LA CAPANNA APUANA E FRINIATE

La ricerca delle nostre radici ha sempre seguito, nel corso dei millenni, i binari o meno paralleli delle fonti storiche e dell’archeologia.

Solo nel nostro secolo si sono fatte strada ipotesi di studio alternative, ma non per questo meno interessanti, come l’etnografia, la toponomastica, lo studio dei linguaggi e degli esiti fonetici.

Ci stiamo così rendendo conto di avere sotto gli occhi, giorno per giorno, relitti del passato, che si presentano in genere sotto vesti diverse, ma con un unico comune denominatore: la storia della nostra terra. Rappresentano cioè delle finestre aperte sul nostro passato.

Nel mio recente lavoro La terra delle strade antiche ho provato ad incamminarmi lungo questa tortuosa strada, analizzando il territorio apuo-versiliese in ogni sua piega.

Gli olivi millenari della piana quercetana e pietrasantina hanno infatti lo stesso valore di qualunque reperto archeologico, con l’unica emozionante differenza di essere tuttora organismi viventi (non si sa ancora per quanto). Anche le strade, fedeli proseguitrici di suddivisione romane, sono reperti archeologici in piena regola. Quasi tutto il lavoro si impernia quindi su un metodo nuovo di utilizzare la ricerca scientifica per inoltrarci nel difficile e controverso campo della ricerca storica.

In questa ottica innovatrice non potevo dunque esimermi dall’analisi di un territorio altrettanto interessante: le Alpi Apuane e l’Appennino tosco-emiliano.

Questa zona, altamente conservativa, ha mantenuto usanze, linguaggi, toponimi, che ci riportano indietro di millenni, nel mondo preromano.

Molti studiosi hanno condotto negli ultimi decenni interessanti ricerche volte a mettere in evidenza tali fattori, univoci e concordanti, scoprendo quel substrato derivante dalle antiche nazioni liguri apuane e friniate, soffocato nel sangue ma non distrutto completamente dalla conquista romana.

Casualmente, alcuni anni fa, ebbi modo di notare, in alcune zone delle Alpi Apuane, delle particolari strutture, dalla base rettangolare e un tetto molto inclinato, alcune volte ricoperto in paglia, altre con lamiere di metallo. Mi colpì la loro singolarità, ma sul momento non andai oltre, ignorandone l’importanza.

Solo in seguito cominciai a capire che la loro presenza sul territorio non era casuale, ma legata ogni volta ad un tipo di cultura arcaica, sicuramente non latina.

Nacque così il desiderio di tracciare i contorni della sua area di espansione, in modo da capire se realmente aveva senso considerarla il relitto di qualsivoglia cultura del passato.

Così è nata questa piccola ricerca, intesa a far riscoprire una struttura tra le più tipiche della zona apuo-friniate e ormai caduta nel più completo abbandono.

Al di là della valenza scientifica, di alto valore ma ancora tutta da verificare, penso che la riscoperta della capanna apuana e friniate possa rivestire importanza anche dal punto di vista turistico, e ciò viene comprovato dal fatto che già adesso per alcune comunità delle Alpi Apuane (Palagnana di Stazzema e Careggine) e dell’Appennino (Frignano) sia oggetto di richiamo e bandiera nei dépliant e nei cartelloni turistici.

E’ importante per i paesi della montagna non perdere le proprie radici, tenacemente difese e conservate per millenni. Lì sta la vera chiave per impedirne l’abbandono e lo spopolamento. Una chiara consapevolezza del nostro passato ci aiuta ad amare di più la comunità a cui apparteniamo, favorendo tra le altre cose lo sviluppo di un prodotto che, attraverso il turismo, possa dare sostentamento e lavoro.

Sole, in mezzo a sterminati boschi di castagni e di faggi, oppure in mezzo a piccoli agglomerati di case, le capanne apuane ci raccontano di una società antica, quasi irrimediabilmente perduta.

Forse è proprio grazie a queste loro strutture abitative, simili a quelle dei celti e dei veneti, che Apuani e Friniati venivano considerati dagli storici classici fortemente celtizzati, quando in realtà scopriamo oggi che, sia culturalmente sia linguisticamente, lo erano assai meno delle altre tribù liguri.

Sicuramente costituiscono un grosso spettacolo, una dimostrazione di quanto possa amalgamarsi armonicamente una cultura umana con l’ambiente che per millenni l’ha ospitata.

Dall’Introduzione dell’autore Lorenzo Marcuccetti