PROLOGO – LA CUCINA


“……entriamo. Una densa nuvola di fumo, che quasi si fende al nostro passaggio, è immagazzinata e condensata là dentro e impedisce la visione delle cose. All’occhio, che si viene assuefacendo a quella bigia oscurità, arriva un raggio di luce, luce rossa di brace.

Nel centro della stanza enormi ciocchi di castagno ardono e crepitano; sul fuoco sono collocati i testi – grandi vasi di argilla scura che fortemente riscaldati serviranno da forno per la cottura della focaccia di granoturco e della pattona di castagne.

Il fumo sbocca di sotto ad ondate; e non vi è il grande camino che nell’ampia cappa lo raccolga ed aspiri; non trova alcun varco di uscita per le minuscole finestre che o non esistono o sono chiuse, per mancanza d’imposte e di vetri, da un tegolo spalmato di sterco bovino; fluttua, ondeggia, ristagna tutto il giorno e tutta la notte entro la buia stamberga, e svapora solo lentissimamente attraverso le fessure del gradile.

D’intorno le pareti sono nere di una crosta caliginosa; appesi ad un chiodo si ergono un battilardo e una tegghia che da lungo tempo gode gli ozi della sua giubilazione; in un angolo, una zoppicante madia, su cui rimbalza il tumulto dello scaccio; nell’altro canto un secchio di rame per l’acqua ed un paiolo. La massaia leva i testi dal fuoco e riattacca alla catena il laveggio.

L’inventario dei mobili è finito.

Ad uno, ad uno i membri della famiglia rientrano poiché si avvicina l’ora della cena; e siedono per terra, curvano il busto, quasi a bocconi, per risparmiare gli occhi dalle acri offese del fumo.

La massaia ha intanto finito di minestrare.

Il capo famiglia riceve la sua scodella di minestra, la depone nella piccola gabbia di ferro fissata all’estremità di uno degli alari e tiene quel posto come posto d’onore.

Gli altri si raccolgono intorno alla madia e pescano col cucchiaio nell’unico grande piatto i fagiuoli, le patate, le zucche e le castagne che nuotano nel liquido abbondante. Pasta non ce n’è; di sale si è fatta grande economia; e quella broda dà un sapore disgustoso di fumo. Nessuno fa osservazioni, e tutti trangugiano in silenzio.

La madre, che regge la famiglia, ancora non ha preso parte alla cena; ha raccolto in una piccola rossa scodella il meglio delle patate, dei fagiuoli, delle zucche con poco brodo e vi ha aggiunto un pò di olio. Va alla scranna posta innanzi al fuoco e scuote e chiama qualcuno. Alcuni cenci cadono a terra e un giovane contadino si drizza sulla persona. Tossisce; e con mano tremante riceve la scodella che gli viene presentata. E’ il figlio maggiore – valido aiuto alla famiglia – malato di polmonite e costretto a cercar rifugio nella tetra cucina, unico locale riscaldato e riparato di tutta la casa.

Bene educato lettore, usciamo. Questo spettacolo en questo fumo ti potrebbero far cadere le lacrime.”

Questa la descrizione del locale cucina di una casa contadina raccontata dal settimanale lunigianese “La Terra” in un articolo del 2 settembre 1906.

E qualche anno prima, nel gennaio 1898, così il settimanale descriveva la situazione dei contadini:

Anche nella nostra Lunigiana ci sono dei paesi dove si muore di fame cronica, ove si muore di stenti, di privazioni; ci sono villaggi interi che ci presentano il quadro desolante della degenerazione fisica di donne che passano senza giovinezza e senza fascini, di fanciulli linfatici, anemici scrofolosi che a 15 anni ne dimostrano appena 10.

Altra testimonianza diretta ci perviene dallo scritto di Don Bruno Ghelfi – Cervara storia di un paese, edito dalla tipografia Artigianelli -: “ nei tempi andati l’alimentazione è sempre stata scarsa anche se genuina. La colazione consisteva nel mangiare un pezzo di “marenda”, un pane molto duro di farina di castagne e di segale cotto nel testo oppure una fetta di polenta di castagno. Il pranzo non esisteva. A cena mangiavano minestra di patate e fagioli con tagliatelle di segale condite con il lardo”.

Le foto sono tratte dalla pagina Facebook NOI SIAMO AGRICOLTURA