IL VINO

Il mosto travasato dal tino veniva messo a maturare in botti oppure direttamente nelle damigiane. In quest’ultimo caso per evitarne l’inacidimento occorreva aggiungere un poco di olio e chiudere la damigiana con un tappo.

Botte in legno di castagno dove veniva messo il mosto a maturare
Imbuto di legno che serviva per travasare il vino nelle botti

Tronco di legno scavato che veniva utilizzato, in mancanza della tinozza, per raccogliere il vino che sarebbe sceso dal foro posto sulla base del tino
Mestolo di legno che serviva per raccogliere il vino finito nella tinozza


Neanche una goccia di vino doveva andare persa. Le vinacce che durante la fermentazione risalivano in superficie nella botte, tolte quelle più superficiali, venivano pressate tramite il torchio ed il vino estratto messo in una damigiana a parte.

Tutte le famiglie possedevano più damigiane per riporvi il vino. Erano ripiene sino all’orlo, per non far prendere aria al vino ed evitare che si inacidisse veniva versato un dito d’olio. La damigiana veniva poi chiusa con un tappo di sughero oppure un bussolotto di latta. Il corpo della damigiana era rivestito con aste intrecciate di vimini, il collo era protetto da cordoni di paglia e la base era costituita da una tavoletta di castagno.

Una damigiana

La macchina che veniva utilizzata per imbottigliare il vino buono, (“al vin du soi”). Dopo la fermentazione nel mastello il vino veniva messo in una damigiana e lasciato maturare sino alla primavera successiva quando veniva imbottigliato; di solito era un’operazione che si faceva nel periodo pasquale, facendo molta attenzione alla fase lunare, in modo da ottenere un vino frizzante ( il primo quarto, in fase di luna crescente). La fase di imbottigliamento andava eseguita con perizia; quando la lunga leva della macchina era sollevata si apriva una sorta di buco nel vano superiore nel quale doveva essere inserito un tappo di sughero. Abbassando lentamente la leva si stringevano le ganasce attorno al tappo di sughero facendolo restringere fortemente. Applicando la giusta pressione il tappo veniva spinto dentro il collo della bottiglia.

Macchina per imbottigliare
Bottiglia di vino “buono”

A Torrano si racconta ancora di quella volta che una signora anziana si ammalò e stentava a riprendersi per cui chiamarono il Dott. Draping. Il Dottore, dopo averla visitata, si rivolse al marito e gli disse: “avete una bottiglia di vino di quello buono? Bene, dategliene qualche bicchiere e vedrete che andrà meglio”. E in pochi giorni la donna era di nuovo in piedi a lavorare!

Cavatappi di inizio Novecento

Per stappare le bottiglie di vino buono serviva il cavatappi. I primi nacquero alla metà del XV secolo, ma ben lungi dal servire per aprire bottiglie, venivano utilizzati per togliere le palle di piombo dai cannoni e per pulire le canne delle pistole e dei fucili dalla canapa. Solo quasi 300 anni dopo, quando si diffuse l’abitudine di far invecchiare il vino in bottiglia, qualcuno, in quel di Londra, pensò di utilizzare il cavatappi per togliere il turacciolo dalle bottiglie. Il primo brevetto fu concesso nel 1795 al Reverendo Samuel Hendrall’.