di A.C. Ambrosi
Le numerose scoperte archeologiche che in questi ultimi anni sono venute a dare nuovi, decisivi contributi alla conoscenza della Liguria etnica del Levante ed, insieme, l’affermarsi di nuovi campi di ricerca che esulano dalle forme e dai metodi tradizionali, possono indurre a farci fare un primo sommario bilancio dei dati in nostro possesso dei Liguri-Apuani. Si tratta soltanto di un primo tentativo di impostazione metodologica che cerca di enunciare il problema suggerendo certi orientamenti e certi metodi di ricerca.
Dovremo dire, infatti, che i mezzi abituali ed ancora fondamentali della ricerca, cioè il documento archeologico e le fonti storiche, sono spesso carenti e ben lungi dal soddisfare. Ciò perché entrambi si presentano in forma lacunosa e discontinua. Se è vero che non possiamo più ragionevolmente sperare nella scoperta di nuove fonti scritte, cioè di testi classici che ci parlino del mondo preromano che ci interessa è altrettanto vero, però, cke le scoperte archeologiche sono invece una realtà in costante sviluppo: quasi ogni giorno nuove testimonianze vengono alla luce portando ulteriori, sensibili contributi alla conoscenza di un mondo che si fa sempre più ricco di dettagli e di particolari. Tuttavia queste conoscenze continuano ad essere insufficienti, sia per l’impossibilità di una esplorazione sistematica di ampie fasce di territorio e sia anche perché quanto abbiamo trovato e quanto ancora potremo trovare sarà sempre una modesta reliquia di quell’infinito patrimonio di conoscenze che gli uomini e il tempo hanno distrutto nel passato. Da questa considerazione emerge la necessità di una migliore utilizzazione delle possibilità di indagine in altri campi. Si afferma, cioè, la necessità di una intesa interdisciplinare con altre scienze capaci di portare sensibili contributi alle ricerche che ci interessano.
Questo preambolo ha lo scopo di giustificare le poche cose che mi permetto esporre in questo modestissimo tentativo di visione di insieme del problema.
Una visione globale, con un termine preso a prestito dalla didattica, per vedere i problemi da diverse angolature. Perché ci si rende facilmente conto, infatti, quanto sia stato, e sia ancora, insufficiente il livello delle conoscenze sulle nostre lontane popolazioni basandoci soltanto sui reperti archeologici. Con questo metodo Luisa Banti nel suo notissimo lavoro Luni – lavoro che è stato fondamentale per vari decenni – ha costruito una topografia storica che i ritrovamenti di oggi hanno messo in seria e fondata discussione. Ma altrettanto discutibile sarebbe, a nostro avviso, un quadro aggiornato soltanto ai ritrovamenti di oggi. Chi ci dice, infatti, che nel prossimo futuro questo quadro non possa essere totalmente sconvolto da altre scoperte? Ed ancora, chi dice che in passato non siano andate distrutte delle testimonianze veramente fondamentali? Pertanto dobbiamo essere piuttosto critici nelle nostre possibilità; nella capacità di una conoscenza oggettiva e lata di fatti, di avvenimenti, di mentalità, di livelli culturali che conosciamo così frammentariamente o così male da farci apparire quelle popolazioni tanto estranee da essere quasi inimmaginabili.
Tuttavia nessuno può negare il valore primario, fondamentale delle fonti tradizionali, quelle che fino ad oggi ci hanno permesso di acquisire i dati che conosciamo; ma pensiamo che al loro fianco si debbano unire anche ad altri documenti: alcuni di questi sono già noti ed utilizzati da lunghi decenni e non mi sembra che siano mai stati considerati come strumenti per l’indagine per la differenziazione delle compagini etniche. Eppure anche questi nuovissimi mezzi di conoscenza possono avere lo stesso identico valore dei fossili raccolti nelle caverne, dei paleosuoli dei villaggi, delle sedimentazioni negli antichi centri urbani. Non alludo soltanto a quelle reazioni, rimaste vive come tante spie, nei dialetti di oggi, nella toponomastica, che già in passato è stata di tanto aiuto in quelle fondamentali ricerche che si sono definite di linguistica spaziale, ma anche a quei caratteri che ci portiamo dietro di generazione in generazione, che sono vivi in noi con i nostri stessi caratteri fisici, con le componenti ematiche e con i dermoglifi che devono essere visti come nuovi mezzi di indagine e di differenziazione. Sono soltanto nuove visuali che si aprono sopra l’incerto e nebuloso mondo del passato. Forse gli strumenti non sono ancora sufficientemente affinati nella tecnica ed i risultati non sono ancora quelli che desidereremmo; però è un primo passo; un tentativo che dovrà essere seguito da altri.
