8 marzo 1945
La primavera è ancora lontana, lontanissima. E’ l’inverno, invece, che persiste con tutto il suo rigore e le sue inevitabili tristezze. Casalina e tutta la vasta campagna circostante sono ancora ammantate da uno spesso strato di neve. Conseguenza della lunga e intensa nevicata degli ultimi due giorni di febbraio. le mie ( ndr: Mino Tassi) condizioni di salute, dopo la broncopolmonite del dicembre, sono tutt’altro che buone. Ciononostante, i contatti che è necessario mantenere con i vari comandi dislocati nei più lontani paesi o camuffati alla meglio presso generose famiglie di montanari, non mi concedono un giorno di sosta.
La sera del 7 marzo, verso le diciotto, faccio ritorno, stanco morto, fra i miei a Casalina, dopo due giorni e due notti di marce forzate nel Borgotarese, assieme a mio figlio. Mi propongo il riposo di due o tre giorni, tanto più che importanti ragioni di carattere riorganizzativo mi hanno spinto ancora una volta nella zona della Valdantena.
Prima di coricarmi avverto mia moglie di non lasciare uscire Flaig. I Casalinesi sono tutti brava gente, ma tra i tanti, come in qualsiasi ambito, la pecora nera non manca mai. Tutti sanno che io sono assente da alcuni giorni. E’ bene quindi che continuino a credermi lontano dal paese, almeno per il tempo del riposo propostomi. Se invece si vedesse Flaig, indivisibile e fidato mio compagno di tutte le ore e di tutte le venture, per le strade del borgo, addio segreto. Disgrazia volle, invece, che nonostante tutte le precauzioni prese, l’ignara bestiola riuscisse ad evadere dal nostro abituro e portarsi, com’era sua abitudine, a gironzolare all’aperto. Al campanile della vicina chiesa parrocchiale sono da poco scoccate le sei antimeridiane dell’8 marzo 1945. Dal sonno riposante e ristoratore della notte sono già al tormentoso dormiveglia del primo mattino. I tanti compiti ancora insoluti, non mi danno tregua. Costituiscono per me, un autentico tormento.
Ad un tratto violentissimi colpi vengono sferrati alla porta. Balzo da materasso a terra per vestirmi alla meglio e sincerarmi di cosa stia accadendo quando un soffocato grido echeggia dall’esterno: ” i tedeschi!….I tedeschi!….salvatevi!….”. Mio figlio, sveltissimo, si precipita all’aperto correndo verso un sicuro rifugio (nascondiglio genialmente mimetizzato nella casa di Santino Lazzerini. Famiglia ben nota in Valdantena, per generosa ospitalità nei riguardi delle forze partigiane e per sincero spirito patriottico. Un figlio di Lazzerini, Rino, ex carabiniere, fece parte, quale componente della polizia partigiana, della III Brigata Beretta). Sarà la sua salvezza. Io, appena infilate le scarpe, mentre mia moglie e mia figlia, quasi discinte, si sono portate quanto mai guardinghe sul pianerottolo delle scale, mi affaccio alla finestra che dà sui campi. Non mi è difficile scorgere una decina di tedeschi che, armi alla mano, hanno lo sguardo fisso, come cani da punta sull’unica finestra della povera casa che mi ospita. Tentare di fuggire da quella parte sarebbe da pazzi, da suicida.
