



Agli inizi degli anni ’70 transitando in inverno nella strada che dal paese porta ai prati di Narela, al ponte sul torrente Mezzemola era possibile udire lo scroscio dell’acqua che cadeva dalla grossa canala di legno ed il rumore delle pale che giravano e delle macine che frantumavano le castagne secche. Se prendevi il viottolo che dalla strada scendeva al mulino e ti avvicinavi alla porta della stanza dove era in funzione la macina già avvertivi il tipico sapore dolciastro dei pulviscoli di farina che imbiancavano l’aria e tutto l’ambiente circostante. Il mulino metteva allegria, soprattutto nei ragazzi, ma anche agli adulti le labbra si piegavano in sorriso: da sempre tramutare le castagne secche in farina era il momento più importante di tutto l’anno, riempire lo scrigno significava avere cibo sino alla prossima raccolta. Oggi gustare cibi a base di farina di castagno, come pattona e frittelle (padléti) fortunatamente è uno sfizio, una golosità ma non sempre è stato così.

Ecco perché i mulini erano importanti, ogni paese aveva i suoi. Non c’erano solo le castagne, c’era anche un po’ di frumento e di granoturco da macinare.
Il nostro torrente, il Mezzemola, non aveva grande portata d’acqua, anzi ricco e abbondante d’inverno quando pioveva, si prosciugava quasi con l’arrivo della buona stagione. I mulini avevano perciò solo alcuni mesi per funzionare bene, a Torrano ne sono stati registrati quattro dal censimento napoleonico di inizio XIX secolo: due di Caporai e uno di Mariano ad una macina ed uno di Baroncino a due macine[1].

A Torrano le cave di pietra per ricavare le macine non mancavano, ancora oggi andando per i boschi è possibile vederne qualcuna, al Castlan oppure una grande a mezza costa sul monte Burello in località Funtanela e c’erano anche le competenze rappresentate nel corso del XX secolo da Angella Nello che della lavorazione della pietra aveva fatto un mestiere.

Oggi abbiamo i ruderi solo di tre dei quattro mulini: quello già citato sulla strada per Narela, uno presumibilmente dei Caporai (ancora oggi il terreno su cui insiste il rudere è di proprietà della famiglia) dotato di un’ampia gora, ancora in piedi, a testimonianza della scarsità di acqua disponibile ed eretto sulla strada presso il ponte sul Mezzemola che da Torrano conduceva alla SS. Annunziata ed a Pontremoli e l’ultimo a Clugna, nei cui pressi poi è stata costruita la diga che convoglia le acque del Mezzemola alla centrale idroelettrica di Teglia.
Nell’Estimo del 1508 viene indicata la presenza di un solo mulino, di proprietà dei Pede sul Mezzemola.

[1] La pietra e l’acqua – i mulini della Lunigiana a cura di Gianluigi Maffei – ed. SAGEP