Con “Il volo sbilenco” Gino Monacchia torna ai suoi lettori, dopo aver pubblicato prima un serie di bozzetti di vita vissuta in “Succisa – fra cronaca e storia ” e, poi, un racconto lungo in “Mistero sull’Appennino”, uscito proprio un anno fa.
In “Succisa – fra cronaca e storia” Monacchia aveva voluto fermare sulla carta le piccole storie quotidiane di un paese dell’Alta Lunigiana, quasi a volerle cristallizzare, affinché quei frammenti di vita vissuta non avessero a perire. Una sorta di salvaguardia della cronaca che diventa storia allorché essa si allontana nel tempo; le emozioni si stemperano ed è così più facile narrare di fatti o di persone in una sorta di “amarcord”, nel quale si coglie il rimpianto per un mondo che sta venendo meno ed i cui valori quotidianamente si affievoliscono, vinti dal frastuono di una società dai tempi vorticosi.
Sullo stesso percorso si era, poi, collocato “Mistero sull’Appennino”. Un centinaio di pagine per narrare di un fatto veramente accaduto (sono tuttora viventi alcuni testimoni che parteciparono in prima persona a quei fatti), quasi un “giallo” di casa nostra, nel quale la fantasia dell’Autore è solo cornice per accadimenti rimasti per decenni nella cultura popolare, ad alimentare un alone di mistero che Monacchia sapientemente ripropone al lettore attento, cui è delegata l’interpretazione (razionalistica? miracolistica? o che altro?) di una vicenda linearmente narrata, ma la cui conclusione lascia spazio a qualsiasi ipotesi. Ed in “Mistero sull’Appennino” sono già presenti molti degli elementi che oggi è possibile ritrovare in questo “Il volo sbilenco” con il quale Monacchia si ripresenta nelle librerie.
Se si guarda con attenzione i tre volumi – i due già ampiamente noti al pubblico ed il terzo che ora va sugli scaffali – non è difficile accorgersi che siamo di fronte a tre momenti legati assieme da alcuni fili che li accumunano in un percorso lineare.
Già le scelte stilistiche hanno molto in comune. Sempre è privilegiata la paratassi, sempre il periodare è breve, quasi sminuzzato, caratterizzato da un frequente uso del discorso diretto, che consente all’Autore di narrare con vivacità, calando il lettore nel bel mezzo della scena, facendolo, cioè quasi spettatore diretto di un dialogo che si intreccia veloce, immediato, parallelo allo svolgersi rapido dei fatti. E tutte e tre le opere, ma soprattutto molti dei bozzetti di ” Succisa – fra cronaca e storia” ed i racconti de “Il volo sbilenco” sono caratterizzati da un’ironia che ci porta a sorridere e ci avvince, fornendoci di volta in volta o la chiave di lettura dei fatti, o un modo per sdrammatizzare là dove – altrimenti – il senso del narrare sarebbe troppo cupo. Una sorta di demitizzazione dei personaggi e della loro esistenza, che ce li fa apparire vicini, anche nella loro singolarità, che ce li rende umani e prossimi, quasi paradigmatici, nelle loro apparenti stramberie. Che ci fa dire che in fondo essi sono “noi”.
Un “noi” non generico, che ha un proprio mondo cui fare riferimento: la Lunigiana, o meglio la parte più a settentrione di questa terra giuridicamente toscana, che si incunea fra Liguria ed Emilia. Ce ne accorgiamo attraverso tanti segnali, alcuni di essi espliciti (certi toponimi), altro mediati, come l’uso di termini dialettali (più frequenti in “Succisa – fra cronaca e storia”, ma comunque presenti anche nelle altre due opere) o quello di un italiano che ripercorre gli stilemi propri del dialetto, con qualche parola o costrutto sintattico al limite fra lingua di Dante e quella parlata lungo il breve corso del Magriola.
Ma ancor di più il legane si fa forte a livello di contenuti. Gino Monacchia interpreta in tutte le sue opere l’amore che egli nutre verso la sua terra e la gente che la abita. I suoi personaggi sono quelli del suo mondo, ove egli vive o ha vissuto la quotidianità della vita; le vicende hanno come retroterra le “gesta” che diventavano, qualche decennio fa, l’oggetto delle lunghe serate vissute di fronte al fuoco che ardeva per essiccare, con il suo calore e le sue volute di fumo, le castagne poste sulle grate del gradile o, più recentemente, dei racconti da osteria quando fra uno scopone ed un “raggio” di briscola resta comunque il tempo per ricordare quel fatto o quella persona, per riderci sopra o per commuoversene ancora una volta.
Opere semplici, dunque? Non proprio. Semplici, sì, ad una prima lettura, quella di colui che si riconosce in quel mondo e lo gusta per ritrovarvi se stesso o per rileggervi di fatti di cui ha più volte sentito la narrazione, magari con versioni diversificate a seconda del narratore. Ma più complesse quando ci si sforza di calarsi dentro e di leggere dietro le parole che si susseguono lievi.
L’aereo di chi non sa staccarsi da terra potrebbe essere l’emblema del nostro desiderio di razionalità, che cede di fronte al ricordo ed alla consapevolezza di fatti carichi di emozioni e – come tali – non razionalizzabili. E Gì (troppo facile leggervi dietro il Gino che scrive….)quando si stacca da terra, comincia a “vedere”. Non con gli occhi, ma con il cuore. E ritrova la storia, quella di secoli fa, quando gli eserciti che scendevano dalla Cisa o risalivano il passo si facevano strumento di dolore per la povera gente, o quella più recente della Resistenza o dell’ultimo giorno di guerra, quando l’altare di Santa Zita (la stessa Santa che troviamo in “Mistero sull’Appennino”) rimase integro dopo il bombardamento per un cannone improvvisamente inceppatosi. O presenta aneddoti apparentemente surreali ( Fotovelox, La bicicletta …..). O tratteggia situazioni al limite del possibile (Gelosia, Invito in città, Preparativi di matrimonio….). O diventa carico di pathos nella vicenda drammatica dei quattro giovanissimi morti la vigilia di Natale nella tormenta sull’Appennino agli inizi del secolo scorso e divenuti personaggi dei cantastorie che passavano per questi paesi. O ripercorrere immaginifiche scene da un volo che consente a Gì di narrare e, quindi, interpretare ciò che gli altri non sanno, non possono o non vogliono vedere. In un percorso durante il quale il veggente, dapprima compatito, diventa importante ed, alla fine, essenziale per capire quel “volo sbilenco” che è, poi, null’altro che la vita.
Mi piace concludere con una strofa tratta da una canzone di Antonello Venditti, cantautore romano ( ma anche Gì la sua esperienza romana la ha avuta, come tanti del suo paese…..): ” e quando pensi che sia finita, è proprio allora che comincia la salita. Che fantastica storia è la vita”. Fantastica e “sbilenca”.
Dalla Prefazione al libro di Giulio Armanini