LA CENTRALE ELETTRICA


Fuori dai confini della Vallata, a tre ore di cammino da Chiesa, esiste un’importante centrale elettrica, alimentata da una diga che raccoglie le acque del versante meridionale del Monte Picchiara. Sotto, a circa tre chilometri dalla diga, sorge la centrale che distribuisce la corrente ad una delle reti principali della Val di Magra, compresa, fra l’altro, la linea ferroviaria La Spezia – Parma.

Pur trattandosi di un complesso di una certa importanza, ci risultava che la sua guarnigione non ammontava che ad una trentina di uomini. Non doveva perciò essere troppo difficile averne ragione, a patto di riuscire a raccogliere in precedenza tutte le informazioni necessarie. Cortez, che prima dell’armistizio aveva prestato servizio alla centrale e conosceva tanto gli uomini addetti al suo funzionamento quanto il tran-tran quotidiano, si recò in visita alla guarnigione accompagnato da Nello. I due riuscirono a scoprire quanto occorreva con tutta facilità, ed a fare persino un sopraluogo negli alloggiamenti notturni dei soldati. Tornati al campo fecero il loro rapporto.

Alla diga vi erano tre militi di guardia e quattro tecnici civili, due dei quali amici personali di Cortez. Diga e centrale erano collegate a mezzo telefono. Il grosso della guarnigione era alloggiato in una capace baracca di legno circondata da filo spinato, situata vicino alla centrale a lato della strada fra Teglia e Pontremoli. L’armamento dei militi constava di fucili, di bombe a mano e di due mitragliatrici leggere Breda. Il loro morale non avrebbe potuto essere più abbattuto.

– Si lamentano che hanno fame, Maggiore – mi riferì Nello sogghignando – ed hanno paura che un giorno o l’altro i partigiani li attacchino. Dicono che i tedeschi si rifiutano di dargli le scarpe e ne hanno anche una paura matta. A dire il vero, mi sembra che abbiano paura di tutto e che vogliano soltanto tornarsene a casa dalla mamma.

Stando così le cose ci parve opera meritoria aiutarli a tradurre in realtà il loro desiderio. L'” Ora X” fu fissata per le diciotto del 15 giugno, cioè il giorno successivo a quello della ricognizione.

Lasciammo la base al cader della notte per impedire che eventuali curiosi potessero indovinare la nostra mèta. Oltre ai quindici “combattenti” armati di fucile, avevamo al seguito altri dieci uomini, guidati da Tarquinio, il cui compito consisteva nel condurre i muli che speravamo riportare alla base con un grosso bottino. All’avanguardia v’erano Cortez, Branco il croato ed altri due uomini; veniva poi il “grosso” del drappello, che includeva tre o quattro polacchi e l’olandese; la retroguardia era costituita dalle “salmerie” al comando di Aldo. Ansioso di fare di Nello, quando fosse giunto il momento, un buon comandante, lo tenni al mio fianco.

Spuntando dal frastagliato profilo delle montagne, un’argentea falce di luna si era arrampicata nel cielo sereno. Ciò malgrado, non era agevole seguire il sentiero tra i castagneti e procedere in tutto silenzio per non mandare a monte la sorpresa. Dopo circa tre ore di marcia scorgemmo una luce fioca, che usciva dalla porta spalancata della cabina di manovra alla diga, parecchio più in basso di noi. L’avanguardia avanzò verso la luce, mentre le bestie da soma venivano sparpagliate sotto gli alberi. Poi, il resto del gruppo si avviò sulle orme di Branco e di Cortez.

Cortez, fungendo da specchietto per le allodole, doveva prendere contatto con i tecnici suoi amici. Dopo di che, comportandosi secondo le circostanze, doveva chiamare Branco e gli altri uomini dell’avanguardia perché sopraffacessero le sentinelle, oppure ricorrere a noi perché intervenissimo con un attacco in piena regola. Il segnale per l’avanzata generale sarebbe stato lanciato dal ponte di ferro che attraversava le paratoie.