Nello stesso momento mia moglie e mia figlia rientrano in casa a precipizio, sprangando la porta dall’interno. – Ci sono i tedeschi! – mi gridano con la voce mozza dallo spavento. – Sono in fondo alla scala! Cosa facciamo?….- Svelte, datemi quella seggiola – grido loro – mettetela su questo tavolo! Ormai l’unica salvezza, per me, è quella botola lassù! Andrà come Dio vorrà! Presto!. In un attimo salgo sul tavolo, da lì sulla seggiola e via oltre la bottola che richiudo immediatamente. – Togliete la seggiola e trasferite il tavolo nella stanza! – grido loro dal solaio che rigurgita di armi e di munizioni di ogni tipo. Appena il tempo necessario di ubbidirmi, che la porta viene nuovamente investita da colpi violentissimi. L’urlo tipico del tedesco non tarda a farsi sentire. – Aprire!…..- si urla – aprire subito!……..Mia figlia da un po’ si industria a masticare oltre che l’inglese, anche un po’ di tedesco, apre la porta. La madre è alle spalle. Il sottufficiale tedesco irrompe nell’angusto locale, seguito da una mezza dozzina di uomini carichi d’armi. – Qui essere cantina!….- grida – qui essere Bixio! – No; non è questa la cantina – risponde concitata mia moglie che, pur avendo ben compreso intende guadagnare tempo o sviare la caccia nel migliore dei modi. – La cantina è giù, in fondo alla scala. – In fondo alla scala? – si, giù; vicino alla strada. Tutti si precipitano per la scala irrompendo nella vecchia bettola di Casalina che è aperta da pochi minuti. Si leva dal basso un baccano infernale. E’ il gruppo di rastrellatori, che uniti ad altri sopraggiunti, tempestano di domande e di minacce la povera ostessa, pressoché morta di spavento. io stesso, lo confesso, non mi trovo nelle migliori condizioni di spirito. Lentamente, procurando di fare il meno rumore possibile, vado ad insinuarmi, carponi, nell’angolo più nascosto del solaio. Mi trovo così sdraiato col petto contro il piano del solaio e la schiena compressa contro le gelide lastre d’arenaria del tetto, dalle quali ogni tanto filtrano gocce di neve sfatta. Tutt’altro che comodo è l’improvvisato rifugio ma…..
L’urlo dei tedeschi frattanto è più distinto, più veemente. Dal basso della cantina, salendo la scala da pazzi, tornano a precipitarsi contro la porta, tempestandola di colpi con i calci dei fucili. Mia moglie, sempre dotata di nervi fermissimi, torna ad aprire. – Tu bugiarda! – le urla sul volto il capo pattuglia – Tu essere moglie di Bixio, di Tassi!….Bixio non in cantina, ma qui!……- Voi mi avete chiesto dove era la cantina e io vi ho detto che la cantina non è qui ma di sotto. – No….tu bugiarda! Bixio, tuo marito, essere qui! – Mio marito non c’è in paese. E’ partito da una settimana. Il graduato grida ai suoi uomini di perquisire tutta la casa. In breve i due modestissimi locali vengono messi a soqquadro. – Tu – dice il caporione volto minacciosamente a mia moglie – avere fatto fuggire tuo marito! Tu caput! – Niente fuggire – interviene mia figlia rispondendo alla meglio in tedesco – mio padre non essere qui! – Tu figlia? Tu parlare tedesco? Dire dov’è tuo padre e noi salvare voi due. Tuo padre ieri sera arrivato in paese e dormito questa casa. Abbiamo saputo da persona sicura. Inutile negare! Se negare voi due caput! – Non è vero! Mio padre manca da questo paese da oltre quindici giorni! – Bugiarda! Se trovare Bixio tutti caput!
La stanza, mi riferirà poi mia moglie, sembra un campo di battaglia e la cucinetta sul soffitto della quale s’apre la famosa botola è irriconoscibile. I tedeschi sono furibondi. Ad un tratto il graduato si precipita contro una porta chiusa che dalla cucina immette in un locale, usato dai padroni di casa, come ripostiglio. – Aprire qui – urla a mia moglie. – La chiave non ce l’ho! – è la risposta secca di mia moglie. Pochi attimi e la porta è atterrata a spallate. I tedeschi si precipitano all’interno convinti di trovarmi sotto il letto o entro un antico rustico guardaroba che pochi attimi dopo va a finire in pezzi. Scaraventano tutto in aria, cercando nei cassetti, fra le coltri, fra le lenzuola; pare che oltre alla mia persona siano anche alla caccia di documenti. Insoddisfatti, tornano a tormentare mia moglie e mia figlia che imperterrite, sanno affrontare l’inaspettata bufera con rassegnazione. ma anche con una certa fierezza. – Voi avete fatto fuggire Bizio – urla ancora il graduato – e voi caput! – E come avremmo potuto farlo? risponde incautamente mia moglie. – L’unica finestra è bloccata dai vostri; qui sulla porta ci siete voi!
