I SARACENI DEL GORDANA

Dal passo del Rastrello e dal Monte Tecchione scendono, vorticoisi e rapidi, i Canali Cedolo e Muriccio per incontrarsi più a valle in uno scrosciante abbraccio da cui prende vita il torrente Gordana. Fin dalle origini, il Gordana rivela la sua identità. Acque limpide e cristalline scorrono veloci con ripetuti salti in un percorso tormentato e denso di ostacoli con sassi e massi disseminati sul letto del torrente. Un debutto fragoroso, come si conviene a un vero corso d’acqua di montagna. Poi, a poco a poco, l’assordante voce del torrente inizia a placarsi nei primi slarghi ove ha inizio il nostro incontro con un fiume che ha tramandato avvincenti storie attraverso testimonianze e ricordi di gente del luogo. Al mio accompagnatore, il guardapesca del posto, porgo i miei primi interrogativi. Sui mulini che troviamo lungo il torrente la curiosità è d’obbligo. Il mulino “Cestino”, il “Garghé”, il “Riccetto” e il “Gianòn” sono i nomi di questi casolari abbandonati che un tempo provvedevano alle esigenze vitali di tanti valligiani. Scorre più lento il Gordana in questi luoghi, una volta frequentati per le risorse che potevano dare ed oggi lasciati al loro destino di un facile deperimento. Scendiamo più a valle con il torrente. Laggiù in fondo si intravede un pescatore a caccia di possibili prede. Con un gesto il guardiapesca mi impone il più rigoroso silenzio. Immobile assisto al suo avvicinamento verso il pescatore che, solo all’ultimo istante, si accorge della presenza della legge. Nel rituale controllo intravedo la serietà di un lavoro iniziato quanrant’anni fa con tutti gli imprevisti di un nmestiere che spesso porta a contatto con i casi più disparati di bracconaggio. Affiorano i ricordi del guardiapesca su questo pessimo costume che, di tanto in tanto, in questi posti imperversa ancora. Tante satire e tante testimonianze dell’assurdità di una pratica distruttiva tuttora aqnnidata nella mente di alcuni irresponsabili. E lo sguardo corre immediatamente verso queste acque e i loro abitanti che meriterebbero il più assoluto rispetto da parte di tutti.

L’esplorazione del Gordana continua. In prossimità del tributario Noce un ponte in sasso porta verso l’ultimo mulino il “Marghino” mentre il torrente ora acquista sempre più rapidità iniziando ad insabbiarsi fra rocce e rupi grondanti d’acqua. E’ questo il vero Gordana dirompente fra pareti di sasso umide e boscose. Più a valle, immerso in boschi di cerri e di castagni, tortuosamente si fa strada ricevendo le acque fresche ed ossigenate di alcuni canali provenienti dalle vallate laterali. Ma ormai nelle vicinanze dell’abitato di Cavezzana la corsa del torrente viene quasi completamente carpita dalla presa della Centrale che con la diga interrompe l’ìimpetuosità di questa acque. Qui, sotto la diga, il Gordana è appena un modesto corso d’acqua che si addentra tra anguste gole raggiungendo i famosi stretti di Giaredo. Uno spettacolo affascinante si apre agli occhi del visitatore. Le acques cristalline scorrono tra due ripide pareti alte oltre cinquanta metri che, in alcuni punti, arrivano quasi a toccarsi lasciando penetrare appena qualche raggio solare. Osservando attentamente le rocce si intravedono alcune cavità o grotte naturali su cui la tradizione ha ricamato curiose leggende. Dicono che qui, un tempo, abbiano abitato i saraceni.

Gli stretti di Giaredo – foto tratta dal sito Strettidigiaredo.org

Vengono in soccorso anche testimonianze poetiche. All’inizio di questo secolo Luigi Buglia nei suoi “Sonetti della Gordana” così decantava:

Qui, per oscure grotte, su cupi abissi:/una selvaggia gente visse di preda:/ nella tarda notte famelica sortìa lungo il torrente…..

E le grotte, giù lungo le rupe, sull’acqua / turgide e profonde, spalancano la bocca / orride e mute”.

Protagonisti assoluti di tali leggende, gli stretti di Giaredo, a guardarli, distribuiscono un certo timore.

Appena lontana parente di quello che era il torrente sopra la diga, il Gordana, dopo lo spettacolo degli stretti, si avvia sempre più lentamente a concludere la sua corsa per andare a sfociare dopo quindi chilometri di percorso nel fiume Magra.

Alfredo Caligiani