Chi sono dunque i Liguri Apuani che conosciamo soltanto alla vigilia della loro scomparsa? Sono certamente una grande compagine etnica, forse una delle più forti per numero e per territorio, che si trovava con i Friniates a fronteggiare, a oriente e a sud, altrettanto forti e massicce compagini italiche. Era veramente una testa di ponte avanzata, quasi incuneata tra altre popolazioni da non essere più considerata come ligure. La divisione augustea dell’Italia, infatti, pone i confini tra Liguria ed Etruria al fiume Magra, tagliando fuori quasi completamente grande parte del territorio che doveva appartenere agli Apuani. L’origine di tutto questo va certamente ricercata nel noto passo liviano de ligure is ager erat; Etruscorum antequam Ligur fuerat. Pertanto per Livio e soprattutto per l’etrusco Gaio Mecenate, il vero estensore della divisione augustea, tutto il territorio a sud del Magra era etrusco; la presenza dei Liguri in quella plaga doveva considerarsi soltanto episodica. In realtà questa visione non teneva in minimo conto una realtà ligure che, se è abbastanza rintracciabile oggi, lo doveva essere, in maggior misura, duemila anni fa. Ma è altrettanto vero, come meglio vedremo, che i confini a sud, tra Liguri ed Etruschi, sono estremamente labili e non sempre delimitabili in maniera precisa.
Per l’estensione dei Liguri Apuani a nord abbiamo, invece, dei punti di riferimento più precisi, anche se dovremo limitarci ad una ricostruzione già lontana dal periodo preromano, che è quello che ci interessa particolarmente.
Ci soccorre in questa delimitazione l’elenco dei Ligures Celeberrimi tracciato da Plinio. Ligio anche lui alla nozione di una Liguria limitata al fiume Magra, pone come oppidum più meridionale ligure Segesta Tigulliorum e come populos quello dei Veleiates. Grazie alla Tabula siamo in grado di conoscere abbastanza chiaramente i limiti di quest’ultima compagine etnica; all’epoca di Traiano aveva ancora mantenuto forme strutturali di organizzazione demoterritoriale risalibili al mondo preromano. Sebbene non si possa dare molta importanza all’assetto topografico della Tavola Peuntingeriana, l’ubicazione della voce Veleiate sembra abbastanza pertinente. E’ vero che il nome è posto soltanto nella parte occidentale dell’Appennino mentre, in realtà, questa popolazione doveva espandersi a cavallo della montagna, forse in maniera preponderante nella parte orientale, tuttavia la sua collocazione, a nord di una catena montuosa che va identificata con quella del Gottero, che scende sul mare in Alpe Pennino (il Passo del Bracco), ci sembra collocazione che bene possa rispondere alla zona che, in termini lati, va intesa come l’incontro delle attuali regioni Toscana, Emilia e Liguria. Verremmo ad identificare la sua presenza anche sulle alte pendici appenniniche della Val di Magra e della sua testata.
Qui la Peuntingeriana pone l’etnico Sengauni che, come è noto, non trova riscontro in nessuna fonte storica. La sua collocazione è addossata alla catena montuosa che dovrebbe formare la sponda destra del Magra, o meglio, la valle del Vara. E’ probabile che il territorio attribuito ai Sengauni rappresenti proprio la zona di confine tra Veleiates ed Apuani; il noem sarebbe una delle tante trasposizioni o uno dei numerosi errori della Peuntingeriana. In questo caso l’attribuzione alla riviera orientale di un etnico proprio della riviera occidentale.
