Parlare di cose che ormai vanno scomparendo, di usanze strane forse, ma tanto care alle nostre antiche popolazioni, può sapere di anacronismo o di nostalgia in un tempo, come il nostro, dove tutto si rinnova in fretta e tutto cambia. Eppure sono questi vecchi costumi che rivelano l’animo di un popolo.
L’annuale ricorrenza della giornata dei Defunti mi fa pensare a quello che si faceva nei vecchi paesi quando qualcuno passava da questa all’altra vita , con una partecipazione corale di tutto il paese al non lieto evento e le grandiose partecipazioni del 1° e del 2° novembre.
Chi era ormai prossimo alla fine si trovava attorniato, nel misero capezzale, da un numero notevole di vecchi e di vecchie del paese che lo incoraggiavano ( o almeno loro pensavano così!) al gran passo. Poi le vecchie iniziavano la recita di una serie non certo breve di rosari e litanie per preparare il moribondo a ricevere i sacramenti, che venivano amministrati con la partecipazione di tutto il popolo avvertito e richiamato dal suono dei “doppi” e dallo snodarsi della processione del Viatico che si portava sino alla casa del malato. L’Estrema Unzione normalmente, si aspettava a darla quando questi aveva già perso conoscenza.
Appena spirato il poveretto, grida altissime di dolore partivano dalla casa e avvertivano gli altri che un altro paesano era andato ad aggiungersi al numero dei più. Per due giorni la salma veniva “vegliata” giorno e notte un po’ da tutti.
Intanto c’era chi scendeva a Pontremoli per la “denuncia” della morte avvenuta, c’era chi provvedeva a fare la cassa, che veniva fatta a spese della comunità. E tutti passavano a fare la “visita” al morto, anche i bambini che in braccio alle mamme avevano modo di vedere in faccia la morte.
Ai funerali partecipava ( e partecipa ancora, anche se ormai i miei paesi sono ridotti allo stremo) tutta la gente della zona, ed erano lunghi, solenni, direi quasi pomposi, per il suono della campane, per la lunghezza delle salmodie che non finivano mai, per la distanza dei cimiteri, posti abbastanza fuori dei paesi.
Le bare naturalmente erano portate a spalla per i non agevoli sentieri della montagna. Solo quando si trattava di un bambino ( e allora ne morivano parecchi) a portare la piccola salma era la sua madrina di battesimo, in testa. Un’usanza questa, che era ancora in vigore fino a qualche anno fa.
Al cimitero, poi, durante l’inumazione, erano le “gridature” (in ricordo delle antiche “lamentationes” delle “praeficae”?) che susseguivano ai riti sacri: un lungo, corale lamento di un gruppo di donne che rifacevano tutta la storia della vita del defunto, con toni naturalmente encomiastici e laudativi.
Il Giorno dei Morti era solennissimo. Dopo i Vespri dei Santi, la grande processione al Cimitero perché ognuno potesse andare “a pià i seu morti”. Si diceva infatti che, per quella notte, le anime dei defunti ambivano a ritornare nelle vecchie case ad ascoltare il rosario dei morti; perciò di disponevano negli angoli delle case, che venivano lasciati liberi appunto per loro; e dal loro posto vedevano i vivi che pregavano e la tavola che era stata apparecchiata perché potessero ancora una volta prendere parte al desco comune. Lascio immaginare il terrore di noi bambini che vedevamo davvero i morti in ogni angolo e che stavamo attenti a non toccare i muri, quella sera, per non dover sentire il freddo delle ossa dei nostri vecchi!
Il Rosario cominciava alle sette col suono grave della campana che continuava a rintoccare per ore , mentre in tutte le case, per altrettante ore si granavano corone e corone di suffragio. A tenere sveglia la gente c’erano i fuochi dei focolari (lassù li avevano nel bel centro della casa) e le “mundine” che si facevano tutta la notte; poiché le ore di sonno erano pochissime.
Avanti giorno (normalmente alle quattro) riprendevano le campane per chiamare in Chiesa per un grande Ufficio, solenne. Era uno spettacolo: ognuno con la sua candela accesa, mentre i vecchi cantavano in coro e i solisti si alternavano nel canto delle letture. E metteva in corpo un senso di mistero, di paura e anche di conforto, che mi par di sentire ancora adesso.
Quando si usciva per ritornare al cimitero ” a riportarvi i morti” e a far loro chiaro con i “candloti”, era ancora buio pesto. E le lunghe nenie funebri che accompagnavano il lento incedere ti facevano sentire davvero la presenza della Morte. Il cero in mano ad ognuno ( i forestieri arrivavano sempre con il cero più grosso per far colpo su noi paesani!) serviva ad illuminare il lugubre cammino. Ancora le esequie sulle tombe e poi ognuno ritornava a casa, mentre ragazzi e massari si davano da fare per racimolare i resti dei “candloti”.
Vi saluto anime morte
che nel corpo siete distrutte.
Un giorno voi eravate come noi,
un giorno noi diverremo come voi.
Pregate Dio per noi
che noi pregheremo per voi.
Questa era la nenia che tornava frequente per i morti, nelle veglie funebri, nel passare davanti i cimiteri. e anche se può sembrare lugubre, in realtà diceva che i morti, i nostri morti, li sentivamo vicini, ancora presenti, per una comunione di affetti e di fede che va oltre la morte, oltre la separazione momentanea! E questo era il conforto e la lezione di quei giorni!
Armando Chiodi, Il Corriere Apuano, 10 novembre 1979