Quando il Montaigne venne in Italia aveva quarantasette anni; e ci venne il 1580; l’ anno stesso in cui stampò per la prima volta gli “Essais”, che l’ hanno reso così famoso. Il suo Journal du voyage vide soltanto la luce nel 1774, per cura del Querlon, in due edizioni contemporanee; se ne fece una ristampa l’anno dopo, con “qualche maggior cura tipografica e maggior costanza di ortografia”; fu impresso di nuovo nel 1842 tra le sue Oeuvres, omettendo, peraltro, la parte originariamente scritta in lingua italiana; e in lingua italiana è quasi per un terzo. Al Prunis appartiene il merito di averne scoperto, in una vecchia cassa del castello di Montaigne, il manoscritto, in parte di mano dell’autore, in parte scritto sotto la sua dettatura; che poi, deposto a Parigi nella Biblioteca del Re, andò disperso. L’edizione principe del Querlon, per quello che riguarda la parte composta in lingua francese, fu condotta sulla copia fattane appunto dal Prunis, che molto dovette faticarvi, essendo l’originale quasi il-leggibile e di grafia errata e incostante; e per la parte composta in lingua italiana, anche più difficile a decifrare, fu condotta sopra una copia che ne fece il prof. Giuseppe Bartoli di Torino (1).
Il Montaigne, colpito dal male di pietra, volle trovarvi un rimedio ricorrendo alle acque salutari della Svizzera, della Germania e dell’ Italia soprattutto. E ben naturale che, per conseguenza, ogni momento parli della propria salute, delle cure che a mano a mano andava facendo, e degli effetti che ne risentiva, e che ne parli fino alla sazietà. Del resto, il Journal si compone, dalla prima all’ultima, di pagine affrettate ed estemporanee, e l’autore era ben lontano dal prevedere che un giorno sarebbero state messe alle stampe. É un primo getto, un primo sbozzo, un lavoro insomma sul quale non ha avuto né tempo, né agio, ne voglia di tornar su, di sfrondarlo, di riordinarlo; ma anche in questo primo getto c’è il Montaigne..
Entrò in Italia dal Tirolo; peraltro, Trento non piacque; cosa strana, perché ai suoi occhi erano parse belle Sterzing e Brixen. A Rovereto trova le lumache “beaucoup plus grands et gras qu’ en France, et non de si bon goust”; non affatto cattivi gli paiono invece i tartufi, “qu’ ils pelent et puis les metent à petites leches à l’huile et au vinaigre”; nuovi per lui e in abbondanza grande e gustosissimi trova gli aranci, i limoni e le olive. A Verona lo colpiscono i Gesuati, “force beaus jeunes”, ma la “pluspart ignorans”, eccellenti distillatori di acque nanfe e di altre acque odorifere. Anche a Vicenza che visita durante la fiera della fine d’ottobre, i Gesuati, facenti pubblica vendita delle loro acque distillate, richiamano la sua attenzione. “Fort vaste” e di aspetto “fort plesante” gli sembra Padova. Visita le scuole di scherma, di equitazione e di ballo, molto frequentate allora dalla gioventù francese. “Les choses plus remarquables” di Venezia erano per lui “la police, la situation, l’arsenal, la place de S. Marc et la presse des peuples etrangiers”. Non riscontra punto quella famosa bellezza “qu’ on attribue aus dames de Venise”, sebbene affermi di aver veduto “ les plus nobles de celles qui en font trafique”. E ricorda la Veronica Franco, dalla quale ricevette in regalo un “petit livre de Lettres qu’elle a composé”. Si reca alle terme di Abano. A Battaglia è servito in “plats de terre et assietes de bois à faute d’estein”. Da Rovigo passa a Ferrara,”fort peu peuplée”, dove visita il duca Alfonso II d’ Este, e anche il povero Tasso, allora a S. Anna. “Grande et belle ville” giudica Bologna. Impreca contro Loiano e i suoi osti, i più ribaldi d’Italia. A Scarperia del Mugello non gli sfugge il gran commercio che vi si faceva di coltelli, di forbici e di stili; e anche lì gli osti sono imbroglioni matricolati. A Pratolino si entusiasma alla vista della stupenda grotta, costruita dal Buontalenti.
