IL RASTRELLAMENTO DI PRACCHIOLA *


19 – 24 NOVEMBRE 1944

La sera del 19 novembre, quasi all’imbrunire, una forte formazione tedesca, proveniente da Montelungo attraverso il Molinello e Groppodalosio, si precipita nell’abitato di Pracchiola. E’ comandata da un maggiore e da un capitano che subito domandano del parroco.

Al sacerdote accorso, i due ufficiali chiedono immediate e precise notizie circa l’efficienza, numerica ed armata dei partigiani della zona. Inutile dire che il buon parroco (Dio lo perdonerà) dichiara e confessa ripetutamente che di partigiani, nella vallata, non ne ha mai visto nemmeno l’ombra.

Gli ufficiali, anche se non del tutto convinti, si insediano da padroni nei modesti locali della canonica, mentre la truppa, quasi raddoppiata per il sopraggiungere di un’altra formazione scesa da Gravagna, cerca il ricovero nelle varie case del paese. L’indomani mattina presto, il comandante chiede alcuni portatori ed una buona guida per raggiungere il passo del Cirone. Lo stesso parroco ed alcune donne si offrono spontaneamente per il servizio di trasporto e guida, ma i tedeschi sono irremovibili: “niente pastore, niente donne, uomini, solo uomini”. Gli uomini validi sono invece corsi alla macchia ed i tedeschi ancora più imbestialiti infieriscono con ordini perentori e minacciosi su tre poveri vecchi del paese: Giulio Orioli, Domenico Fiori e Giulio Armanini. I tre montanari caricati di pesantissimi zaini debbono porsi in testa alla colonna e fare da guida fino alla vetta del Cirone, ricoperta da oltre un mese, di una spessa coltre di neve. Da lassù, ricevute le precise indicazioni per Bosco di Corniglio, i tedeschi stabiliscono di procedere da soli. I tre pracchiolesi se ne tornano amareggiati al paese con la ricompensa della lunga, dura fatica: due sigari all’Orioli, un paio di scarpe vecchie al Fiori, due potenti pedate nel sedere all’Armanini. Fatica immane, paura da morire, e ricompensa volgare e cattiva; ma la vita è salva! La giornata del 19 novembre, pur tra tanto spavento è trascorsa liscia ed incruenta; non sarà la stessa cosa per la giornata del 22.

Verso le ore 9 del 22 novembre, una pattuglia tedesca, precipitata su Pracchiola dalle alture del Cirone, sorprende il partigiano Errico Tassi dio ritorno da una missione sulla zona a nord del paese. Disarmato e duramente percosso, viene spinto sulla piazzetta della frazione, distante un centinaio di metri. Proprio sulla piazza avranno inizio le brutali violenze della pattuglia. Catturati, dopo un fulmineo rastrellamento in paese, i vecchi Giulio Orioli e Giulio Armanini, vengono ripetutamente percossi a sangue.  L’Armanini, in particolare, già ferito della guerra 1915/1918, viene colpito con i calci dei fucili proprio al capo e nello stesso punto della ferita di guerra. Le conseguenze saranno purtroppo mortali.

Catturati e malmenati pure Angelo Chiesa, il figlio di questi e Antonio Calvi. Lo stesso parroco del paese, don Dante Maestri, sorpreso mentre cerca affannosamente di nascondere dei cappotti abbandonati vicino alla chiesa da un gruppo di partigiani in fuga dal Cirone, viene durissimamente percosso. Il sergente, comandante la pattuglia, fra lo spavento e il terrore delle donne accorse in difesa dei loro uomini nonn fa che urlare e ripetere la stessa minaccia: “Caput! Tutti Caput!”. Gli infelici vengono fatti sedere sul muricciolo fiancheggiante la chiesa. Fronte a loro si dispongono i componenti la pattuglia con i mitra spianati. Sta per scatenarsi un massacro, mentre le donne tornano ad implorare i rastrellatori di risparmiare il parroco e i loro uomini. E’ contro il parroco, invece, che va ad esplodere il rancore dei tedeschi perché nella loro selvaggia mentalità lo ritengono l’amico ed il complice dei partigiani. “Tu e tua casa caput! – urlano a più riprese – perché tu protettore partisan!”. Dopo aver lanciato una bomba a mano contro la canonica si danno a sparacchiare raffiche di mitra ai piedi dei prigionieri, disfatti dal terrore. Raffiche di mitraglia vengono poi dirette alla cieca verso l’alto e verso i campi, nel timore forse di qualche sorpresa, di qualche attacco. Mentre una parte dei tedeschi continua la sparatoria sulla piazza, l’altra si da alle perquisizioni ed alle ruberie. Verso mezzogiorno, dopo aver ancora una volta violentemente percosso i catturati, li rinviano alle loro case, ammonendoli, pena la vita, di non aiutare i partigiani.  E rivolti al parroco: “Tu pastore dopodomani caput”” E al partigiano prigioniero: “Tu, giunti al Cirone, caput!”.

