
Il Monte Burello, rilievo montuoso di oltre mille metri che separa Pontremoli da Rossano, conserva tracce dell’attività dei più remoti abitatori della nostra regione, cioè di quella popolazione preistorica ligure che, in quelle vicinanze, già ci ha lasciato eloquenti testimonianze della sua presenza, sia con la tomba a cassetta di Arzelato (in località Pradelinara) sia con la statua stele di San Cristoforo di Gordana (oggi conservata al Museo delle statue-stele di Pontremoli).
Le tracce cui si riferiscono queste note riguardano probabilmente non un luogo di stanziamento (sebbene la località abbia una morfologia analoga a quella di molti castellari liguri) ma un luogo di culto.
Una cosa, quindi, in un certo senso ancor più interessante e significativa , per intravedere qualche barlume della vita spirituale dei nostri più lontani progenitori.
Che le vette dei monti fossero considerate un luogo sacro, comunemente consacrato da tutta la tribù ai propri riti magico-religiosi, è cosa già nota: un esempio piuttosto famoso ci è dato, sulle Apuane, da quel Monte Sagro che anche nel nome ha conservato un chioaro ricordo della specifica funzione riservatagli. D’altra parte è noto come le prime espressioni religiose dell’uomo abbiano sempre riguardato aspetti e fenomeni naturali, quali sorgenti, boschi, corsi d’acqua, vette e pietre di particolare natura, forma o posizione.
La vetta di Monte Burello fu uno di questi luoghi sacri: ancora è possibile osservare incisioni e cavità praticate nella roccia con intenti culturali. Ma, cosa a prima vista sorprendente, la prova principale dell’antichità di questo silvestre “santuario” non proviene dal ritrovamento di particolari reperti materiali, bensì da elementi assai più impalpabili e tuttavia (come ormai è ampiamente dimostrato da molte altre esperienze) più significative ed indicative: cioè il comportamento delle popolazioni che abitano i paesi arrocati alle pendici del monte, di fronte a quelle cavità e quelle incisioni.
Già un grande studioso di storia regionale, quale fu Manfredo Giuliani, ebbe ad occuparsi dell’interessante fenomeno e descrisse le leggende ed i comportamenti in questione, pur senza giungere ad una precisa indicazione.
La più organica leggenda narra che una pastorella disobbediente sia stata afferrata dal diavolo, apparsole in forma di montone, e sia stata da lui sbranata, dissanguata ed arrostita. E le cavità rappresenterebbero appunto il forno e le scodelle del diavolo. Altre dicerie narrano di processioni improvvisamente comparse, di frati apparsi dal nulla ai pastori che transitavano in zona. Sta di fatto che, sebben si tratti di una località impervia ed in vetta al monte, non battuta da sentieri, pochi decenni or sono vi fu persino edificata una edicola sacra, con un pregevole bassorilievo marmoreo ed una preghiera incisa su lapide. Ma c’è di più.
Addirittura è accaduto che circa sessant’anni fa alcune persone s’indussero ad innalzare proprio in quel luogo una bandiera rossa……quasi nel convincimento un possibile rinnovamento radicale della società potesse in qualche modo muovere proprio da quell’aspro luogo! L’assieme di questi fatti popolari (e perciò genuini) – il cui studio viene definito con l’astrusa parola di “demologia” – ha valore probatorio uguale se non maggiore dei cocci che vengono ritrovati negli scavi; il valore rivelatore delle leggende e dei comportamenti è ormai riconosciuto e, in più di un caso, precede e favorisce la successiva ricerca archeologica, che è quella destinata a produrre i materiali documenti di quanto la demologia addita.
Le cavità del Burello sono tra i più caratteristici segni della preistoria: cavità coppelliformi ed incisioni cruciformi. Naturalmente la croce incisa in questi casi non ha alcun riferimento con l’analogo simbolo cristiano: essa era invece un primitivo segno per indicare, in forma estremamente stilizzata e schematica, l’idea di uomo.
Sulla vetta del Burello, proprio sull’orlo della cavità naturale detta “il forno” c’è una prima incisione cruciforme; poco oltre, su una vasta lastra di macigno rossastro, vi sono altri quattro segni: una cavità quadrangolare, assai regolare, di circa cm 15 per ogni lato, e profonda 5 cm; due più piccole coppelle subconiche del diametro di circa cm 6 e profonde circa cm 2; un’altra croce simile alla prima, dalle braccia lunghe circa cm. 5. Nessun altro reperto è stato osservato in superficie.
Certo, uno scavo regolare della Soprintendenza potrebbe dare risultati positivi ma è anche possibile che così non sia, e che le lontanissime popolazioni liguri preistoriche non abitassero stabilmente sul Burello, ma vi si recassero soltanto per praticare i riti delle loro arcaiche credenze.
L’alta e ben esposta posizione del monte (che domina sia la valle Gordana che tutta la valle del Magra) ed il rigoglioso bosco conferiscono al luogo un carattere suggestivo cui non si sottrae neppure l’escursionista d’oggi e che, ben maggiormente, doveva aver colpito quelle remote popolazioni. Una suggestione che, rafforzata dalle misteriose incisioni (che in qualche ingenuo modo dovevano essere spiegate, è quindi rimasta ancorata alle genti che, attraverso millenni, attraverso successive e diversissime civiltà, hanno continuato a frequentare, con misterioso timore, il “sacro” monte Burello, tempio naturale dei liguri preistorici.
Dario MANFREDI – La Nazione del 25.7.1982