Possiamo quindi ritenere per certo che gli Apuani confinassero a nord con i Veleiates. Per quello che se ne sa, può darsi che non esistessero sostanziali differenze o divisioni, specialmente dal punto di vista culturale, tra populus e populus. Forse la differenza tra Apuani e Veleiates consisteva in una maggiore accentuazione dei caratteri mediterranei nei primi, a fronte di una più marcata celtizzazione dei secondi. Gli storici ci parlano non solo di una unione e di una partecipazione totale dei Ligures alle loro guerre, ma anche di stretta unione di intenti con i Galli. Si ricordi a questo proposito l’attestazione del tribuno P. Sempronio Bleso quando diceva bella Ligurum Gallicis semper juncta fuisse; eas inter se gentes mutua ex propinquo ferre auxilia. Certamente al di sotto degli accordi tattici e trategici che la situazione militare poteva suggerire di volta in volta, un comune sottofondo di cultura, lingua, costumi ed abitudini doveva amalgamare tutti i conciliabula di questi due grandi popoli. Forse per questa ragione anche oggi, a distanza di tanto tempo, e di un tempo sotto molti aspetti livellatore delle peculiarità, le differenze sono molto smorzate, spente ed irriconoscibili. Se tutto questo emerge a nord, in una zona ove non esistono differenze apprezzabili nei reperti archeologici, le cose cambiano sostanzialmente a sud dove si fronteggiano popoli diversi.
Ma su questo problema, cioè sulla divisione tra Liguri ed Etruschi, non desidero ripetere quanto è stato più volte e tanto autorevolmente detto in passato, anche se oggi tutto il problema va rivisto alla luce delle nuove acquisizioni archeologiche; né rifare qui tutta la cronistoria delle guerre romano-liguri secondo le frammentarie, imprecise e spesso approssimate notizie giunteci attraverso la storiografia romana. Di questi dati desidero cogliere soltanto qualche elemento che possa presentare aspetti significativi ai nostri fini.
Prima di tutto dovremo rilevare il forte divario tra la realtà che doveva esistere e quella presentataci dalla storiografia al momento della conquista romana. Come abbiamo accennato, per Plinio i Liguri raggiungono a malapena il corso del Magra; più a nord vivono gli Etruschi. Se, invece, prendiamo Livio nei passi che riguardano la conquista romana a nord dell’Arno i fatti hanno tutt’altra rilevanza, sembrano adombrare due diverse realtà. Egli ci ricorda i Liguri Apuani più volte nel II secolo a.C. La prima è a proposito delle campagne del console Flaminio; dice testualmente: Translatum deinde ad Apuanos Ligure bellum, qui agrum Pisanum Bononiensemque ita incursaverant, ut coli non posset (XXXIX-II-5). Siamo nel 187 a.C. La seconda volta è a proposito della già ricordata disfatta del console Q. Marcio, ove i romani persero 4.000 uomini, signa e vexilla; dice che smisero prima gli Apuani di inseguire che i romani di fuggire. Siamo nel 186 a.C.
Le altre volte si riferiscono alle rivincite dei romani; alle altrettanto famose deportazioni dei consoli Cornelio e Bebio e a quelle del console Fulvio. Le fondazioni di Lucca nel 180 e di Luni nel 177 non risolvono subito il problema.
Infatti nel 175 i Liguri (non è specificato quali ma non dovrebbero esserci dubbi) devastano ancora l’agro lunense e pisano.
Luni subisce ancora una devastazione attorno al 170 a.C. e questa volta, con il trionfo di Claudio Marcello, la zona sembra definitivamente pacificata.