Eccolo finalmente a Firenze. Va a pranzo dal granduca Francesco I de’ Medici, un “gros home noir, de gros mambres, le visage et contenance pleine de courtoisie”. Della Granduchessa, ch’ era Bianca Cappello, fa questo ritratto: “Est belle à l’opinion italienne, un visage agréable et imperieux, le corsage gros et de tetins a leur sonhait”. Ritiene gli alloggi fiorentini meno comodi di quelli di Francia e della Germania; anche del mangiare è scontento, come pure de’ vini, che non incontrano il suo gusto. Se la piglia perfino contro il vasellame, con dire: “L’estein est rare en toute cete contrée, et n’y sert-on qu’ en vasselle de cete terrepeint, asses mal propre”. Loda le cantine di Siena,” bones et fresches”, e l’abbondanza delle fontane. Osserva che le donne “ portent des chapeaus en leurs testes, la pluspart”. Si reca a Montalcino,” ville mal-bastie”; traversa Acquapendente, Bolsena e Montefiascone. Viterbo la ritiene “une belle ville”. Da Ronciglione si reca Roma, dove si trattiene a lungo: finisce col piacergli e coll’affezionarcisi e col volerne essere cittadino; onorificenza che chiede e ottiene.
Per Natale assiste alla messa celebrata da Gregorio XIII, il quale aveva un “certin instrumant à boire la calisse, pour prouvoir la surete du poison”. Come a Verona si era scandalizzato della poca devozione dei fedeli durante le cerimonie religiose, qui si scandalizza del contegno poco edificante de’ cardinali. Il pontefice, un “très-beau veillard, d’une moyenne taille et droite, le visage plein de majesté, une longue barbe blance”, amava “furieusemant” il proprio bastardo e arricchiva i parenti, “mais sans aucun interest des droits de l’église”. Dopo aver visitato Tivoli e Ostia, il 19 d’aprile lasciò Roma e fece ritorno in Toscana. Eccolo finalmente ai Bagni di Lucca, alle cui terme, tanto rinomate, chiede un rimedio e un ristoro alle sue infermità.
Ai Bagni incomincia a scrivere in lingua italiana il Journal du voyage. “Assaggiamo” (son sue parole) “di parlar un poco questa altra lingua, massime essendo in queste contrade, dove mi pare sentire il perfetto favellare della Toscana, particolarmente tra li paesani, che non l’hanno mescolato et alterato con li vicini”. De’ Bagni di questa descrizione: “Le montagne d’intorno sono quasi tutte fertili di grano ed uva….. Il popolo mangia pane di legna: così dicono in proverbio pane di castagne, ch’è loro principale ricolta: et è fatto come quel che si domanda in Francia pein d’espisse…. Si vive qui a bonissimo mercato. La libra di carne di vitella, bonissima e tenerissima, costa tre soldi francesi. Ci fa assai trutte (trote), ma piccole. Ci sono buoni artigiani a far parasoli, e se ne porta di qui per tutto. Il paese e montuoso e si trova poche strade pari. Tuttavia ce ne sono d’assai piacevoli; e fino alli viali della montagna sono la più parte lastricate…. Questi contadini e lor donne, sono vestiti da gentiluomini. Non si vede contadina che non porti le scarpe bianche, le calzette di filo belle, il grembiule d’ermesino di qualche colore: e ballano, fanno capriole e molinetti molto bene…. Il popolo fra sé è tutto diviso in la parte francese e spagnuola: e tuttavia si fanno quistioni d’importanza in questa briga. Di questo fanno publica dimostrazione. Le donne e gli uomini di nostra parte portano li mazzi di fiori sur l’orecchia dritta, la berretta fiocchi di capelli et ogni tal cosa: gli spagnuoli dall’altra