Un brivido di gelo mi scuote tutto il corpo! Santo Iddio!, penso fra me, se tra tanti tedeschi ce n’è uno solo intelligente, per me, è la fine! Invece ancora una volta la fortuna mi assiste. – Voi non muovere di qui – grida il caporione- Io tornare subito.
La fosca masnada lascia di corsa la casa dirigendosi verso la canonica. Mia moglie e mia figlia, nel frattempo, cercano di riportare un po’ d’ordine tra tanta devastazione, ma è un lavoro superfluo, inutile, perché i tedeschi, tornando, potranno ricominciare daccapo. Da ben due ore sono rintanato nel solaio e garantisco che non ho mai sofferto tanto freddo in vita mia. L’avvertimento del tedesco dato alle mie donne l’ho udito distintamente eppure sento il bisogno di sapere qualcosa di più. Comunque mi guardo bene dal gridare e dal chiedere perché temo che qualcuno sia stato lasciato di guardia. Ad un tratto ecco la voce di mia moglie. – Mi senti? – Si, sento benissimo! – Se ne sono andati, ma hanno detto che torneranno e….tu come stai? – Non me ne parlare; sono gelato dalla testa ai piedi! – Zitto per carità; stanno tornando…. Ecco la voce dello stesso graduato. – Fuori – urla – venire con noi. – Dove ci porta? chiede mia figlia. – Al comando! – Ma quale comando? – Qui vicino, presso casa pastore! Un affrettato scendere di scale e silenzio assoluto. Da lontano, invece, risuona un violento sparacchiare di colpi. Saprò in seguito che i tedeschi, dopo aver razziato quanto era capitato loro sottomano, sparavano alla cieca contro il pollame, che, spaventatissimo, cercava scampo starnazzando, verso l’aperta campagna. Le mie congiunte, frattanto, attorniate da una folta pattuglia di armati, vengono condotte in canonica. Nella raccolta saletta interna della casa parrocchiale, siedono comodamente attorno ad un piccolo tavolo, il comandante tedesco del Presidio di Montelungo, il maresciallo Jost e l’arciprete don Gaverini. Sono presenti altri due graduati. Il resto della truppa è in sosta all’esterno della canonica.
Prende la parola Jost. – Lei, signora – dice in tono falsamente mellifluo – è la moglie di Bixio! – Sì – è la risposta secca e concisa. – E quella è la figlia? – Sì – è ancora il secco monosillabo. – Lei, signora, deve sapere dov’è suo marito! – Non lo so, e poi….. – Già; ho capito, non ce lo direbbe! – Proprio così! – Guardi signora, prosegue Jost, scandendo quasi le sillabe – Lei non dovrebbe ignorare, come sposa di un capo partigiano, che noi tedeschi disponiamo di mezzi alquanto persuasivi per conoscere la verità! – Ma se non lo so dov’è, come faccio a dirvelo. Potrei dirvi che è per i monti, per questi monti ….- Ma il punto preciso non lo sa, nevvero? – Appunto, ve l’ho già detto, non lo so – Sentiamo la figlia allora: dov’è suo padre? – Se non lo sa mia madre, come faccio a saperlo io! – Prevedevo la risposta – continua Jost – ma noi non ci sgomentiamo per così poco. Abbiamo già deciso: voi due verrete con noi. Vi trasferiremo al comando di Berceto, dal quale comando sarete liverate quando Bixio si sarà costituito o lo avremo catturato. Vi va così. Le due donne, impassibili, non rispondono, mentre