Da questo sintetico quadro si ricavano alcune nozioni assai interessanti: i Liguri Apuani compiono azioni militari nell’agro pisano e nell’agro bolognese; hanno quindi un teatro di azione ed una zona d’influenza che coincide con la più avanzata punta meridionale e sud-orientale del mondo ligure. Dobbiamo ritenere che fossero Apuani anche i Ligures che dal 195 al 190 avevano impegnato i romani attorno a Pisa e che avevano depredato non soltanto l’agro a nord dell’Arno, ma anche quello a sud. Territorialmente è uno spazio enorme, che va dalla pianura padana al Tirreno e all’Arno. Dobbiamo forse pensare che le azioni liguri che Livio attribuisce agli Apuani nell’agro bolognese possano essere verosimilmente attribuite ai Friniates (detti anche Briniates) che però lo storico localizza abbastanza pertinentemente nel modenese, specialmente quando, per le campagne del 177-176, parla del fiume Scultenna, cioè l’odierna Scoltenna. Certamente tra Apuani e Friniates doveva esistere una stretta analogia se, anche oggi, nell’alto Appennino modenese esistono, in una ristrettissima isola, caratteristiche dialettali simili a quelle degli Apuani. Non possiamo quindi pensare che questi due grandi popoli fossero entità da ignorarsi anche se per affinità etniche e culturali possono essere stati identificati.
Se consideriamo l’estensione territoriale che alcuni dei Ligures Celeberrimi ricoprivano, paragonata a quella lumeggiata per gli Apuani, la chiusura del mondo ligure al Magra riesce veramente di difficile comprensione.
Ma nell’esame delle fonti sull’espansione ligure verso l’Etruria dobbiamo considerare un altro elemento: quello delle origini di Pisa attribuite al Teutae o Teutanes.
Come è noto l’indicazione è data da Servio e sembra che la città prima di essere stata abitata dagli Etruschi fosse occupata da una popolazione così chiamata. Catone li aveva definiti graece loquentes, ma che, invece, i Teutanes si debbono considerare Liguri o Ambro-liguri, sembra confermato dalla nota ricerca del Kretschner, che ha abbastanza convincentemente dimostrato la parentela dei Teutanes, abitatori preetruschi di Pisa, con i Teutanes germanici. Sarebbero stati, dunque, Ligures fortemente celtizzati, forse immemori dell’antica componente mediterranea dei protoliguri, viventi ancora in grosse isole di relegazione.
Se dalle fonti storiche o mitologiche noi passiamo a confrontare i documenti archeologici, la frontiera ligure verso gli etruschi deve essere sensibilmente spostata verso il nord. Ma, come ho già accennato, non possiamo prendere come prova unica e determinante l’archeologia, anche se rimane elemento basilare della valutazione. Un mezzo, del quale riconosciamo le insufficienze, ma al quale non sappiamo ancora sostituire altri di pari valore.
Per l’archeologia l’elemento propriamente ligure diventa saltuario e raro nella pianura mentre prende maggior consistenza nella valle del Serchio, specialmente dalla confluenza della Lima in su. Così lungo la costa; se si trovano segni liguri nelle pendici collinari, nella pianura versiliese, il vero insediamento massiccio, sicuro, antico è quello del Baccatoio, per il quale sono state viste tante relazioni con Chiavari.
Gli elementi liguri a sud di questa linea hanno gli stessi valori degli elementi etruschi che si trovano al nord. E’ un campo di alterne vicende, di flussi e di riflussi, di reciproche penetrazioni commerciali e culturali.
La cosa che colpisce di più è la datazione dei reperti in questa vasta area di alterna e reciproca penetrazione. Se si fanno pochissime eccezioni, tutta questa grande fascia ligure fronteggiante l’ethnos dei Rasenna è caratterizzata da datazioni molto tarde. Sono tracce liguri degli ultimi secoli, alcune sono già del mondo romano. Sembrerebbe un arrivo ligure postumo, quando forse gli Etruschi avevano già accusato il colpo di Sentino che doveva ben presto assicurare l’unificazione dell’Italia centrale sotto i romani. Risalendo verso il nord si hanno esempi di stanziamenti ben più antichi; si pensi alla buca di Castelvenere ed alla necropoli di Villecollemandina, nella Val di Serchio e si pensi al Baccatoio lungo la costa.
