IL CERRO DI CAMPODONICO

di Don Pasquale Pasquali

Quando il sole imperversava coi suoi calori, le creste della quercia tremavano con un brivido e avevano un sussulto misterioso che si propagava da un ramo all’altro. Si diceva che in quell’ora di afa canicolare, lo stuolo degli spiriti, la frotta delle ombre prendesse sonno, arrestasse quel continuo movimento di salire e scendere, quello spiare tra le rame, quel ghignare tra i denti, quel correre da una parte all’altra, quell’attendere se da lontano arrivasse qualcuno, se l’orma di un piede umano rompesse il silenzio, quel silenzio fatto di ombre e di mistero.

Proprio in quell’ora la frotta di spiriti, trasportata nelle regioni del sonno, tremava dal timore che, da un momento all’altro, arrivasse qualche sconosciuto stanco a cercare ricovero all’ombra di quella pianta, e violasse il loro regno. Nessuno si era mai intrattenuto sotto quella fresca ombria, perché tutti sapevano che quel recinto era inviolabile, che nessuno poteva chiedere impunemente di restare all’ombra neppure nei momenti dell’afa canicolare, in cui la vita di quegli spiriti bizzarri ed irrequieti, si arrestava, perché la pianta aveva dei brividi, come se un vento misterioso alitasse nell’interno e dal tronco della pianta si sprigionasse la brezza che faceva tremare tutto.

Un giorno, mentre tutto sembrava avvampare sotto i torridi calori di un’estate che aveva dissecato tutto, una povera mendicante, arrivata da lontano, cercava riposare le affrante membra all’ombra di quella pianta, per riprendere la via onde arrivare poi al paese di Zeri. Indarno aveva desiderato dissetarsi alle tanti fonti che nelle precedenti stagioni zampillavano ora da un greppo, a piè di una roccia, ora in fondo ad un vallone, ora allo svolto della via; indarno. Dappertutto sole; un sole che mozzava il respiro. Dai poggi, qualche raro fiore di menta selvatica, che lanciava un profumo fievole, sottile, ridiceva le sofferenze di un essere tormentato dal desiderio e ripeteva le passioni di un’anima, di un cuore che attende, e che dopo una lunga attesa, sente che la passione lo consuma lentamente, lo trascina verso la morte, una morte di bagliori e di fiamme……… Non il canto di un uccello, non il ronzio di un insetto, non il rumore di uno sterpo dove riposi qualche piccolo animale.

“Chi agiterà le rame di quella quercia?”, domandò dentro di sé la mendicante. Qualche corrente di aria che spira in alto? Qualcuno forse venuto a tagliare dei rami? Qualche uccellaccio? E intanto si dirigeva alla volta di quella fronzuta quercia dove nessuno si era mai fermato. Là c’era il regno dei folletti e degli spiriti. Tutti avevano qualche cosa da raccontare. Chi a notte inoltrata aveva visto la legione degli spiriti trescare intorno alla pianta intrecciando balli, folleggiando con danze fatte di mille salti, di mille capriole; tratto tratto qualche lume, che si accendeva in mezzo alle danze vorticose, aumentava l’effetto delle ombre, che ora si allungavano nel terreno, ora toccavano col capo i rami della pianta. Quando il ballo era incominciato, il volto degli spiriti si accendeva in uno strano sogghigno, saltellante su una fila di denti candidissimi da far pensare ai tasti di un pianoforte, ora si nascondeva fra la fitta capigliatura che si attorcigliava, trascinata dalla furia della danza, intorno ai volti stranissimi.

Una notte la danza si prolungò in un’orgia macabra di folletti e di spiriti che cavalcavano in groppa ad un cavallo rubato in una stalla di un casolare vicino. Alla mattina il cavallo che avevano ricondotto nella stalla, non poteva più reggersi dalla stanchezza, sulle gambe; la criniera, a cui si erano aggrappati, aveva mille nodi insolubili e capricciosi come gli spiriti che lo avevano cavalcato. Qualcuno l’aveva sentito galoppare sulla strada, e da lontano aveva visto le orme impresse sul terreno attorno alla pianta, per cui non ci fu più dubbio che la povera bestia avesse galoppato tutta la notte portato sulla groppa i folletti che sognano sempre le corse dei cavalli, le corse vertiginose dalle curve rapide, brusche, mentre il povero animale sobbalza stranamente in una pazza corsa, sotto la frusta che lo sferza rabbiosamente. Altri avevano visto la danza dell’altalena; la corda era formata da altrettanti spiriti penzoloni, come un festone di rose, dai rami dell’albero, e risaliva tenendosi per le braccia e per l’estremità delle gambe su un altro ramo della quercia che non sentiva scosse, ma pareva godere di quello strano giuoco. Anche in quella notte c’era qualche lume forse per accrescere l’impressione di quello strano divertimento, e, quando quel festone di spiriti si spingeva nel vuoto, descrivendo un arco, quell’arco pareva arrivare fino in fondo alla vallata. Così durò per un bel tratto di notte, finchè uno dei folletti si staccò da quella ghirlanda. Nell’impeto della spinta, questo festone così bizzarro si ruppe, ma quei piccoli geni malefici, invece di cadere a terra, con una rapida mossa, riuscirono ad aggrapparsi ai rami di quella pianta, ridendo e scherzando.