tra Jost e l’altro ufficiale s’inizia un ‘animata e serrata discussione. Mia figlia, seppure approssimativamente, riesce a comprendere che Jost vorrebbe farle trasferire a Berceto, mentre il comandante del presidio di Montelungo è di parere diverso. E giustifica il suo opposto parere affermando: ” Bixio bisogna catturarlo con l’inganno e non con il ricatto o con la vana speranza che ceda di fronte alla prigionia delle sue donne. Ricorda il colloquio di Parma? Piuttosto che cedere di fronte alle nostre condizioni era deciso a sacrificare anche la vita del figlio! Come potrebbe cedere oggi! Lasciamo dunque in libertà queste sue congiunte. O prima o poi tornerà a trovarle e se i nostri informatori saranno più diligenti non ci sarà affatto difficile catturarlo. Dopo di lui prenderemo gli altri” (Dichiarazione del sig. Renzo Corsini: ” Dichiaro che durante il periodo di mia prigionia a Parma, lungo l’inverno 1944-45, la polizia tedesca S.D. mi chiese ripetutamente ove sarebbe stato possibile catturare il capo partigiano Mino Tassi (Bixio). Dichiaro inoltre che dalla stessa polizia tedesca venni più volte minacciato di morte poiché risolutamente deciso a non fornire la minima notizia al riguardo”). Nessuno dei tedeschi presenti sa che mia figlia capisce discretamente la loro lingua, per cui lo scambio dei pareri si è svolto con grande franchezza e senza sottintesi. Jost deve aver accettato in pieno la proposta del camerata, se, volgendosi particolarmente a mia moglie, muta completamente l’asprezza del suo dire. – Va bene, signora; per questa volta le crediamo. Comunque sappia che noi non volevamo far nulla di male a suo marito. Volevamo solamente parlargli; anzi se nei prossimi giorni dovesse tornare a casa, gli dica che lo attendiamo a Montelungo. – Va bene; glielo dirò. – Lei è libera, signora, può andare.
Dopo pochi minuti le due donne sono ancora in casa. Mi figlia dal basso della cucina mi informa in breve del colloquio svoltosi in canonica, ma io non sono tranquillo. E se a qualche tedesco venisse in mente, dopo consumato il rancio, di tornare a casa e scoprire finalmente la botola, che ne sarebbe della mia vita? Penso che alla base della scala c’è un rifugio forse più sicuro di quello dove mi trovo. Trattasi di una specie di vasta e lunga fogna che serve allo scolo delle acque. Chiamo mia moglie. – Cosa vuoi? – mi chiede. – Voglio scendere. – Ma sei pazzo? – Ti dico che voglio scendere, che voglio cambiare posto. Temo che prima di lasciare il paese tornino in casa e se non sono più che balordi, sarebbe la volta che non la scamperei. – E dove vuoi andare? – Nella fogna; giù, in fondo alle scale. – Ma se è quasi piena d’acqua; come potresti….. – Appunto per questo…rimetti a posto il tavolo e la seggiola, ma attente!…guardate prima che non si avvicini qualche tedesco….- No, non c’è nessuno; sono tutti sopra la chiesa a consumare il rancio! – allora presto! Pochi attimi ed eccomi a terra. Ho il petto e la schiena letteralmente fasciati dalla maglia, dalla camicia e dalla giacca inzuppate d’acqua gelida. Macchinalmente trangugio un po’ di grappa.