Ma se risaliamo ancora di più nel cuore delle Alpi Apuane ed oltre, nella Val di Magra, troviamo la serie tipologicamente e cronologicamente differenziata delle statue-stele. Rispetto al territorio che pensiamo abitato dagli Apuani esse occupano il centro-nord, trovandosi nella parte più settentrionale delle Alpi Apuane ed in tutta la Val di Magra fin quasi alla sua testata. Mentre nella Lucchesia la presenza ligure c’è e non c’è, appare e scompare, per questa zona, già chiaramente individuabile nella persistenza del rito incinerante in forme statiche ed invariate per lunga fuga di secoli, le statue-stele costituiscono una costante che va dalla tarda preistoria alla romanizzazione. Dal lento formarsi dell’ethnos ligure attraverso le sue complesse vicissitudini, attraverso l’alternarsi ed il prevalere di componenti esterne, questo culto permane identico nella sua sostanza e nella sua realtà.
Possiamo ben dire che la loro prima apparizione supera il concetto etnico che stiamo esaminando perché le più arcaiche sono probabilmente coeve delle popolazioni che seppelliscono i loro morti nelle cavernette sepolcrali eneolitiche. Siamo perciò ancora più a monte, nel tempo, dei protoliguri delle più arcaiche tombe ad incinerazione che conosciamo. Tuttavia non possiamo ignorare questo mondo, che è stato il più antico sostrato della popolazione apuana.
Nel loro lungo permanere le statue-stele ci attestano il cambiamento di armi, di stile rappresentativo, ma anche la profonda frattura esistente tra i paleoliguri ed i neoliguri. Attorno al VI-V secolo a.C. i vecchi tipi vengono sostituiti dai nuovi guerrieri, armatissimi, e l’elemento femminile scompare completamente.
In realtà il popolo doveva essere sempre lo stesso, il Ligure, ma una profonda trasformazione si doveva essere prodotta nella sua compagine, nelle sue credenze, nel suo tessuto sociale, nella sua stessa base etnica.
I riferimenti ai Teutani di Pisa o agli Ambrones che ad Aquae Sextiae dei Liguri combattenti con i romani, ci chiariscono molte cose circa la trasformazione operata nelle antiche comunità liguri.
Abbiamo detto prima che un certo grado di arcaicità nei ritrovamenti si osserva spostandoci verso il nord: Villacollemandina, la ceramica protoligure della Capriola, il ripostiglio di Puglianella, il Baccatoio, le statue-stele della Lunigiana. Possiamo così circoscrivere una zona che, in senso lato, comprende il massiccio apuano, con larghi margini appenninici, litoranei, ove, pur nel dinamismo evolutivo sopra accennato, si notano condizioni più statiche, conservative, che sono certamente conseguenze delle condizioni geografiche ed ambientali. In questa zona, che potremo considerare più lenta culturalmente perché meno esposta alle correnti indoeuropee, ove queste ultime sono state più faticosamente recepite, più naturalmente assimilate, all’archeologia fanno riscontro altre testimonianze che sono illuminanti e che integrano e, ci sembra, completano il quadro.
Sono testimonianze vive ed attuali che ci giungono di generazione in generazione, dalla preistoria e dalla protostoria e che ci portiamo dietro come un retaggio che neppure la nostra età tanto dissacrante è riuscita ancora a distruggere.
Orbene, nella vasta area compresa da Isola Santa a Gragnola e dall’Avenza a Corfino e a Soraggio, i dialetti hanno i cosiddetti suoni cacuminali. Per cacuminali, o invertite, si intende nel nostro caso, una particolare pronunzia della -t- e della -d- seguite da vocale; cioè quando in luogo di un comune suono alveolare o dentale, a seconda se la vocale è palatare o velare, la lingua è leggermente piegata verso l’alto e batte quindi contro la parete del dorso, invece di battere direttamente contro gli alveoli.