Tutti avevano visto qualche cosa; tutti sapevano che lassù c’era la casa dei folletti, degli spiriti. Guai a chi avesse avuto la temerità di avvicinarsi. La vecchierella era finalmente riuscita a guadagnare la spianata dove l’ombra della quercia si allungava sul terreno che non era mai stato violato da nessun piede. Il viaggio, l’arsura canicolare, l’estenuamento prodotto dagli anni e dalla miseria, facevano sentire il lei il bisogno di una lunga sosta e di sdraiarsi su quel tappetto di verde e di attendere che il sole piegasse il tramonto. Per meglio riposare, si tolse dal capo un drappo di grossa tela bianca che le popolane di quel tempo portavano, piegato come una grande cuffia, che inquadrava in una strana cornice il loro volto. Lo sciolse, l’attaccò penzoloni ad uno dei rami più bassi; ad un altro appese il grembiule; sull’orlo della spianata vi pose gli zoccoli, poscia si sdraiò all’ombra della pianta. Un leggero alito di vento faceva gonfiare, quasi fossero due vele, il drappo ed il grembiule che erano due segnali della sosta, le due bandiere dell’attendamento della povertà raminga e senza tetto. La vecchierella, che veniva dal lontano paese di Torrano, e che da due giorni era in viaggio per recarsi a trovare una sua parente, che abitava in uno di quei tanti casolari sparsi per la campagna zerasca, non sapeva che quel luogo era il soggiorno dei folletti, delle streghe, delle versiere; non sapeva che nessuno aveva mai cercato rifugio sotto quella pianta dall’ombra malefica. Essa aveva sentito ricordare nel suo paese la storia dei folletti, degli spiriti che viaggiano di notte, in groppa ai cavalli, al chiarore della luna, e che, durante il giorno, dormono raccolti in schiere, come uno sciame d’api. Spossata e stanca, si addormentò. Fu un sonno profondo; quel sonno che subito s’impadronisce delle membra che non possono più durare fatica, delle gambe che non possono più muoversi, delle braccia che non possono più articolare nessun movimento, degli occhi che non hanno più luce, del corpo che non può più reggersi. Fu presa da questo sonno che assomiglia più alla morte che alla vita, se questa non si manifestasse ancora da alcuni movimenti meccanici, da strani sussulti che si possono chiamare come i contrattacchi della vita che resiste e non vuole spegnersi a nessun costo. Questa lotta si prolungò, ma lo spirito affranto, indebolito da alcuni attacchi di un malumore, a cui la vecchierella andava soggetta, fu vinto completamente. Su quel corpo si diffuse un pallore terreo, un completo assopimento si impadronì della vecchierella che rimase irrigidita, immobile. Le rame della pianta si curvarono nel silenzio profondo della notte, a vegliare quel corpo senza vita, rischiarato da un raggio di luce argentea che pareva volesse ringraziare le stelle che sole erano rimaste a pregare dall’alto dei cieli sul cadavere della poverella.

Il viandante che passò vicino alla vecchia quercia, vide al mattino un drappo bianco che cadeva penzoloni dai rami. Cosa poteva essere? Chi gli avrebbe detto che era la tenda della morte? Allontanò il pensiero che quel drappo potesse essere il segnale di qualche coraggioso, arrivato a superare quel campo trincerato di folletti e di spiriti.

 Cosa può mai essere? Si domandavano con insistenza tutti i passeggeri che vedevano quello strano segnale.

Quando alcuni coraggiosi, muniti di armi e di archibugi, riuscirono a scoprire che là, ai piedi della quercia, giaceva disteso il cadavere di una mendica, tutto il mondo dei folletti, degli spiriti, delle streghe balzò di ramo in ramo. Dietro ogni foglia c’era nascosto folletto; nei tronchi c’erano appiattate le streghe che avevano avvelenato la povera vecchietta che si era riparata, senza sapere nulla, sotto quella pianta. Nella notte gli abitanti avevano visto le versiere, vestite cogli abiti della donna, girare per alcune viuzze meno frequentate, avevano sentito i folletti galoppare cogli zoccoli pesanti della vecchierella che essi avevano fatto morire a forza di dileggi e di botte. Lo spettro della donna ricompariva ogni tanto nella sua casa. In quella notte le coste del Monte Burello risuonavano del galoppo furioso di un cavallo sul quale gli spiriti portavano la vecchia in corsa vertiginosa.

Arrivati davanti alla sua casa, dalla quale era partita senza far più ritorno, essa si intratteneva tutta la notte a filare, seduta sulla soglia. Tutti dicevano di averla vista: essa filava la lana che i folletti le portavano, mentre, durante la notte, visitavano tutte le stalle strappando la lana alle pecore, tagliando la criniera ai cavalli. Prima che spuntasse l’alba, il trotto concitato del cavallo riportava tutta la schiera degli spiriti al cerro di Campodonico; al vecchio cerro che non sentiva la vecchiezza degli anni, che, per virtù misteriosa, godeva di una gioventù perenne, come la leggenda che non muore che si abbellisce nella leggiadria di una giovinezza che vince gli anni, i secoli; i quali non possono imprimere una ruga sulla sua fronte, imbiancare le sue chiome, affievolire la sua voce che sempre racconta, ed oggi ripete a due giovani sposi; eterna vi sorrida la giovinezza nella vita e negli affetti!……