Risalgono alla metà del VII secolo le prime notizie su invasioni dei Saraceni in Italia, inizialmente concentrate sulla Sicilia, terra facilmente raggiungibile dalle coste africane ma ben presto destinate ad espandersi su tutte le coste del Mediterraneo.
Inizialmente le incursioni erano destinate ad ottenere abbondante e facile bottino ma agevolati da un lato dalla crisi dell’Impero Romano d’Occidente e dall’altra dalla mollezza degli Imperatori bizantini, ben presto i Saraceni decisero di insediarsi stabilmente sull’isola.
Le ricche terre italiche rappresentarono una irrinunciabile attrazione e costituirono obiettivo di innumerevoli incursioni via mare che immancabilmente si concludevano in pingui bottini di guerra, lasciando devastazione e distruzione e non solo. Prese infatti sempre più piede da parte dei Saraceni l’abitudine di catturare migliaia di prigionieri da deportare in Africa, in parte da dedicare al lavoro delle terre ed in parte da vendere come schiavi. Le devastazioni unite alle folle di prigionieri catturate produssero il clima di terrore che per moltissimi secoli aleggiò sulle coste italiche, comprese le coste tirreniche.
Ma chi erano i Saraceni?
I Saraceni erano popolazioni arabe che avevano abbracciato l’Islam, predicato da Maometto morto solo pochi anni avanti il primo sbarco in Sicilia (652 d.c.) e che univano lo spirito guerriero insito nella loro natura con le forti motivazioni legate alla Guerra Santa contro gli infedeli predicata dal Corano.
Le scorrerie proseguirono e si intensificarono per tutto l’ottavo e nono secolo, creando terrore nelle popolazioni costiere, costrette a rifugiarsi all’interno, in posizioni spesso impervie ma dalle quali era possibile tentare la difesa contro gli invasori. E’ in questo periodo che sorgono le prime torri di avvistamento, molte delle quali ancora visibili oggi.
Dalla metà del nono secolo la pirateria saracena non è più prerogativa della Sicilia ma tocca tutta l’Italia, arrivando sino a Genova. Nell’849 avviene il primo assalto alla città di Luni che viene messa a ferro e fuoco. Chi non viene fatto prigioniero e condotto in Africa come schiavo destinato alla vendita, viene passato per le armi e trucidato. La città venne saccheggiata e data alle fiamme.
I saccheggi e le razzie proseguirono senza sosta in tutta la penisola italica per l’intero secolo successivo ; nel 1005 toccò a Pisa il compito di intervenire a difesa dei propri commerci marinari con un assalto a Reggio Calabria nel corso del quale i Saraceni vennero sopraffatti e massacrati, ma immediatamente i Mori, capitanati dal predone Mugiahid , italianizzato per scherno in “Muscetto”, partirono dalla Spagna ed andarono ad attaccare direttamente la città stessa che venne depredata ed incendiata e gli uomini passati per le armi. I pisani si diedero a riorganizzare l’esercito e nel 1012 una imponente flotta partì alla volta della Sardegna dove Mugiahid aveva stabilito la propria base ed inflisse una dura anche se non definitiva sconfitta ai musulmani.
Bastarono pochi anni ai Saraceni per riorganizzare le proprie truppe; nel 1016 una grossa spedizione sempre capeggiata da Mugiahid, “ Muscetto” , sbarcò alla foce del fiume Magra e prese d’assalto la città di Luni. Si ripeterono i saccheggi ed i massacri già avvenuti nell’849; ma questa volta la distruzione fu così devastante che la città di Luni, allora importante centro commerciale e culturale e sede vescovile, non si riprese più. La popolazione, compreso il Vescovo fu costretta ad abbandonare per sempre la città, rifugiandosi terrorizzata sui monti.
Questa volta i Saraceni non si limitarono a conquistare Luni ma misero a ferro e fuoco la regione circostante, seminando paura e terrore, soprattutto nelle donne prede ambite per la loro bellezza. Ancora una volta però Pisa riuscì a resistere e ad infliggere una importante sconfitta ai musulmani. La lotta tra Mugiahid e Pisa proseguì ancora per molti anni e si risolse solo nel 1034 con l’uccisione del pirata durante l’assalto ad Annaba in Africa.
Le scorrerie e gli assalti sanguinosi sulle coste tirreniche di Mugiahid “Muscetto” durarono oltre un trentennio ed in questo periodo nacquero molte leggende truci e paurose che si tramandarono nei secoli di padre in figlio.
Tali leggende furono continuamente alimentate dalle cruente scorrerie che i Saraceni compirono ancora per centinaia di anni sulle coste italiane volte soprattutto a fare prigionieri, uomini donne e bambini senza distinzione, da vendere come schiavi oppure nei casi di persone più abbienti da utilizzare per richiedere riscatti.