-Santo Iddio – esclama mia moglie- in che condizioni ti trovi! Laggiù, nella fogna, andrai a buscarti una polmonite! – E lassù cosa avrei preso – chiedo risentito a mia moglie – va giù sulla strada e tu, dalla finestra, fai attenzione che non si avvicini qualcuno. A proposito, dammi la bottiglia della grappa, mi sosterrò con quella. Ad un cenno di mia figlia mi precipito per la scala e vado ad insinuarmi con estrema fatica entro lo stretto cunicolo che è quasi colmo di gelida acqua. Mi arrangio alla meglio su due pietre affioranti dal livello dell’acqua fetida e limacciosa. Passo così altre due lunghe ore in condizioni fisiche e di spirito veramente tragiche. Ogni tanto sento rintronare sopra la testa il pesante passo ferrato del tedesco o meglio dei tedeschi, che insoddisfatti del vino razziato e tracannato fin dal primo mattino, corrono spesse volte a dissetarsi alla ormai nota cantina del paese. (La cantina sottostante la mia abitazione era condotta dalla famiglia Lisoni. Mario Lisoni, collaboratore delle forze partigiane della zona e in modo particolare la sposa, signora Maria ed il figlioletto Giorgio, sopportavano per lunghi mesi paure, spaventi e pericoli gravissimi, conseguenti tutti la mia abitazione nel loro stabile). Cerco ogni tanto di sorreggermi sulla gamba destra, piegata al ginocchio e poi sull’altra, ma sento che non ce laccio più. Ho l’impressione che mi scotti la fronte. Ora che ho terminato la grappa mi scotta anche la gola. Sono allo stremo delle forze. E pensare che il prof. Pellizzari non voleva assolutamente che mi assentassi da Gravago! L’avessi ascoltato. Ad un tratto scorgo mia moglie che fingendo di raccogliere degli sterpi lungo il viottolo prospicente la fogna si avvicina cautamente all’apertura. – Stanno andandosene, coraggio! mormora sottovoce, ma tanto da farsi intendere. Mi sento rianimare anche se la testa mi gira, anche se la tosse diviene più noiosa e più insistente che mai. Scorre ancora un quarto d’ora che mi sembra un secolo, poi ecco mia moglie e mia figlia. – Vieni!…se ne sono andati! nello stesso tempo mi sporgono le mani per aiutarmi ad uscire. – Dio mio – esclamano ad una voce – ti scottano le mani! – Non ne posso più, mi sento morire! – Coraggio, coraggio…- esclama mia moglie – ho già pronto del latte caldo, vedrai che passerà…. Salgo le scale come un automa. Appena all’interno della stanza mi si piegano le ginocchia e solo col sostegno di mia figlia, accorsa, riesco ad avvicinarmi e gettarmi su uno dei materassi a terra. Macchinalmente trangugio una tazza di latte caldo. Con quel poco di biancheria di cui dispongo debbo cambiarmi da capo a piedi. Sono inzuppato di acqua gelida e per giunta anche fetida. Le mie donne si prodigano in mille modi, ma le mie condizioni vanno momento per momento peggiorando. Sento che la febbre sale e prevedo che la broncopolmonite, appena superata, tornerà a porre in grave rischio la mia vita. Eppure sento che qui non posso restare, perché se tornassero….Anzi mi balena subito un dubbio. – Hai chiuso bene la porta? chiedo concitatamente a mia moglie. – si l’ho chiusa con il catenaccio; non temere. – Perchè se tornassero – insisto – dovrò tornare lassù, sul solaio, hai capito? – Ho capito, sì, ma sta tranquillo! Come puoi pensare che ritornino se hanno lasciato il paese fino all’ultimo uomo. Piuttosto bisognerà pensare a domani. – Ho già pensato a tutto e non solo domani, ma a questa sera stessa. – A questa sera? – Si, a questa sera, almeno per me. Io andrò a pernottare a Groppodalosio, a casa di Eri Gaulli e voi due, domattina presto, lascerete il paese. Potrete recarvi a Cargalla, per esempio, presso la famiglia Orioli, oppure a Toplecca, presso la Maddalena.(Famiglia di Maddalena Pasqualetti). – Ma tu questa sera – chiede mia moglie – come potrai rimetterti in cammino? – Mi aiuterete voi due e poi tornerete qui a pernottare. Domattina passando da Molinello direte a Giulio Tonelli di recarsi da me a Groppodalosio. E mi raccomando: voi da domani guardatevi dal chiedere di me per un po’ di tempo. Non fareste che compromettermi e compromettervi; vi darò mie notizie quando lo crederò opportuno. E così avvenne per lungo tempo.
La guarigione, pressoché miracolosa, avvenne per un fatto veramente fortuito. Al sesto giorno di malattia, quando la febbre era giunta al massimo, ingerivo con dell’acqua un mezzo tubetto di sulfamidici. Passavo una notte paurosa. L’immediato mattino dopo la febbre era scomparsa ma il cuore danneggiato per sempre.
Tratto da Pagine Pontremolesi di Mino Tassi, Tip. Artigianelli, 1974