banda”. Fece ritorno a Firenze, toccando Pescia, “piccolo castello”; con “la gente affezionatissima alla Francia”. A Firenze assisté alle feste di S. Giovanni. Un giorno, andò solo, “per suo diporto a veder le donne che si lasciano vedere a chi vuole”. In Empoli trova a’ contadini “il liuto in mano, e fin alle pastorielle l’Ariosto”. A Pisa s’imbatte nella “compagnia delli Disiosi, di commedianti, buonissima”; conobbe Girolamo Borro e Tommaso Cornacchini, “medico famoso”, che gli “fece sentire certe sue rime piacevoli e villesche”; e v’ ebbe ogni sorta di cortesie, “con questo che si tenga per città scortesissima e gli uomini altieri”. Eccolo di nuovo a Lucca. Dice non esser costume de’ lucchesi che “gli uomini vadino per la strada a cavallo, o poco e manco in cocchio. Le donne si, su le mule: e vanno con un servitore a piedi”. Soggiunge: “Non si può goder la compagnia dei lucchesi per esser tutti, fino ai fanciulli, occupati continuamente a faccende loro, et a far roba per il mezzo della mercanzia”. Tornò ai Bagni, poi a Lucca per la terza volta; e di lá a Certaldo, Poggibonsi, Siena, S. Quirico d’Orcia e S. Lorenzo, dove gli convenne dormir vestito “sur una tavola, per rispetto de’ cimici”; cosa che non gli era accaduta che a “ Firenze et in quel loco”. A Viterbo sperimentò i vicini bagni termali. Si trattenne quindici giorni a Roma, poi, per Ronciglione e Viterbo, Siena e Lucca, passò nella Versilia e quindi nella Lunigiana. Ecco quanto ne scrive:
Venimmo a cena a
MASSA DI CARRARA, terra la quale è al Principe di Massa, di casa Cibo. Si vede un castello bello alla cima d’un monticello. Sul mezzo del detto monticello, intorno al detto castello e sotto di esso sono le strade e le case, intorniate di buone mura. E più basso, fuora le dette mura, sta un borgo grande al plano, intorniato d’ altre mura nuove. Il loco è bello, belle strade, belle case e pitturate.
Era sforzato di bere vini nuovi; e non se ne beve altri in quelle bande: i quali con certi legni e ghiara (chiara) d’uova si fanno tanto chiari, che non ci manca nulla del colore de i vecchi, ma hanno non so che sapore non naturale.
La Domenica 22 di ottobre [1581] seguitai, prima una strada molto piana, avendo sempre il mare Tirreno su la man manca, vicino d’una archibugiata. Et in quella strada, fra noi et il mare, vimmo [vedemmo] una ruina non molto grande, la quale gli paesani dicono essere stato una grande città, nomata LUNA.
Venimo (venimmo) poi a SARREZANA, terra della Signoria di Genoa; e si vede la loro insegna, la quale è un S. Giorgio a cavallo. Tiene là una guardia di soldati Svizzeri, essendo terra la quale è suta altre volte del Duca di Firenze. E se non s’intermettesse il principe di Massa fra loro, non si dubita che Pietra Santa e Sarzana, frontiere dell’un Stato e dell’altro non fussin di continuo alle mani.
Passato Sarrezana (dove fummo sforzati pagare 4 giuli per una posta per cavallo, e dove si faceva una grande allegrezza d’artiglieria per il passaggio di Don Gioan de’ Medici, fratello naturale del Duca di Firenze, il quale tornava di Genoa dall’ Imperatrice (2), dove era ito da parte del detto fratello…. Questo principe Don Gianni lo iscontrai nella via, giovane assai bello di persona, accompagnato di 20 uomini ben in arnese, ma su cavalli di vettura, il quale andare non disdice punto in Italia nè anco a’ Principi); passato Sarrezana, lasciammo a man stanca la strada di Genoa.
