Ricordo quando da bambino assistevo alla vendita all’incanto dei prodotti alimentari donati alla chiesa dalla popolazione in occasione della ricorrenza del Santo Patrono e forse, anche in altre ricorrenze.
Era un piccolo evento che si celebrava nel piazzale della chiesa, dove di radunava la gente, di solito al termine dei Vespri pomeridiani. Su un tavolo erano esposti fiaschi e bottiglie di vino, formaggi di mucca e di pecora, salami ed, in tempi più antichi, anche qualche gallo o gallina ancora vivi.
La gente osservava con attenzione i prodotti, cercando di riconoscerne la provenienza, gli articoli ai cui proprietari veniva riconosciuta capacità nella produzione del bene erano quelli che venivano più contesi e raggiungevano cifre anche importanti per l’epoca.
Di solito il banditore era un massaro con buone capacità dialettiche e caratteristiche anche da imbonitore, la scena, che si svolgeva in un clima festoso, allegro e divertente richiedeva l’enfatizzazione di caratteristiche del prodotto anche se non le possedeva. In questo senso il vino, anche quello più acidulo, era nettare, rosolio e la pollastrella di poco tempo aveva già le uova!
L’Incanto seguiva le regole dell’asta, “d’la prima, d’la secunda, d’la terza, agiudicà!” era la frase finale della contrattazione e l’assegnazione all’offerta più alta.
Quando la gente ha smesso di produrre e di offrire prodotti in natura, anche il rito dell’incanto è caduto nell’oblio.