

Avere sempre una buona scorta di legna era determinante in tempi in cui nelle zone rurali bruciare legna era l’unico modo per riscaldare gli ambienti, cuocere il cibo e seccare le castagne.
Fare legna era anche il modo per tenere pulito il bosco e per rendere accessibile e ordinato il sottobosco; era anche necessario potare i castagni eliminando il selvatico che toglieva nutrimento alla parte fruttifera della pianta.
Per il taglio dell’intera pianta si utilizzava la scure e se la pianta era grossa erano due le persone all’opera: una si poneva a destra e l’altra a sinistra e utilizzando entrambe le mani colpivano l’albero facendo volare via grosse schegge, sino a creare un varco nel tronco.




Una volta a terra, la pianta veniva ripulita dei rami, utilizzando il pennato per quelli più piccoli, l’accetta per quelli più grandi. Quindi con un segone (u sarun) si sezionava il tronco in pezzi di dimensione tale da poter essere caricati sulla traza (con la bena).Se il tronco era troppo grosso per essere sollevato e trasportato si spaccava in più parti utilizzando la mazza e dei cunei di ferro, accelerando così anche la fase di seccagione. Se il taglio riguardava un vasto appezzamento di terreno oppure avveniva in località impervia, non raggiungibile con la traza, si chiamava un mulattiere il quale provvedeva al trasporto con i muli.


Anche in questa attività il progresso degli anni cinquanta/sessanta ha cambiato radicalmente modi e tempo di intervento.
Per il taglio in più sezioni di un tronco non eccessivamente grosso non era più necessario il segone (u sarun) ma era sufficiente una sega ad arco (la saréta) che poteva essere azionata anche da una sola persona.

L’introduzione poi della motosega ha reso il lavoro ancora più veloce. Un uomo solo poteva tagliare e sezionare una pianta in un’ora, al boscaiolo di ieri invece non sarebbe bastata un’intera giornata.


Anche la motosega e con lei la legna, hanno avuto temibili concorrenti che ne hanno fortemente sminuito l’importanza; negli anni sessanta sono cominciate a comparire le bombole portatili di gas e pochi anni dopo i bomboloni di GPL ricaricabili che hanno dato alle famiglie tempi di autonomia nettamente superiori rispetto alle bombole.
IL SEGONE
Il segone (“u sarun”) era un attrezzo che veniva utilizzato dai contadini per tagliare nei boschi piante e tronchi. Era lungo circa 1,20 metri ed i pioli alle due estremità consentivano a due uomini di azionare con andamento alternato il segone. Era utilizzato anche a casa per sezionare tronchi grossi in tagli da 20/30 centimetri che venivano poi spaccati e bruciati nelle stufe. I tronchi venivano portati a casa con le “traze” tirate dalle mucche; in caso di boschi impervi venivano utilizzati i muli.

IL CAVALLETTO (LA CRAVA)
Per tagliare il tronco in piccoli pezzi da inserire nella stufa occorreva che il tronco stesso fosse fermo e stabile. La crava, come veniva chiamata dai nostri vecchi, era uno strumento composto da due coppie di legni disposti ad X e stabilizzati con legni inchiodati trasversalmente. Questo strumento viene utilizzato ancora oggi per tagliare la legna, anche se il taglio avviene con la motosega e non più con il sarun oppure con la sareta.

LA SEGA AD ARCO
La sega ad arco è l’evoluzione del segone (u sarun), è composta da una lama e da un arco a forma trapezoidale sufficientemente elastico per tenere in tensione la lama. È utile per il taglio di tronchi di discreto spessore e può essere utilizzata da un solo operatore oppure da due in caso di legno molto secco e duro.


IL PENNATO
Il pennato è un attrezzo agricolo utilizzato dai contadini per potare le piante, liberandole dai rami superflui. E’ formato da una lama ricurva (assomiglia vagamente ad un punto interrogativo), affilato su un lato e con una impugnatura di osso o di legno oppure, nelle versioni più recenti, di anelli di cuoio incollati ed infilati sulla parte terminale dell’attrezzo, poi ripiegato a gancio per poterlo appendere . Nelle Alpi Apuane sono molti i ritrovamenti di siti antichi con incisioni di pennati. ” il pennato, assieme alla ronca ( piccola zappa) – spiega Stefano Pucci di Apuantrek – sono gli attributi principali del dio Silvano, il signore della selva la cui più antica rappresentazione ritrovata a Ghiaccioforte (GR) è stata datata al III secolo a.c.; corrisponde ad una deità campestre in bronzo di sei centimetri e che rappresenta una figura maschile nuda che tiene nella mano destra un pennato di due centimetri. Questo personaggio non era venerato nei luoghi pubblici ma era invocato e venerato nei luoghi selvatici per la lavorazione della terra e degli alberi. Gli Apuani, si sa, erano popoli che vivevano in luoghi estremamente inospitali e selvaggi e questo strumento era molto adatto per i loro usi.

