IL FORNO DEL DIAVOLO *

di Don Pasquale Pasquali  

Il forno del Diavolo

Quando su la criniera del monte Burello irrompe la bufera colla sua collera selvaggia, sembra chiamare a consesso, tra quelli enormi macigni, le potenze malefiche e misteriose, che la leggenda evoca in quei momenti di terrore incomposto.

Allora non è più il vento che parla coll’urlo che fa tremare la pioggia fra le piante, mentre l’avvolge nelle spire impetuose della sua corsa; non è più il vento che batte alla porta della stalla e di qualche fienile solitario coi suoi strani sussulti, minacciando di abbattere il misero riparo posto sull’ingresso dell’abituro; non è più il vento che squittisce su per i tetti mal connessi, ma è il diavolo che infuria tra quell’incomposta orgia di furore, abbattendo le piante  di castagno ed i faggi secolari.

Quando il lupo urla dalle grotte e ridesta l’eco impaurita dal fondo delle vallate ed insanguina i monti colle stragi, non è più il famelico animale che spia, dalla sommità di una rupe, l’avvicinarsi di qualche armento, non sono più le impronte delle sue zanne insanguinate, ma in quelle orme c’è l’impronta di un piede misterioso; è il diavolo che, sotto le sembianze del lupo, riempie di terrore quelle vallate. 

Il contadino, che lo sente, si affretta a chiudere le porte, si fa il segno della croce, mormorando fra i denti: è il diavolo che passa!……In quelle lunghe notti malinconiche in cui tutto tace, passa la leggenda dalle ali capricciose, e si sofferma alla porta del contadino raccolto intorno al focolare; tende l’orecchio, sente il chiacchierio delle comari, dei villici; entra, s’attarda, raccolta nella penombra, a favellare, a fantasticare con quella gente; a notte inoltrata, riprende il volo, e via per i campi sterminati dell’aria, in groppa al vento; valica mari e monti e, dopo tanti anni, ritorna, si asside al focolare, e racconta.

Primavera era nell’aria, scendeva dai colli profumati e vestiti di verde, dal cielo più limpido e terso, sorrideva in mezzo a mille occhi di fiore che ricercavano il sole.

Giù per le coste del monte Burello, vestito di verde, scendeva la primavera ad incontrare la pastorella che spingeva davanti a sé il branco di pecore al pascolo. In quella mattina c’era un sottile venticello che scuoteva i rami, si raccoglieva sulla sommità dei pioppi che si chinavano come a ricevere l’abbraccio del giorno, e poi pareva perdersi nel cielo sconfinato, portato in alto dal volo di qualche uccello. Le pecore brucanti sembravano sentire il fruscio di quel vento che passava saltellante fra i cespugli fioriti, perché ogni tanto, tra un belato e l’altro, si volgevano a guardare se qualcuno venisse a rubar loro i grappoli di eriche fiorite, di timo e di paliero che spingeva, fuori del groviglio dei cespugli, le sue foglie aguzze.

La guardiana del gregge, dall’alto di un viottolo che si arrampicava sul declivio di una costa, dominava il branco, sparso qua e là come una festonatura di cirri sopra lo sfondo di un cielo acceso ed arrubinato, durante una giornata di sole. Il branco di pecore, sbandato da un capo all’altro della costa, pareva come raccolto sotto lo sguardo della pastorella che, alzando gli occhi dal lavoro meccanico della calza, vedeva che nessuna delle sue suddite si era allontanata. Intanto esse salivano guadagnando il vertice della collina che scompare giù nella grande vallata che corre verso il fondo dove la Gordana agita i flutti spumosi delle sue acque. Un’altra valletta si apre, tagliata in mezzo dai viottoli che fuggono da una valle all’altra, per raggiungersi su un punto, dove si danno convegno come ad una meta, ad una sosta per prendere riposo insieme. Poi si arrampicano ancora, salgono a destra ed a sinistra, e via per il folto dei castagni, tra i cespugli. Sono piccole strade che il pastore conosce e che muoiono, ora in una valle malinconica, ora accanto ad una fonte che, con allegro rumore, sta novellando ai piè di una balza o all’ombra di un gigantesco castagno. Quando la sera piomba in mezzo a quella selva interminabile di castagni, incomincia il ritorno dei greggi, ritorno pieno di quella malinconica poesia che ha ispirato le tele di tanti pittori. Il branco della pastorella sembrava sentire la nostalgia dell’ovile, per cui dai greppi, dai cigli incominciavano a scendere, a precipitare, quasi a darsi la voce a vicenda con belato, mentre la pastorella procedeva avanti a tutte, arrestando le prime che erano arrivate sulla strada. Essa guardò se dall’orlo dei cigli si vedesse qualche ritardataria, girò lo sguardo attorno, più nulla.

