel 1233 il papa Gregorio IX, nella bolla “Vox in Rama” emanata per reprimere movimenti eretici tedeschi, riportò il racconto di un culto satanico durante il quale il demonio sarebbe apparso sotto la forma di vari animali, tra i quali un gatto nero. Tuttavia, in nessuna parte della bolla papale si ordina o si cita lo sterminio di gatti. Nei monasteri e nelle cattedrali si ospitavano i gatti, apprezzati per la lotta contro i topi e nella “Regola delle Anacorete” un manuale monastico scritto nel 1200, si legge: “Non possederete nessuna bestia, mie care sorelle, eccetto solo un gatto “. Nell’agiografia di Santa Chiara d’Assisi compare una gatta:
“sora Gattuccia ” che viene ricordata vicino a lei e alle clarisse libera di presenziare anche alle attività che si svolgevano in chiesa. La donna e il gatto nelle varie culture hanno sempre avuto un legame particolare: la dea egiziana Bastet aveva corpo di donna e testa di gatto, mentre la dea nordica Freya era rappresentata su un carro trainato da quattro gatti grigi; nell’antica Roma un proverbio recitava “il gatto si siede dove è seduta la donna “.
Forse non è un caso che in un antico, e ora non più utilizzato, oggetto di uso tipicamente femminile (aguarolo in dialetto e consistente in una bacchetta di legno decorata da tenere sotto l’ascella e sulla quale infilare l’ago da calza) compaiano incise maschere di gatto: l’oggetto ritrovato è in legno di bosso ed è stato un dono di fidanzamento acquistato in Valdantena e offerto nella seconda metà dell’ottocento ad una giovane di Bosco di Corniglio. Per restare in tema di oggetti legati al gatto, nel 1912, nel Museo Etnografico della Spezia furono raccolti alcuni esemplari di portamonete di pelle di gatto che si usavano in quasi tutta la Lunigiana (borsa, borsoto, borse de gato): erano conciati artigianalmente e si ripiegavano due o tre volte prima di metterli in tasca. Nel medioevo, e non solo per l’utilità della caccia ai topi, il gatto era generalmente benvoluto e rari furono i casi di tortura e di associazione gatto-strega, valga come esempio del benvolere questa poesia di un monaco amanuense irlandese del IX secolo: “Io e il mio gatto Pangur Bün abbiamo lo stesso compito: lui a caccia di topi lieto corre, io a caccia di parole sto seduto notte e giorno.(….).
Dove il gatto è sempre stato considerato un utile alleato è nel mondo contadino, non solo per la caccia ai topi, ma anche perché in alcune storie di paura diventa una sorta di amuleto per allontanare i pericoli di incontri con processioni di anime vaganti, come in questi racconti di Filattiera e Guinadi.
C’era una donna che faceva la fornaia a Filattiera e di notte illuminava il forno con le candele; mentre lei lavorava tutti si chiudevano in casa, perché al di fuori delle due porte del paese passavano temibili processioni di spiriti. Una sera, incuriosita, volle andare a vedere le anime vaganti e l’ultima della fila le offrì un cero che lei prese volentieri, perché le sarebbe servito per far luce nel forno.
Al mattino scoprì che il cero si era trasformato in un braccio umano e spaventata corse a chiedere consiglio al prete che le disse: “Devi fare così: stasera vedrai’ che ripasseranno e quella donna sarà senza cero, tu le offrirai quel braccio, lei lo prenderà, ma tu dovrai portare in braccio un gatto e un bambino, perché altrimenti! …. ” Quando la processione passò l’anima vagante senza cero si riprese il braccio c le disse: “Ti è andata bene che ti hanno insegnato cosa fare, perché altrimenti… sei ben provvista di bambino e di gatto, perché altrimenti questa sarebbe stata la tua serata! “

A Guinadi gli spiriti venivano lassù al cimitero: c’era una donna che non aveva il lume, non aveva neppure i fiammiferi per accendere una candela e chiese agli spiriti di accenderla. Appena fu accesa scoprì terrorizzata di avere tra le mani un osso e quando andò a confessarsi questo fu il consiglio del prete: “Stasera quando ripassano riporta l’osso e ridallo all ‘anima vagante, però metti nel grembiule un gatto nero e uno bianco.” Quell’anima riprese l’osso e le disse: “Ti è andata bene perché hai gatto e gattone, altrimenti ti farei vedere chi sono! ” Alla pericolosa potenza malefica e di morte degli spiriti i preti non indicano di opporre preghiere, ma consigliano di sfidarli con due simboli di forte vitalità: l’innocenza vitale di un bimbo che si apre alla vita e al futuro, ma anche la forza di quei misteriosi animali che sono i gatti, dei quali si dice che abbiano sette vite.
Magia, amore tradito scoperto con la complicità di un gatto e riconciliazione sono gli ingredienti di un racconto di Zeri pubblicato dal Caselli e da Petronilli.
Un giovane di Castello emigrò in Corsica in cerca di lavoro e in una sera di carnevale disse ad un compagno di provare tanta nostalgia per la fidanzata rimasta in paese. L’amico, dotato di poteri magici, fece mettere i piedi del giovane sui propri e le mani sulle sue spalle: cosi uniti saltarono in un bacile colmo d’acqua steso per terra. In un baleno il giovane Innamorato si ritrovò a casa e, seguendo le istruzioni dell’amico, si spalmò sul corpo l’unguento che gli era stato consegnato. Di colpo si trasformò in gatto cd entrato in casa della fidanzata la trovò ad amoreggiare con un altro abitante del luogo: il gatto, addolorato e irritato, con una zampetta spese il lume ad olio che era sulla tavola. Riacceso il lume, la giovane indispettita prese un coltello e tagliò la zampetta al gatto che subito si dileguò. Dopo un anno il giovane tornò a casa e andò dalla fidanzata mutilato della mano destra ed alle domande sull ‘accaduto le raccontò la verità. Grandi furono il dolore e il pentimento della giovane che, perdonata, fu felicemente portata all ‘altare.
In questa storia ci sono tutti gli ingredienti simbolici della magia: l’acqua nel catino simboleggia il mare e lo si attraversa saltandogli sopra; l’unguento misterioso è un altro elemento tipico di tante storie di magia e, infine, quale animale poteva entrare indisturbato in casa, se non un gatto?
Lo avrete capito: il gatto rimane quel misterioso elegante compagno degli umani che conserva sempre la sua indipendenza. E’ affettuoso e sfuggente, ubbidisce solo se gli va, è segno vivente di contraddizione, non a caso in una filastrocca lunigianese viene citato assieme ad un fenomeno naturale inconsueto: la pioggia col sole. “Piove e mira il sole / la gatta la fa l’amore, la strega la fa i tortelli, ma non ne dà ai suoi fratelli”.
Riccardo Boggi, I gatti e le processioni di spiriti, gli strani consigli del prete e un tradimento finito male, tratto da Almanacco Pontremolese 2022, edito e curato da Centro Lunigianese di Studi Giuridici