I LIGURI – ETNOGENESI DI UN POPOLO

Edito da ECIG, Genova 1999, questo saggio di Renato Del Ponte sui Liguri dalla preistoria alla romanizzazione viene da lontano, sa un interesse a lungo coltivato per gli studi sui popoli antichi dell’Europa mediterranea e continentale. Si è aggiunta una frequentazione di tanti libri e riviste ad ampio raggio sulle età protostoriche e storiche. Le note, tante e precise, l’ampia bibliografia di riferimento già testimoniano la complessità del tema e la solidità delle basi documentali su cui l’autore si è mosso per organizzare le sue tesi interpretative sui Liguri. E’ quella dei Liguri una gente che non acquisì se non molto tardi “coscienza” politica e di comunità etnica, una “polvere di popoli” li definì Strabone, parlarono lingue assai diverse, non ci hanno lasciato letteratura. Quello che sappiamo sui Liguri di fonte scritta ci viene da testi greci e latini: Esiodo per la prima volta parla dei Liguri. Per il periodo anteriore bisogna interpretare sulle fonti archeologiche, toponomastiche.

L’analisi di Del Ponte parte dal Paleolitico di cui sono arrivati a noi gli scheletri di Cro-Magnon in Dordogna, un tipo umano che frequentò anche le grotte dei Balzi Rossi presso Ventimiglia. L’area ligure preistorica è molto più ampia di quella fisico-geografica attuale, andava dall’Atlantico a tutto l’Arco del Rodano, Le Alpi e gli Appennini con presenze anche in Sicilia. Con l’ultima glaciazione (circa 18mila anni da oggi) si ruppero forse i contatti tra i tipi cromagnonoidi dell’area franco-cantabrica e quella che Del Ponte chiama area atlanto-mediterranea. Della grande rivoluzione del Neolitico, che ha portato l’agricoltura col decisivo ruolo della donna per la domesticazione delle piante, la circolarità del seminare e del raccogliere, in Italia abbiamo le prime stazioni riconoscibili alle Isole Tremiti, in Puglia e in Liguria. Soprattutto tre sono le stazioni liguri neolitiche: di Monte Bego, Finale e monte Sagro sopra Carrara. Per identificare le popolazioni liguri sono utili indagini fatte da precedenti studiosi, tra cui il grande Nino Lamboglia dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri, A.C. Ambrosi, ricercatore validissimo, Vincenzo Formicola dell’Università di Pisa, che ha indagato su dati ereditari a lunga durata come l’antigene Kell. Risulta che tante sono le “facies” culturali autoctone di una gente non omogenea come furono i Liguri, ma che ha popolato con continuità una vasta area.

la genesi del substrato etnico preromano dei Liguri dal Neolitico procede nell’Eneolitico (pietra e rame), però le principali culture del rame in Italia, quella del Rinaldone al Sud e di Remedello a Nord non pare che siano entrate in Liguria.Una di queste “facies” culturali è quella della necropoli di Chiavari (tardo Bronzo e prima età del Ferro tra VIII e VII sec. a.C.) che insieme ai reperti di Camogli documenta uno dei pochi insediamenti urbanizzati. Pur vicini al mare, i Liguri antichi non furono naviganti. I 96 recinti di Chiavari contengono tombe a incinerazione, segno che i Liguri si erano indoeuropeizzati, passando per influssi celtici a cremare i morti, non potendo chiaramente distinguere tra cultura celtica di Golasecca tra Adda e Oglio e cultura ligure, si usa l’aggettivo composto celtoligure. Nell’area ligure la più antica urna cineraria è quella di Rossanodi Zeri.

Ma scambi ci furono anche tra Liguri e “culture classiche”, come Del Ponte rintraccia da miti, geonomastica e toponomastica, scambi anche con popoli nordici.