Alle 13 circa, via alla volta del Cirone. Al partigiano che gronda sangue da una vasta ferita al capo, viene assicurato alle spalle, con strettissime cinghie, un pesante zaino di munizioni. Più che per il trasporto è una precauzione per impedirgli la fuga. Ha inizio poco prima delle 14 la via crucis degli Scaleri! Ad un’ora circa dalla partenza della pattuglia si porranno sulla stessa strada la madre e la sorella del catturato ( rispettivamente Marietta Tassi Pelliccia e Graziella “Lalla” Tassi). Quasi alla vetta del Cirone, le due donne, disfatte dalla fatica e dall’angoscia, riusciranno a raggiungere i tedeschi. Preferiamo troncare qui il tragico contrasto tra il tedesco risoluto a conservare la sua preda e la madre e la sorella che a più riprese tentano la salvezza del loro caro. Lasciamo le due donne scaraventate brutalmente a terra, disperate e piangenti, con le pupille fisse, dilatate, sull’essere caro che sempre più pressato dagli armati, è costretto a proseguire il suo cammino.

Solo alla sera tardi dello stesso giorno, di ritorno dalla zona del Bagnonese, ove mi ero recato per ordine del Comando Unico, saprò della cattura di mio figlio e della decisione tedesca di fucilarlo alla vetta del Cirone.

Errico Tassi, per un caso veramente fortunato, non veniva fucilato alla vetta del Cirone. Pervenuti i tedeschi a quell’altezza, venivano a trovarsi, non solo disorientati da una furibonda tempesta di neve, ma addirittura terrorizzati da intense sventagliate di mitra, delle quali non sapevano capacitarne la provenienza. Temendo di cadere in una imboscata, ingiungevano al prigioniero di far loro da guida sino a Bosco di Corniglio. Giunti a Bosco, relegavano il prigioniero su un camion carico di altri catturati ed in procinto di partire per Corniglio. A Corniglio, il giorno dopo, mentre il Tassi con altri stava per essere passato per le armi, un improvviso allarme per l’attacco di una grossa formazione partigiana su tutta la zona induceva i tedeschi a salire precipitosamente sui camion e fuggire alla volta di Parma.

Il giorno 23, in tutta la zona di Pracchiola, c’è aria di diffidenza e di allarme. Nessuno dei pracchiolesi ha dimenticato che gli uomini della fosca pattuglia hanno apertamente dichiarato il loro ritorno per il giorno 24.

Il mattino presto del 24, infatti, il solito sergente irrompe in Pracchiola con tutti i suoi uomini. Il graduato chiede subito del “pastore” ed alla risposta che la canonica è deserta sfoga la sua ira su due poveri, innocenti montanari: Domenico Fiori e Lazzaro Galeazzi. L’azione vandalica dei tedeschi si manifesta subito dopo in tutta la sua sacrilega violenza. Fatta saltare la porta della canonica con alcune bombe a mano, vi fanno irruzione devastando, distruggendo e asportando tutto quanto può far loro comodo per il portafoglio e la gola. Terminata l’opera di devastazione e di ruberia, vengono poste ai muri perimetrali della canonica ben sette cariche di tritolo. Indisturbati i tedeschi in ogni loro azione i tedeschi, perché il battaglione pontremolese era sbandato per un feroce rastrellamento subito pochi giorni prima.

Le donne e i vecchi raccomandano di risparmiare almeno la chiesa. “Niente chiesa! – rispondono i tedeschi _ noi fare saltare casa del pastore perché amico dei partisan!”. Povero don Dante!…..se c’era in tutta la Valdantena, tra il cozzo furente delle due parti in lotta, un’anima innocente, veramente candida, quella, senza tema di errori, era la sua. Alle 12,13, mentre la pattuglia tedesca sta correndo a precipizio fuori dal paese, un’immane esplosione si ripercuote in tutta la vallata. Una gigantesca nuvola di polvere fa seguito allo scoppio. Del fabbricato adiacente la chiesa, adibito a canonica, non c’è più che un cumulo di fumanti rovine. Al pianto ed alla costernazione dei paesani, fa eco dall’alto di Pracchiola la sghignazzata dei vandali che, paghi e soddisfatti del bestiale gesto compiuto, se ne tornano velocemente alla sede di partenza: la Cisa.

Tratto dalla pubblicazione Pagine Pontremolesi di Mino tassi, 1974, Tip. Artigianelli