Mentre stavamo in attesa, udivamo il pulsare delle macchie e lo sciacquio dell’acqua contro i contrafforti della diga. Mi augurai che l’azione si svolgesse senza costringerci a far uso delle armi da fuoco, per non mettere in allarme il grosso della guarnigione addormentata giù in basso. Per raggiungere la loro baracca era giocoforza passare attraverso la diga , dove bisogna mettere subito il telefono fuori uso e tenere il posto sotto controllo per tutto il tempo occorrente a portare a termine l’operazione.

Un fascio di luce saettò dal ponte, riflettendosi per un attimo nell’acqua nera al disotto. Avanzammo. All’ingresso dell’edificio ci attendeva Cortez. Uno dei tecnici era con lui.

– Benvenuto signor Maggiore – furono le sue parole – Ho già interrotto il telefono. – e ci indicò lo strumento, che giaceva a terra. I fili erano stati tagliati e pendevano in disordine dal muro.

Non ponemmo tempo in mezzo. Appostammo alcune sentinelle e ci demmo a fare repulisti di tutto il materiale militare e delle scorte di viveri. Cortez mi condusse in cucina e mi presentò solennemente gli altri tecnici. Erano presenti anche le sentinelle, tre figure tremebonde con indosso le sole mutande. La prima metà del piano era riuscita.

Lasciato sul posto Branco con tre degli uomini, salimmo su di un carrello elettrico che ci portò rapidamente dabbasso, al grosso cancello di ferro che s’affacciava sulla strada per Teglia e sbarrava l’accesso agli impianti. Cortez aprì con la chiave che uno dei suoi amici gli aveva gentilmente fornita e ci mettemmo in cammino verso il nostro principale obiettivo.

Eravamo, ora, undici in tutto. Nello ed io in testa alla colonna che avanzava in fila indiana sul margine erboso della strada; Aldo alla retroguardia. Il primo ostacolo era costituito da una garitta, a circa duecento metri dalla baracca di legno. La raggiungemmo in un’ora.

La garrita, convenientemente situata dietro una curva della strada, era mascherata da una folta siepe. Ci arrestammo, lasciando avanzare Nello e due dei polacchi, con il fucile spianato. Bisognava sopraffare la sentinella in assoluto silenzio: per quanto ne sapevamo, potevano essercene altre dietro l’alta cancellata che circondava la massa scura e imponente della centrale, ormai vicinissima sulla nostra destra. Il silenzio fu rotto dal grido di un gufo. Trascorsero cinque minuti e Nello riemerse dall’oscurità, accanto a noi.

-Va tutto bene, Maggiore – La sua voce tremava di eccitazione – Non c’è sentinella. Deve essere andata a dormire.

Potevo ora distinguere, sulla sinistra della strada , la lunga sagoma scura della baracca. Il chiarore lunario lasciava intravvedere uno squarcio nel filo spinato ed un sentiero appena tracciato che conduceva all’unica porta della capanna. A meno di cento metri dalla stessa sorgeva un terrapieno erboso.

Nello mise gli uomini in posizione: Aldo ed io al centro, gli altri in parte a destra ed in parte a sinistra. Poi mi si presentò e mi riferì che era tutto pronto.

-Ora tocca a te, Nello – gli risposi – Da questo momento il comando è tuo.

Gli uomini alzarono i fucili. – Sveglia, fascisti, siete circondati dai partigiani! – gridò. Silenzio assoluto. – Avanti, fascisti. Se non volete morire accendete la luce e consegnate le armi.

Stavolta udimmo un mormorio confuso provenire dall’interno della capanna. La voce di Nello si alzò per la terza volta. – Fascisti, accendete la luce, se no spariamo.

Gli uomini presero la mira. Ed ecco che la luce si accese. A quella vista balzammo in piedi e corremmo verso la porta con le bombe a mano strette in pugno per fronteggiare qualunque evenienza. Anche qui nessuna difficoltà. Spalancata la porta, che cedette alla prima spinta, ci rovesciammo nella capanna. Venti uomini, seduti sulle brande, sbattevano le palpebre. Uno piangeva angosciosamente, altri tenevano le mani alzate in segno di resa.