Da considerazioni etno-linguistiche che il Prof. Del Ponte si impegna a definire la vita spirituale dell’etnia ligure studiando molto, ma non soltanto, i segni incisi ( sono 60mila) di monte Bego nella Alpi Marittime, un “santuario” frequentato da pastori transumanti. Vi sono segni di adorazione di divinità uraniche, del cielo poi “secolarizzate” e fatte più attive, desiderose di raggiungere l’immortalità : così viene letta la figura dell'”orante” del Bego: il monte sacrale per la sua imponenza numinosa diventa il Dio stesso bego. Tra le aree sacre dell’arco ligure, specie quella del Sagro, si intreccia anche il fenomeno del megalitismo: le statue-stele per Del Ponte potrebbero essere l’antropomorfizzazione delle vette stesse, una tesi ardita, inedita.

In questo saggio c’è anche l’impegno di trovare l’etimo di “ligure”; si fa derivare daglie Elysici insediatisi nella pianura sotto Narbonne ( detta in latino “prata liguriae”) e i greci li chiamarono Lyguses donde, per rotacismo, Ligures. Fondata Marsiglia nel 600 a.C. dai Greci, i Liguri furono spinti sempre più verso Est, in quella che propriamente oggi intendiamo per Liguria.

Tito Livio, lo storico romano che ci ha fornito le maggiori informazioni sui Liguri, dice che stavano “per vicos e castella”. I castellari sono la primordiale organizzazione sociale dei Liguri, sorgevano sulle sommità collinari, dove si allineavano pietre a secco con andamento ellittico, aumentarono di numero tra il VI e il IV sec. a.C. perchè la pressione sui Liguri si fece sempre più forte e fu necessario aumentare le difese contro attacchi dal mare e per le rivalità interne. I LIguri più combattivi furono gli Apuani, tra foce di Serchio e Arno, una “koinè” culturale con coesistenza di forma liguri ed etrusche.

La parte ultima del saggio affronta lo scardinamento provocato dalle incursioni dei Galli che nel 388 arrivarono ad assediare Roma. Gli Apuani si erano organizzati contro gli Etruschi, i Galli e poi i Romani, trovando una maggiore identità ed aggregazione. Contro di loro Roma dedusse le colonie di Lucca e poi di Luni, ma le resistenze a nord rimasero forti.

Ad Ameglia sono stati trovati reperti celtoliguri, con urne cinerarie ed armi del tipo celtico come quelle del più recenti statue-stele. Nella zona di Ameglia, zona nella quale è stata ritrovata un’importante necropoli dell’età del Ferro, gli studiosi hanno posto il “portus lunae”, approdo anteriore alla deduzione di Luni nel 177 a.C. e descritto da Strabone in termini che hanno portato Lamboglia ed altri ad identificarlo con La Spezia, Del Ponte invece – come Ambrosi e T. Mannoni – ritiene che il portus lunae fosse lungo la foce della Magra, in un vero e proprio snodo viario naturale di terra e di mare, laddove la penisola di stacca dal continente. Una storia difficile da ricostruire quella dei Liguri e fatta finire dai Romani che, per garantirsi il controllo della via terrestre e marittima costruirono la via Aurelia “vetus” prima fino a Pisa e poi la Aurelia “nova” e per domare definitivamente le scorrerie degli Apuani, dopo ripetuti scontri, usarono la deportazione, in due tempi, di 47.000 famiglie nel Sannio (180 a.C.) e subito dopo dedussero la colonia di Luni. Gli Apuani deportati presso Benevento fecero isolamento etnico, sono i Liguri Baebiani e Corneliani, così chiamati dal nome dei due consoli che li fecero deportare. Ristretti gruppi di Apuani sopravvissero in valli interne alla Liguria orientale e riprovarono a ribellarsi ma nel 155 a. C. finisce tutta la storia autonoma di questo antico popolo, ora più conosciuto grazie a questo saggio storico e critico di R. Del Ponte, che porta in appendice anche una ricerca di Alice Freschi sulla “Persistenza delle tradizioni religiose dopo la romanizzazione delle Alpi Occidentali” e un utilissimo indice di ricerca.

Il Corriere Apuano, 8.5.1999