Questi sono in estrema sintesi gli avvenimenti che riguardarono gli interventi dei Saraceni in Lunigiana e che potrebbero giustificare la presenza di presidi arabi anche nelle zone remote della nostra terra.
Tra le località più interessanti e conosciute sono senza dubbio da annoverare le “Grotte dei Sarasin” presenti nelle immediate adiacenze degli Stretti di Giaredo, sul torrente Gordana.E’ una zona geologicamente molto interessante con alternanza di diaspro rosso e verde, scavata nel corso dei secoli dallo scorrere tumultuoso dell’acque, molto abbondanti prima della costruzione a monte della diga nel 1941. Le pareti degli Stretti sono alte, imponenti e ravvicinate e danno da sole un tocco di aura magica mista a timore all’ambiente circostante. Gli Stretti hanno attirato l’attenzione di molti studiosi (tra gli altri Igino Cocchi (1), presidente del Comitato geologico d’Italia e Carlo Caselli (2), che ricorda il vivo interesse per la località manifestata da Giovanni Targioni Tozzetti (3) già nel 1700).
Si è già anticipato che sopra gli Stretti, nelle ripide sponde del fiume, sono ubicate cavità naturali che da tempo immemore vengono indicate come “le Grotte dei Sarasin”, accrescendo la magia del luogo con la presenza di leggende intorno a questi uomini immaginati come “gente piccola ma svelta e forte che stava nascosta di giorno ed usciva di notte per rubare” (4) , guidati da un potente sciamano in grado di evocare gli spiriti maligni. Lorenzo Molossi (5) giunge persino ad ipotizzare che Dante, accolto esule dai Malaspina del Ramo Secco a Mulazzo nei primi anni del 1300, si sia recato alle Grotte dei Sarasin di Giaredo per prendere spunti per la Divina Commedia che stava scrivendo in quegli anni. Il luogo ha ispirato anche il poeta Luigi Buglia il quale all’inizio del 1900 nei suoi “Sonetti della Gordana” così scriveva:” Qui, per oscure grotte, su cupi abissi, / una selvaggia gente visse di preda: / nella tarda notte famelica sortìa lungo il torrente…E le grotte, giù lungo le rupe, sull’acque / turgide e profonde, spalancano la bocca / orride e mute“. Carlo Caselli (6) scrive che allo Stretto di Giaredo è stata trovata una punta di freccia di diaspro scuro e Manfredo Giuliani testimonia di averne trovata una lui stesso poco distante dagli Stretti di selce scura, forma triangolare, accuratamente lavorata a piccole faccette, a testimonianza che la zona era già frequentata sin dai tempi del Neolitico.
Anche a Pracchiola, piccolo paese posto sui contrafforti del Monte Marmagna sulla riva sinistra del Fiume Magra vengono indicate diverse “Tane dei Sarasin” e sono ricordate alcune leggende. I Saraceni avrebbero trasportato con la sola forza delle braccia gli stipiti della chiesa di Santa Maria Assunta ed avrebbero lavorato le grandi pietre che sono nel cimitero di Cargalla. A loro viene inoltre attribuito il trasporto sulle sponde del Magra di massi che dovevano servire per costruire un ponte. Carlo Caselli (7) ad inizio XX secolo scriveva che “ai Sarasin si assegna un castello sul monte di fronte a Pracchiola, Castello dei Sarasin, dove si vuole vi siano ancora vestigia di una costruzione ciclopica e da dove tutti siano convinti che i Sarasin abbiano trasportato a dorso gli stipiti colossali d’arenaria, della porta maggiore della Chiesa di Santa Maria Assunta in Pracchiola. Oltre al castello i Sarasin abitarono la cavità detta ancor oggi Grotta o Tana dei Sarasin, aprentesi a circa mezzo chilometro dal castello e presso le cascine dei pastori di Groppodalosio, a cui mena la strada mulattiera che passa da Pietrarossa a Campolongo. Sarebbero pure state fatiche particolari dei Sarasin: la squadratura ed il trasporto dei massi di macigno che ora si trovano nel camposanto di Cargalla e che un tempo formavano la base dei muri dell’antica e distrutta chiesa di S. Lorenzo, nonché il trasporto di grosse pietre alla sinistra riva della Magra, rispetto a Cargalla, per la costruzione di un ponte ch’essi volevano gettare sul fiume.”
Troviamo indicazioni di presenze saracene pure nell’alta valle del Caprio dove si narra che i Saraceni da esperti pastori insegnarono alle popolazioni indigene ad estrarre la ricotta dal siero del formaggio ed a seccarla, rendendola così fruibile per lungo tempo. La leggenda racconta poi che la popolazione si sollevò contro i Saraceni facendoli prigionieri e che questi per aver salva la vita abbiano promesso di insegnare loro la ricetta per ricavare dal siero anche l’olio ma poiché tutti i prigionieri furono passati per le armi tale opportunità non entrò in possesso degli abitanti della valle.