Sono suoni, questi, che si trovano in lingue particolarmente arcaiche, quali la dravidica, il sanscrito ed anche in parecchie lingue neonarie dell’India, ove, secondo il Pizzigalli, rappresenterebbero dei riaffioramenti dell’antico sostrato dravidico. Ma le cacuminali abbondano anche nelle lingue munda-polinesiache, nelle lingue cuscitiche e nel caucasico settentrionale, cioè sempre in gruppi linguistici molto arcaici, siti spesso in aree di grande relegazione.
Il valore delle cacuminali apuane è stato oggetto di una lunga e anche violenta polemica tra due eminenti glottologi: il prof. Botiglioni dell’Università di Bologna e il prof. Merlo di Pisa. Per il primo le cacuminali apuane erano un elemento di sostrato mediterraneo e rappresentevano una caratteristica peculiare dei Liguri Apuani. Per il Merlo erano elemento medioterraneo ma non dei Liguri, perché egli notava che nelle Apuane non esistono le “acutissime spie del ligure”, come la caduta della -r- intervocalica . A fronte di alcuni caratteri propri del ligure attuale, ma ancora inesistenti nel genovese del XVII secolo, dovremo notare che un certo scambio tra liquida e dentale, un fenomeno vicino alle attuali cacuminali, sembra documentato nella Tavola di Polcevera, un documento epigrafico risalente ai primi tempi della presenza romana nell’entroterra genovese.
Comunque a noi preme notare che questa caratteristica dialettale, ancora viva nelle Apuane, è una reazione del sostrato mediterraneo, non di parastrati gallici, o comunque, indoeuropei, alla lingua di Roma. E l’area delle cacuminali apuane secondo una lunga indagine, che ho condotto nel 1955/56 doveva avere nel tempo una estensione ben più ampia, giacché nel volgere di pochi anni si è ancora ulteriormente ristretta.
E’ una caratteristica che dovevano possedere anche i Friniates, giacché appare anche nell’alto Appennino pistoiese, nel montano paese di Treppio nel comune di Sambuca.
Se colleghiamo le aree dialettali dotate di caratteristiche particolarmente arcaiche veniamo a tracciare dei limiti che non coincidono con quelli del mondo apuano delle fonti storiche, ma che però molto si avvicinano a quelli indicati dai reperti archeologici più arcaici.
Potremmo così isolare un territorio, quello più intensamente influenzato dai “Liguri mediterranei”, dai paleoliguri per intenderci, che sembra reliquia di una più vasta area circostante, che fu alterno campo di una lunga vicenda etnico-culturale, ove si scontrarono e si fusero le varie componenti esterne, di diversa provenienza, da quelle padane a quelle dell’Etruria.
Ma accanto a queste ricerche di carattere linguistico, altre estremamente interessanti di carattere antropologico stanno venendo avanti e sembra che confermino i dati che abbiamo preso in considerazione.
partiamo da uno studio del 1960 del prof. P. Passarello dell’Istituto Antropologico di Roma. Questi ha studiato le aptoglobine sieriche in un gruppo di famiglie della Lunigiana. Ebbene, mentre in tutta Italia la media del gene HP2 è del 62%, in Lunigiana, col 71% rappresenta la punta di estrema frequenza ed è indicativa di una popolazione sostanzialmente diversa (almeno sotto questo aspetto) da quelle vicine.
Arriviamo poi al 1967 allo studio del prof. Nieri sul fattore Kell+ nel sangue della popolazione di Massa. In quel centro apuano la percentuale è dell’11%, mentre a Pisa è del 2,65%, a Livorno del 3,68% ed in Liguria del 2,54%. Un nuovo studio è stato eseguito nel 1972 da Bernardi e da Freccero della Spezia, con analoghe ricerche nel sangue delle popolazioni della bassa Val di Magra, cioè la zona di Sarzana, Castelnuovo Magra e Ortonovo. L’indagine ha rilevato che nell’estremo confine della Liguria orientale, avvicinando verso il gruppo apuano, il fattore Kell+ aumenta visibilmente, passando dall’8,57% al 10,41%, raggiungendo così valori molto vicini a quello di Massa dell’11%.
