IL COMPLESSO LITICO DEL MONTE BURELLO*

Il macigno dio arenaria di Monte Burello

Agli inizia degli anni Ottanta, seguendo la traccia di precedenti studi e della tradizione popolare locale, si è arrivati all’individuazione di un’area di grande interesse, situata in un luogo già di per se molto significativo: il monte Burello, posto al confine tra il territorio zerasco e il pontremolese, la cui sommità si presenta distinta in due differenti vette, divise da una piccola sella. La più settentrionale delle due, di minore altezza (m 1084) è piuttosto angusta e scoscesa ed è caratterizzata da un esiguo pianoro strapiombante sulla sottostante vallata del torrente Gordana.

Questo monte è noto ai cultori di storia locale già da decenni, soprattutto attraverso l’opera degli storici Manfredo Giuliani, pontremolese, e Ubaldo Formentini; altri autori ne hanno fatto oggetto di studio anche in anni più recenti, analizzando ampiamente le implicazioni demo-psicologiche: le leggende radicate in questo sito sono perciò sin troppo note per essere qui riportate. Ricordiamo solo come la tradizione locale ruotasse intorno alle incisioni rupestri e cavità che una successiva opera di cristianizzazione ha giustificato con le diffuse leggende a sfondo demonologico secondo un procedimento codificato che, partendo da testimonianze precristiane, passa attraverso la creazione di racconti carichi di elementi monitori, e arriva a morali sostanzialmente edificanti, con la vittoria del bene (il dogma cristiano) sul male (il substrato pagano).

Si sono seguiti quindi tali racconti per ritrovare le incisioni: “scodelle del sangue”, “tazze” nella roccia, “forno del diavolo”, le quali non si trovano esattamente dove le collocava la tradizione, ma su una grande lastra di arenaria affiorante dal terreno, quasi al centro del pianoro che costituisce la vetta minore del monte. Tale lastra al momento del rinvenimento era però completamente occultata alla vista, ricoperta da uno strato terroso e da una tenace zolla erbosa.

Le cavità, sostanzialmente diverse da quelle, numerose, che compaiono su altri massi dei dintorni e che sono senz’altro da attribuirsi ad epoche storiche, sono costituite da due coppelle sub-coniche, pressoché delle stesse dimensioni, da una vaschetta quadrangolare e da un segno a croce greca, che la profonda sezione a V molto divaricata, potrebbe far assimilare anche ad un segno a “stella”.

Le incisioni, raggruppate a brevissima distanza tra loro, sono piuttosto profonde, la tecnica di esecuzione non è lineare e all’interno della vaschetta quadrangolare si intravedono segni di lavorazione a “martellina”. lo stato di conservazione è discreto, con una patina di alterazione piuttosto uniforme e leggera, grazie probabilmente alla protezione del terreno che le ricopriva e che le ha risparmiate per lungo tempo dall’azione erosiva dei microrganismi vegetali e degli agenti atmosferici.

Particolare del macigno di arenaria

Sarebbe stato davvero molto improbabile rinvenire queste cavità se la loro posizione non fosse stata a ridosso di un grande masso che per alcune particolarità colpiva immediatamente l’attenzione. Infatti, le incisioni si sono ritrovate solo “dopo” che una attenta osservazione del grande macigno, in seguito alla quale appariva lecito attendersi un ulteriore ritrovamento nelle immediate vicinanze. Il grande blocco di arenaria, dalla forma (certamente naturale), sub-rettangolare, risultava per buona parte sollevato dal terreno per mezzo, da un lato, di un altro masso dalle dimensioni molto minori e dall’altra da una sorta di rozza struttura di lastre e ciottoli sovrapposti; al momento del ritrovamento la parte posteriore del masso, quella monte, si presentava “tamponata” da pietre che chiudevano con una sorte di abside la zona aperta fra questo e il terreno. Sugli altri lati si presentava libero e proprio davanti ad esso si sono ritrovate le cavità già descritte.

Vaso proveniente dalla tomba di Pradalinara e conservato al museo archeologico di La Spezia, sito nel Castello di San Giorgio

Solo un’accurata indagine, questa volta non più etnografica ma archeologica potrebbe far luce sul significato di questo complesso. Al di là di ogni giudizio che si voglia avanzare riguardo all’appartenenza alla preistoria o alla protostoria di queste emergenze, non va dimenticato però come l’intera zona abbia restituito in diversi momenti numerose testimonianze collocabili cronologicamente in epoca protostorica e fra queste la sepoltura di Rossano (Pradalinara), l’unica recuperata di una più vasta necropoli ad incinerazione e la statua stele di San Cristoforo Gordana.

La statua-stele ritrovata a San Cristoforo di Gordana e conservate nel museo delle Statue-Stele di Pontremoli

Il monte Burello possiede poi le caratteristiche morfologiche ed ambientali tali da poter essere visto come sede di un preistorico “lucus”, luogo di culto di antichi liguri, così come probabilmente lo erano le vette del monte Dragnone, del monte Sagro o, nell’Appennino ligure-emiliano, del monte Alfeo e del monte Penna. In questa prospettiva assume scarsa importanza ilò fatto che il grande masso di arenaria sotto il quale si trovano le cavità possa essere di origine naturale: ciò potrebbe essere vero ma non toglierebbe nulla all’”intenzionalità” del suo utilizzo per scopi sicuramente non pratici, ma culturali, che ancora ci sfuggono. Come giustamente osserva Silvio Pons a proposito del territorio piemontese, “se la cultura megalitica è arrivata nella nostre vallate, non ha avuto bisogno di erigere dei menhirs, poiché la natura stessa li aveva già procurati; di qui l’utilizzazione rituale di questi grandi massi già esistenti.

Certamente anche nel caso del monte Burello non possono considerarsi dei “lusu naturae” le incisioni, nè il modo in cui il masso si trova rialzato da terra, e da indagare sarebbe inoltre la presenza di un basso muro a secco che ancora si intravede per lunghi tratti e che sembra cingere la vetta maggiore del monte.

La lapide di Monte Burello

Solo per inciso, e a proposito di quanto accennato riguardo ai tabernacoli e alle maestà poste in luogo di culto pre-cristiano, si ricorda che a poche decine di metri dal complesso litico in questione si trova un piccolo pilone in pietra con un bassorilievo marmoreo di fattura ottocentesca, fatto erigere nel 1918 dal proprietario del bosco per scongiurare oscure presenze che abitavano quei luoghi, e che sempre qui si svolgevano fino a pochi anni orsono regolari rogazioni che salivano dal sottostante borgo di Torrano.

Interessanti paralleli si possono istituire fra questa zona e il Col Carbonaie (Castiglione Garfagnana), posto su una delle dorsali che dall’Appennino discendono verso il Serchio, dove a quota m. 650 in un’area pianeggiante sono stati ritrovati due massi naturali in arenaria di notevoli dimensioni uno dei quali fratturato e forse rialzato intenzionalmente , con la presenza di numerose incisioni, e anche con la Val Pellice, nel Pinerolese, dove non sono infrequenti grandi massi isolati in posizioni dominanti, sempre accompagnati da incisioni rupestri.

di Rossana Piccioli – in Antenati di Pietra, statue stele della Lunigiana e archeologia del territorio, a cura di M. Ratti, Sagep-Coop Liguria., 1994.