LA CHIESA DI BRAIA NELLA VISITA PASTORALE DI MONS. LOMELLINI DEL 1768

Di seguito il resoconto della visita pastorale di mons. Giulio Cesare Lomellini, Vescovo della Diocesi di Luni – Sarzana, alle chiese della Vicaria di Pontremoli e le risposte dei parroci al questionario del 1789. Il testo è tratto dalla pubblicazione di Paolo Lapi, Le chiese della Vicaria di Pontremoli negli anni dell’episcopato di mons. Giulio Cesare Lomellini, Edizioni dell’Assemblea, 2014.

Braia
Martedì 16 agosto 1768
Parrocchiale di S. Michele Arcangelo
Rettore D. Antonio Bertucci di Pontremoli 59 anni, 11 di cura
Anime 96, da comunione 68
Altare maggiore
Confraternita del SS. Suffragio
Cimitero


Nel territorio parrocchiale di Braia (1) vi era la sola chiesa “sotto il titolo di S. Michele Arcangelo”, “la cui festa si celebra lì 29 settembre”. Era consacrata “ed il dì 8 maggio cade l’anniversario della Dedicazione”. Il Parroco andava “a Vignola a pigliar gli olii
santi”.
Dalla documentazione si evince la povertà di questa Parrocchia, tanto che il Rettore, nel 1782, affermava che “non tiene un cappellano, potendo stentatamente vivere”. Segno evidente della povertà era soprattutto la suppellettile sacra realizzata in materiale di poco valore, oricalco, cioè una specie di bronzo, e stagno: ad esempio la pisside, in cui si conservava il SS. Sacramento, “ex aurichalcho deaurato cum cuppa argentea”, l’ostensorio pure era di oricalco e i vasetti degli oli santi erano di stagno. Conseguenza della povertà era anche il suonare solo due volte al giorno l’Ave Maria per risparmiare nel pagamento del campanaro.
La struttura della chiesa fu giudicata “tollerabile”. Tra l’altro “il muro [della chiesa] contiguo al cemeterio” era “soggetto all’umidità vicino al pavimento”, e nell’altra parte [era soggetta ad umidità] la muraglia vicino al campanile, che volevano far nuovo, perché non coperta di piagne, o sia lastre di sasso”. Ancora, nel 1782, veniva evidenziato che la chiesa era “soggetta all’umidità cagionata da un soleo, ed alle volte dal tetto”.
Vi era il solo altar maggiore, privilegiato “per sette anni dal S. Pontefice per le messe di requiem”, mantenuto dalla Confraternita del Suffragio, a cui competeva “la spesa per la riparazione, ed ornamento”. Tale Confraternita, detta popolarmente “della Morte” e aggregata a Roma, aveva suoi capitoli approvati il 30 luglio 1714 dal Vescovo diocesano e svolgeva anche le funzioni di Confraternita del SS. Sacramento. I suoi Massari erano eletti “il primo gennaio” dai Massari vecchi “dando questi ognuno i conti avvanti il Parroco della spesa, e dell’entrata”, operazione delicata quest’ultima e rischiosa per il Parroco che troppo voleva intromettersi, come si capisce dal suo commento: “per i conti v’è pena l’esilio rispetto alli Parrochi ingeniosi”.
L’ambiente della Confraternita era piuttosto “caldo”: i Confratelli “nella strada si radunano, il Parroco non interviene, ed il tutto va a finire in rise, villanie, e discordie”. I Massari non andavano “a questuare fuori della Villa”. Nel 1782 ricoprivano tale carica Paolo Beschizza, Pasquino Magnavacca e Bernardino Cattini.
Circa le processioni col SS. Sacramento, quella del Corpus Domini era fatta la mattina, “secondo l’uso […], a cui precede la croce, il confalone, seguono li uomini a due a due portando i lumi accesi in mano, che saranno da quaranta in circa. Poi il Sacerdote sotto il baldachino; seguono poscia le donne”. “In occasione di comunicare gli infermi”, invece, recedeva “la croce, poi seguono li uomini a due a due colli lumi in mano, che saranno in circa venti; poi il Sacerdote sotto l’ombrella, seguendo le donne, ove si raccordano le
indulgenze”.
La predica della Passione veniva tenuta dal Parroco “al Venerdì Santo prima dell’Adorazione della Croce”, cioè, come precisato nel 1782, “a mezza mattina […] per baciar la S. Croce”, e sempre da lui erano tenute, “senza limosina”, le prediche in Avvento e in Quaresima.
Vi era “una reliquia di S. Omobono confessore propria del Parroco, riconosciuta da Monsig. Vicario Generale Pruini”, la quale veniva esposta alla pubblica venerazione il 13 novembre, “cantando la messa colle litanie della Vergine Santissima” (2).
La popolazione, era così formata: “li uomini da comunione sono Le donne da comunione sono n.25. Figli maschi da comunione 7. Figlie da comunione sono 10. Fanciulli n.12. Fanciulle n.16. In tutto anime 96”.
Nella Parrocchia vi erano “un solo chierico tonsurato per nome Francesco Maria Magnavacca”, “una sola ostetrice istrutta, ed idonea circa il Sagramento del Battesimo” e “una servente d’anni 55” che abitava in canonica.
Lo stato morale della popolazione era degradato, fatto su cui incideva la povertà: “Nella Cura vi sono alcune persone, giocatori, ed alcuni colerici bestemiatori, e che portano poco rispetto alle domeniche, ne’ quali giorni, finita la fonzione, s’eccita fra loro un clamore, fuori di Chiesa, che toglie di mezzo la S. Pace; come pure vi sono alcune donne risose, e piene di bravure”.
I genitori, inoltre, erano “negligenti nel mandare i loro figlioli” alla dottrina domenicale e molti obbligati non volevano adempiere i legati di messe, sebbene non perpetui.
Anche il cimitero risultava non curato abbondandovi cespugli ed erba.

(1) Cfr. AVl, Parrocchiali 35/6, docc. 18 e 19
(2) Tale reliquia non è più presente nel 1782.

Tratto da: Le chiese della Vicaria di Pontremoli negli anni dell’episcopato di mons. Giulio Cesare Lomellini, di Paolo Lapi, Edizioni dell’Assemblea, 2014