Non appena si furono convinti che non avevamo alcuna intenzione di trucidarli nei loro giacigli, gli uomini della guarnigione ci dimostrarono una compiacente solerzia e si affrettarono a a consegnare armi e munizioni, mentre i miei partigiani facevano man bassa di tutto ciò che ci poteva tornar utile. Intanto, due dei nostri prigionieri si erano accostati a Nello, chiedendogli il permesso di ammazzare il loro sergente, perché, a quanto affermavano, da molto tempo vendeva le loro razioni alla borsa nera. Mentre tale permesso veniva recisamente negato mi avvidi che il sergente in questione non era presente e spedii d’urgenza Aldo e Cortez a cercarlo.
Anche se quegli uomini ci avessero dimostrato una maggiore ostilità, non avremmo potuto certamente fucilarli. A parte il fatto ch’erano poco più che ragazzi, reclutati di recente, la nostra azione avrebbe potuto provocare rappresaglie crudeli contro l’innocente popolazione del vicino paese di Teglia e v’era già stato fin troppo del genere nelle zone attorno alla Vallata. La loro ansietà sul destino che li attendeva serviva a sufficienza ai nostri fini.

Mentre il materiale veniva ammucchiato al di fuori, Cortez riapparve annunciando di avere scovato il sergente in una baracca vicina. Non sapevo dell’esistenza di un altro locale e pensai subito alla possibilità che vi fosse il telefono. Cortez mi rassicurò: non v’era il telefono ed il sergente era guardato a vista; però, gli avvenimenti avevano preso una piega inattesa: volevo, per favore, andare subito con lui per sbrigare una certa faccenda? Nell’attraversare il tratto erboso che separava le due baracche pensai che la cosa era strana: come mai il comandante del presidio non si era fatto vivo? Eppure aveva sentito indubbiamente la voce di Nello fin dalla prima intimazione. Il mistero fu ben presto svelato.

La “piega inattesa” era di tale natura che non avevo davvero pensato d’includerla nel piano d’operazione. Entrati d’impeto nella capanna, con una comprensibile trascuranza per goni regola d’etichetta, i partigiani avevano trovato il sergente a letto. Però non era solo. Ora la sua dama si stava struggendo in lacrime. Con le braccia strettamente avvinghiate al collo dell’uomo stava supplicando gli importuni visitatori di non ammazzarlo. Ci volle non poco a convincerla che il nostro interesse non si appuntava sulla vita del suo Don Giovanni ma su ben altro. Infatti, malgrado gli sforzi evidenti che la donna faceva per nasconderli, persistendo a far loro da paravento con la persona, le nostre attenzioni erano rivolte ad un paio di stivali che facevano capolino da sotto il letto. Pianti e strilli ripresero lena non appena Aldo s’impadronì degli stivali e l’infelice sirena volse allora le sue attenzioni a Cortez, già oltremodo imbarazzato e confuso.

Riuscito a metter fine alla scena ci ritirammo in buon ordine, non senza aver prima raccomandato al sergente, che lasciammo come gli altri privo d’armi, d’uniforme e dei tanto contesi stivali, di sparire dalla circolazione fin dal mattino seguente.

Accompagnato da Cortez e da Aldo, potei infine attraversare la strada ed entrare nella centrale. Anche qui trovammo due tecnici civili desiderosi di collaborare con noi. Il pianterreno era occupato dai macchinari, quello superiore dagli strumenti per il controllo e l’erogazione della corrente. Nell’ispezionare i locali mi resi conto che soltanto sabotatori particolarmente competenti avrebbero potuto danneggiare gli impianti in modo efficace; per noi sarebbe stato come cercare di distruggere la centrale di Battersea con una scatola di fiammiferi. Comunque, parte del nostro lavoro già l’aveva compiuto la R.A.F. I due tecnici mi mostrarono il diagramma dell’erogazione di corrente di quel giorno: la carta era coperta la linee erratiche, paragonabili alla cartella clinica di una paziente soggetto a frequenti e inconsulti attacchi febbrili. Mi dissero che il fenomeno era dovuto ad un pesante bombardamento della linea ferroviaria avvenuto la stessa mattina. La linea a trazione elettrica sarebbe stata fuori uso per mesi e mesi. Infatti rimase tale fino alla fine della guerra.