Quell’indistinta mestizia, fatta delle prime ombre e di preghiera, fluttuava dalle sommità di quelle creste che parevano sentire tutta la tristezza di restare soli a pregare, ritti in piedi durante la notte.

“Manca la solita”, disse la madre della pastora che era venuta a verificare se erano rientrate tutte le pecore, e, un po’ indispettita, si tirò dietro l’uscio della stalla. “Non me ne sono accorta” soggiungeva la pastorella con una certa inquietudine ed un certo risentimento. Mentre la famiglia si raccoglieva intorno alla mensa, la massaia avvertì che al mattino seguente, uno di loro doveva recarsi per tempo alla ricerca della pecora che era restata fuori. La pastorella inquieta perché, ritornando senza una pecora e senza essersene avveduta, dava prova di negligenza e di trascuratezza nel disimpegno dell’assistenza, diceva: se riesco a metterci le mani addosso!…….Alla notte la sua fantasia, accesa da quel risentimento, corse da un monte all’altro, e di costa in costa rifece tutto il cammino della giornata; ma dappertutto non vide che grotte e macigni; tratto tratto le pareva di udire qualche urlo, e lontano, come la sfumatura di un canto uniforme, il mugghio della Gordana…..Allo spuntare del sole, la pastorella aveva percorso un buon tratto del monte ridestandone gli echi colla sua voce, ma inutilmente; il suo sguardo, che si spingeva lontano fra gli alberi fino a raggiungere la parte opposta della costa, scrutava ansioso, pieno di risentimento per vedere se il muso della disertora si alzasse da terra e se spuntasse tra una pianta e l’altra. Rivalicò il monte dalla parte opposta, domandò ai pastori che incontrava, ma nessuno aveva visto niente. Risalì il monte tutto irto di macigni, di grotte; girò attorno e si affacciò a guardare da uno di quei dirupi tra i quali si apriva la voragine. Su in alto qualche falco strideva tra il diafano azzurro, inebriato dei primi aliti primaverili. Riprese ancora la costa sottostante, e giù di greppo in greppo, guardando se vedesse apparire il fuggiasco animale. Nella sua fantasia eccitata, le pietre, che ogni tanto si affacciavano con qualche striscia di bianco agli svolti, la facevano sussultare come se finalmente avesse trovata la fuggiasca, ma ancora nuove disillusioni e nuovi scatti di ira che ormai cominciavano a tradursi in imprecazioni e bestemmie. Vagò ancora qua e là, poi si fermò accanto ad una fonte per dissetarsi. Solo si sentiva il sussurro dell’acqua che ripeteva le canzoni e le novelle udite dai pastori, raccolti intorno agli zampilli d’argento, durante i calori estivi.

Alla fonte metteva capo una rete di sentieri, simile ad una tela di ragno, come se alla voce della misteriosa novellatrice, quando il sole imperversava con gli ardori canicolari, accorressero a frotte da tutte le parti, formando tante stradicciuole varie e disparate. Da uno di questi sentieri, ecco apparire la pecora randagia.

La pastorella guardò con occhio rammaricato, pieno di vendetta e, nello sguardo acceso, si rinfranse tutta la passione del suo animo esasperato, affranto dalla fatica e tormentato dal timore. La pastorella subito la avvicinò, cercò di far comprendere alla bestia pervicace di far ritorno alla stalla: ma l’indisciplinato animale tentò di nuovo prendere la salita del monte per cui la pastora dovette afferrarla, e, con urti e spintoni, la cacciò avanti perché prendesse la via del paese. La pecora però sembrava che non volesse sentire a nessun costo la voce del ritorno ed, atterrato il muso, sostenne tutte le sfuriate della pastora, senza fare un passo avanti. Visto inutile ogni tentativo di violenza, ricorse ad un mezzo più persuasivo per vincere la scontrosa pervicacia dell’ostinato animale, ed offrendo dei pezzetti di pane di castagno, lo solleticò a muoversi, ma terminato ogni boccone, la pecora si fermava. La pastora, a questa manovra, incominciò ad invelenire con imprecazioni e bestemmie contro la pecora che non voleva andare avanti, né muoversi a nessun costo.