Poi vengono gli studi antropologici del Formicola del dipartimento di storia naturale dell’uomo dell’Università di Pisa. Egli proseguendo gli esami del Kell+ trova che all’interno della Lunigiana, in zone più montane e più relegate, come nello Zerasco e nel Pontremolese, il fattore Kell+ aumenta e raggiunge il 12,66%; esso rappresenta non soltanto la frequenza più elevata d’Italia, ma addirittura d’Europa. Inoltre con osservazioni su altri particolari geni, egli è riuscito a porre analogie e riferimenti col gruppo caucasoide e con la fascia europea nord occidentale, nelle isole atlantiche, in Corsica, in Sardegna e nelle zone continentali montane, quali i Pirenei e le Alpi. Tutte zone ove si hanno, e forse non soltanto per coincidenza, le statue-stele. I suoi esami sulla popolazione di Sassalbo, pur rilevando due distinti sostrati etnici, sembrano rintracciare un relitto di antica popolazione, riconducibile alla razza Atlanto-mediterranea nel senso di quella evidenziata da Coon e Biasutti.
Del Formicola, di questo giovane e tanto promettente studioso cresciuto alla rigorosa scuola del compianto prof. Parenti, dobbiamo citare anche le ricerche sui dermatoglifi digitali e palmari osservati in 200 individui della zona di Fivizzano. I dermatoglifi in parola sono fattori molto importanti nello studio dei gruppi umani “perché sono caratteri non soggetti a trasformazione per l’età e fondamentalmente ereditari, determinati da una base polifattoriale che, probabilmente, ne riduce le oscillazioni di accumulo. Inoltre, poiché non si conosce l’esistenza di meccanismi selettivi che agiscono sui dermatoglifi, questi sembrerebbero costituire caratteri relativamente conservativi nei quali si potrebbero mantenere a lungo tracce delle connessioni genetiche fra le popolazioni”.
Quali sono stati, dunque, i risultati di queste analisi? Le popolazioni esaminate possono essere avvicinate in maniera preferenziale alle popolazioni del medio e basso Mediterraneo, piuttosto che a quelle continentali del sud-Europa.
Probabilmente tutti questi dati hanno bisogno di conferma, di più accurate indagini, di un maggiore approfondimento, sia per le aree esaminate e sia, soprattutto, per un maggior numero di soggetti esaminati.
Tuttavia sembra già di vedere abbastanza chiaramente dei dati che sono molto significativi e che coincidono con altri elementi già in nostro possesso.
Nel gruppo apuano, che coincide con gran parte della Garfagnana e della Lunigiana orientale, si può intravvedere una situazione demologica molto antica che dobbiamo ascrivere alla componente mediterranea dell’ethnos ligure. La stessa componente che una nota studiosa, Pia Laviosa Zambotti, vari anni fa, aveva indicato come fusione di tre correnti, la camitica, la iberica e la ligure; cioè una popolazione con riferimenti ad aree mediterranee che non per mera coincidenza abbiamo sentito ricordare nei risultati delle ricerche antropologiche. E la particolare situazione demologica trova riscontro, ci sembra, e conferma nel campo archeologico con le statue-stele e nel campo linguistico con le cacuminali dei dialetti.
Pertanto potremmo vedere la vicenda dei Liguri Apuani come il dramma di una grande nazione che ha avuto momenti di fortuna e momenti di pauroso declino. Dopo aver subito un po’ le sorti di tutte le popolazioni italiche, ha avuto un periodo di grande espansione a sud, nella zona propriamente etrusca , per subire poi il progressivo annientamento sotto l’avanzata a nord della conquista romana. Ma nonostante le massicce deportazioni operate nel II secolo a.C., la vitalità e la persistenza dell’antico nucleo mediterraneo, arroccato nell’impervio mondo della Alpi Apuane, difeso e protetto dal suo carattere endogamico e conservativo, come dalla stessa configurazione delle sue valli, è giunta fino a noi con elementi ancora emergenti e distinti.
Ambrosi A.C., Il territorio dei Liguri Apuani, Centro Aullese di Ricerche, Aulla, 1981