Sul Monte Castello che si erge sopra Rocca Sigillina , nel contrafforte appenninico si trovano cumuli di pietre che la tradizione indica come Case dei Saraceni.
Infine Manfredo Giuliani (8) accenna a una leggenda che riferisce di una caverna molto profonda che sembra collegasse il Passo del Bratello, nelle vicinanze di Brato, a Borgotaro attraversando tutto l’Appennino.
Sul perché della presenza nel nord della Lunigiana di diverse località il cui nome si rifà ai Saraceni diversi studiosi avanzano ipotesi, in antitesi alla logica che vorrebbe il nome corrispondere a presenze in loco di musulmani.
Mario Ferrari (9) ritiene che gli abitanti di queste località altri non fossero che residui di popolazioni celtoliguri sopravvissute alla conquista romana (ed alla deportazione nel Sannio del 180 a.c.) ed ai processi di cristianizzazione del primo millenio d.c.. In effetti nell’interno della Lunigiana i riti pagani sopravvissero per centinaia di anni anche a tentativi di conversione con l’uso della forza. La pressione esercitata per la conversione coatta avrebbe indotto i pagani a rifugiarsi in luoghi impervi, lontano dalle vie di comunicazione. La popolazione cristianizzata avrebbe preso ad identificare costoro in senso dispregiativo come Saraceni.
Pure Carlo Caselli (10) ipotizza che il termine Saraceni non identifichi la popolazione musulmana ma piuttosto genti primitive o ancora pagane.
Ubaldo Formentini (12) arriva ad ipotizzare che possa essersi tratto di gruppi di persone indigene arruolate dai Saraceni a presidio di territori lontani dalle posizioni, essendo tale prassi abbastanza consolidata tra tutti i popoli conquistatori.
Igino Cocchi (13) è del tutto contrario alla tesi che possano trattarsi davvero di Saraceni e suggerisce possano essere state persone che per motivi diversi abbiano deciso di isolarsi come ha potuto constatare lo stesso Cocchi nella seconda metà dell’ottocento in occasione delle epidemie di colera.
Mancano le prove per giudicare quale sia l’ipotesi corretta, ma non sapere se si sia trattato di Saraceni fuggiaschi oppure di Liguri-Apuani sfuggiti alla deportazione non diminuisce bensì accresce l’alone di mistero e di arcano che aleggia ogni volta che se ne parla. Ancora oggi quando un padre lo racconta, il bimbo ascolta assorto, gli occhi spalancati, pronto poi adulto a tramandare a sua volta la leggenda dei sarasin ai suoi figli.
Tratto dalla pubblicazione TORRANO, il paese, monte Burello e i Liguri Apuani, di Francesco Fantoni
(1). Nato nel 1827 e morto nel 1913. Geologo e Paleontologo, autore di diversi libri, tra cui: Due memorie geologiche sulla Val di Magra, Firenze, Barbera, 1870
(2) Nato a Guastalla nel reggiano nel 1861, spezzino di adozione, visitò in lungo ed in largo la Lunigiana, lasciandoci molteplici testimonianze in pubblicazioni ed in articoli su quotidiani locali. Autore, tra l’altro, de La Lunigiana geologica e preistorica, Arnaldo Forni Ed. nel quale ricorda l’interesse del Targioni.
(3). Nato a Firenze l’11.9.1712 e ivi deceduto il 7.1.1783 – Naturalista
(4). Manfredo Giuliani, Leggende pontremolesi, Arch. Etnogr. Psic. Lunig. Vol. III, 1914
(5). Nato a Pontremoli nel 1795 e morto a Parma nel 1880.Economista e Geografo. Scrisse: Inchiesta sulla Lunigiana parmense,1852
(6). Vedi nota 2
(7). In Lunigiana Ignota, Arnaldo Forni Ed
(8). Nato a Pontremoli il 3 dicembre 1882 e ivi morto il 30 giugno 1969. Viene considerato lo studioso più significativo del XX secolo nel quale ha formato una intera generazione di ricercatori che ancora oggi portano avanti il suo lavoro. Si interessò di storia, archeologia, dialettologia e geografia storica. Fu giornalista, fondò e diresse per alcuni anni la rivista “Lunigiana”: durante la guerra entrò nel CLN di Pontremoli e fu Sindaco dal maggio 1945 al giugno 1946.
(9). In Ipotesi sui “Sarazin”, Arch. Stor. Prov. Parmensi, s.q. XXXI
(10). Vedi nota 2
(11). In Scavi e ricerche sul limes bisantino nell’Appennino Lunense-Parmense,
(12). In Due memorie geologiche sulla Val di Magra, Firenze, Barbera, 1870