Si tolse il grembiule, cercando di avvolgerglielo ad uso fune intorno al collo per condursela dietro, ma tutto fu inutile perché l’animale si fece trascinare un poco, finché la sua guida vide che non poteva durare in quello sforzo. Ad ogni passo l’anima della pastora divampava di nuova ira e di nuovo furore ed investiva il restìo animale con ogni sorta di imprecazione e bestemmie. Dal volto inferocito, dallo sguardo iniettato di odio, traspariva tutta la violenza di una passione ubriaca di livore e di rabbia. Si sedette. Lo sguardo che era infiammato in uno sforzo supremo, in una tensione furibonda, ad un tratto parve indebolirsi, come esaurito di energia e di potenza visiva. Davanti al suo sguardo, le piante e le selve sembravano riddare come in una macabra danza: parevano come prese in mezzo ad un vortice di vento impetuoso; le pietre e le grotte parevano staccarsi senza rumore sotto lo schianto di quella bufera e scendere come un torrente giù per la china, per andarsi ad incontrare nella gola della vallata in un cozzo orrendo, in un rombo che stordiva. Si alzò per imprecare ancora all’animale testardo, invocando il diavolo che lo portasse via, ma in quel mentre la pecora le si avventò contro, le corse fra le gambe, la sollevò tutta di un tratto da terra ed a cavalcioni del proprio dorso, la portò in una fuga rapida su per la costa del monte. La pastorella, colle mani aggrappate alla lana dell’animale, cercava di buttarsi giù, ma una forza misteriosa le impediva di scendere da quella cavalcatura che, rapida, saliva il monte, schiantando i rami che ostruivano il passaggio. Sotto i piedi di quella furia indiavolata, si distaccavano le grotte, i macigni, che rotolavano con schianti orrendi per le gole del monte, abbattendo alberi e piante. Il monte sembrava franare come se un torrente di fuoco e di lava lo facesse sobbalzare dalle fondamenta. La pastorella, in mezzo all’urlo dell’uragano, ripensò ad una di quelle creature potenti e sovrumane che aveva sentito ricordare intorno al focolare, nelle lunghe serate invernali, quando la sua mamma doveva riprenderla e sgridarla perché l’aveva sentita bestemmiare: il diavolo.

Non era dunque una creatura immaginaria e fantastica, dalle lunghe e nodose corna, dal pelo irto, dagli occhi infiammati, dai denti che scappavano fuori dalle labbra carnose come tante proboscidi, dal mugghio orribile, come quello del tuono: il diavolo.

Sì era proprio lui che, sotto le spoglie della pecora smarrita, la portava al festino di morte sul monte Burello. Il contadino, attardato in quella sera sulla via, udì quella orrenda tempesta; lo schianto del monte, il cozzo di quelle grotte; tremò tutto, non si voltò indietro, né si arrestò, ma alla sera, intorno al focolare, recitando le preghiere, invocò con spirito smarrito l’aiuto del Signore. Sul fare della mezzanotte un’immensa vampata di fuoco avvolse il monte Burello che domina il paese di Torrano. La montagna ardeva forse con le sue cime?…Era una colonna gigantesca che sembrava lambire la volta celeste. Tra quel rogo di fiamme, come un’ombra dentro ad uno specchio, apparve una figura lunga, alta, spaventosa: le campane suonarono a stormo tutta la notte. Il fuoco divampava sempre di più. Le lingue più alte di quell’immensa fornace, sparpagliate dal vento, facevano pensare che ardesse un lembo del cielo. Il paese di Torrano accorse spaventato, ma il monte rovinava sotto il rombo di fuoco, scosso da sordi muggiti, da urli rauchi come se una raffica di scosse elettriche serpeggiasse per tutto il monte.

Dopo tre giorni il paese intiero di Torrano andò litaniando e pregando su per le gole del monte, affinché cessasse quell’orribile sconvolgimento che lo aveva ubriacato di urli e di fuoco, di orrore e di spavento. La povera pastorella non aveva più fatto ritorno alla propria casa. Il diavolo sotto la spoglia di quella pecora, l’aveva portata sulla sommità del monte Burello, la cui vetta è costituita da tre enormi macigni a forma di tripode. Dalla rupe più alta, che spenzola nel vuoto, la povera pastora era stata gettata giù a capofitto, tra i macigni che rimasero chiazzati del sangue delle membra infrante. E quando quel genio malefico volle far scomparire su un rogo di fuoco i resti delle membra raccolti nella voragine, impaurì il monte con tremendi scuotimenti, con gli urli di una bufera, che cessò solo quando la croce del Signore apparve fra un popolo che veniva invocando pietà.

Anche oggi, dalla sommità del monte, quando si leva il vento infuriato a flagellare quelle erme creste, si leva sulle ali del vento un urlo che sembra un ruggito, e la leggenda accenna tra quelle grotte il forno dove si alzarono le fiamme divoratrici e dove colò il sangue che, dopo tanto tempo, conserva il suo colore vermiglio.

Il Forno del Diavolo sul Monte Burello