Per andare a Milano c’è poca differenza di passar per Genoa, o per l’altra via, e torna a uno. Desiderava veder quella città e l’Imperatrice che ci era. Mi disturbò, che per andarci sono due strade, l’una lunga di tre giornate da Sarrezana, la quale ha 40 miglia di cattivissima et alpestrissima via di sassi e precipizi e male osterie: poco si bazzica quella via; l’altra è per Lerici, discosto tre miglia da Sarrezana, dove si mette per mare, e si passa in dodici ore in Genoa. Io, non sopportando l’acqua, per il difetto del stomaco, o non tanto sospettando il disagio di quella strada, quanto il stentare d’alloggiamenti per la gran calca ch’era in Genoa; e di più, che si diceva, che la strada di Genoa a Milano non era troppo sicura di ladri, e non avendo altro in testa che il mio ritorno, mi risolsi di lasciar Genoa da parte, e seguii la strada a man dritta fra molte montagne, tenendo sempre il fondo e vallone, il lungo del fiume Magra. Et avendola a man stanca, passammo adesso per il Stato di Genoa, adesso del Duca di Firenze, adesso de i Signori di casa Malaspina. In fine per una via comodamente bona, fuori qualche passi scoscesi e diripiti, giunsimo a dormir a
PONTREMOLI, 30 miglia, città molto lunga, popolata d’antichi edifizi non molto belli. Ci sono alcune ruine, e si dice che si nomava dalli antichi Appua. È adesso del Stato di Milano: et ultimamente la godevano quei di casa Fiesca. A tavola mi fu data la prima cosa il cacio, come si fa verso Milano e contrade d’intorno Piacenza. Mi furono date, secondo l’uso di Genoa, delle olive senza anima, acconcie con oglio et aceto, in forma d’ insalata, buonissime. Il sito d’essa città è fra le montagne et al piede d’esse. Si dava a lavar le mani un bacile pieno d’acqua posta sopra un scannetto. Bisognava che si lavasse ognuno le mani con esso l’acqua.
Me ne partii lunedì 23 la mattina: e salii all’uscir di casa l’Apennino, alto assai, ma la strada punto difficile nè pericolosa. Stettimo tutto il dì salendo e calando montagne, alpestre la più parte e poco fertili.
La sera andò a dormire a Fornovo, lieto di vedersi uscito “dalle mani di quei furfanti della montagna”, da’ quali “s’usa tutta la crudeltà a’ viandanti sulla spesa del mangiare e locare cavalli, che si possa immaginare”; “gente senza regola e senza fede verso i forestieri”. Del mangiare però non rimase scontento. “Mi fu messo a tavola” (scrive) “diverse sorte d’intingoletti in forma di mostarda, buonissimi, di diverse sorte. Era l’una di quelle fatta di mele cotonie”.
GIOVANNI SPORZA, Il Montaigne in Lunigiana, in Giornale Storico della Lunigiana di Achille Neri e Ubaldo Mazzini, 1922, pp. 226 – 231
(1)Cfr. ALESSANDRO D’ANCONA, L’Italia alla fine del secolo XVI, giornale del viaggio di MiCHELE DE MONTAIGNE In Italia nel 1580 e 1581. Nuova edizione del testo francese ed italiano, con note ed un saggio di bibliografia del viaggi in Italia, Città di Castello, S. Lapi, tipografo editore, 1895; in-16 di pp. LVI-720.
(1)Marin d’Habsburg, figlia di Carlo V, sorella di Filippo II, vedova di Massimiliano II, che andava in Spagna a serrarsi in un chiostro.
L’immagine di introduzione alla pagina è tratta da Wikipedia e rappresenta Montaigne ritratto con la catena dell’ordre de Saint-Michel conferitagli nel 1571 da Carlo IX