IL MANGIARE

Annunziata (Ciàda)

Non si mangiava pane. In casa nostra mia madre teneva una pagnotta nascosta su una tavola sotto il solaio e ogni volta che scendeva a Pontremoli per vendere qualcosa, comprava una pagnotta di pane e metteva il fresco e tirava giù il secco « Che non mi trovi senza se un bambino sta male », diceva.

A colazione si mangiava latte freddo e marenda (tipo di castagnaccio); a mezzogiorno cazzotti (tagliolini di farina di castagna e di grano) in brodo con un pezzetto di lardo pestato, con la ricotta e un po’ di latte; oppure polenta di castagne, con frittata; oppure gnocchi di farina con un po’ di sugo (lardo e cipolla, magari un po’ di funghi); a cena minestrone oppure latte e marenda.

Alla festa della Madonna e alle feste grosse si facevano i tortelli.

La carne non si sapeva nemmeno se si vendeva. Io l’ho mangiata da giovane, a sedici, diciassette anni. Le galline si facevano lesse solo quando erano vecchie. L’olio non c’era e si usava il lardo. Il vino lo bevevano gli uomini all’osteria, a casa non c’era. Qualche volta la mamma diceva «Mangiatela che questa è la pasta di Parma » (che era la più famosa) e invece erano gusci di fagioli secchi bolliti con due fagioli e patate.

Si metteva il grano nella pila (grosso mortaio) e si pilava (si batteva per sbucciarlo). I grani si bollivano come il riso oppure ci si faceva la torta.

Tratto da Vecchi a Cervara di Francesco Tonucci