Dopo un amichevole commiato, raggiungemmo il resto del gruppo. I miserandi “repubblichini”, debitamente impressionati dal fatto inaudito di non essere stati trucidati, dopo avere promesso di tornare alle loro case fin dal giorno seguente e di non giocare mai più ai soldatini del “Duce” erano stati rinchiusi nella loro capanna. Non avevamo alcun dubbio sul mantenimento della promessa, posto che ci tenessero alla pelle: infatti, sotto le leggi fasciste, un militare che perdesse le armi veniva condannato a morte.

Tornammo alla diga carichi di bottino. Tutto era silenzio quando arrivammo, stanchi ed accaldati. La nostra retroguardia si era data da fare in cucina e ci aveva preparato una minestra calda ed una tazza di surrogato, attingendo alle razioni delle ex sentinelle. Tarquinio portò i muli al ponte di ferro, ma il bottino era troppo abbondante e dovemmo quindi accollarci una parte della preda di guerra, trasportandola a spalla per tutto il cammino di ritorno alla Vallata.

Arrivammo in vista di Chiesa che albeggiava. Gli uomini erano affaticati, ma contenti; l’operazione era riuscita al di là di ogni sogno più audace e mi chiesi se Aldo e Tarquinio non stessero per caso facendo il paragone con la “Battaglia di Calice”. Oltre ad avere più che raddoppiato il nostro armamento, avevamo fatto una provvista preziosa di vettovaglie, vestiario e soprattutto di scarpe che a quel tempo valevano tant’oro quanto pesavano.

Nell’avvicinarsi a Palazzo degli Schiavi gli uomini si misero a cantare. La notizia dell’avvenimento si sparse in un baleno e la popolazione accolse con esultanza la comparsa di Tarquinio alla testa dei muli carichi del nostro bottino. Quella mattina i Rossanesi si sentirono fieri di noi.

Il nemico reagì facendo presidiare la centrale elettrica da una guarnigione raddoppiata. Quella da noi sorpresa aveva mantenuto la promessa e si era eclissata. Per cancellare ogni traccia dell’inglorioso episodio, i nuovi venuti abbatterono addirittura la baracca che ne era stata testimone. Ad ogni buon conto, la nuova guarnigione, composta di polacchi e di austriaci comandati da un tedesco, fu rinchiusa entro la cinta dell’edificio principale e a guardia della diga venne assegnato un intero plotone. Comunque, per il momento, il nemico il nemico non osò accostarsi più più di tanto alla Vallata.

L’episodio ebbe una coda inattesa. Qualche giorno dopo due dei miei partigiani entrarono nel nostro improvvisato Ufficio Comando portandosi appresso un prigioniero. Si trattava di un giovane estremamente nervoso, in divisa “repubblichina”, saggiamente spogliata degli emblemi che distinguevano i nuovi seguaci di Mussolini. Aveva portato con se il fucile, che i suoi guardiani gli avevano prontamente requisito. Interrogato, dichiarò di essere un caporale della guarnigione di Teglia che avevamo di recente sgominato. La notte della nostra visita era in licenza; tornato alla centrale l’indomani mattina, non vi aveva più trovato anima viva e dopo aver udito dai valligiani il racconto, debitamente infiorato, della nostra impresa, aveva deciso di unirsi ai “ribelli” ed aveva preso la strada della Vallata. Dopo un periodo di prova, durante il qual sbrigò sotto stretta sorveglianza i più umili mestieri, riuscì a dimostrarsi degno della nostra fiducia ed entrò nelle nostre file con il nome di “Spartaco”.

Tratto da Rossano di Gordon Lett, Editrice Lombarda, 1958