Si è spento vent’anni fa, lassù nella casetta dei suoi vecchi, dove si era ritirato da pochi mesi per ritrovare quelle forze che il male gli andava consumando. Di quella serenità montana, nella solitudine di quel declivio volto a oriente, le sue sofferenze avevano trovato un lenimento e il suo spirito s’era elevato a nuove meditate altezze.
Si è spento in un mattino di marzo del 1952, mentre la luce dilagava dai monti, invadeva i suoi vigneti, avvolgeva la sua casetta e una lunga striscia di sole si posava sul suo letto. E l’aria sapeva già di primavera. Sul tavolo vicino al capezzale , erano la Sacra Scrittura gli Annali di Tacito e gli Acta Martyrum. Soltanto così poteva chiudersi la sua esistenza, che aveva conservato la purezza dei suoi monti ed aveva saputo cogliere le voci del passato e del soprannaturale. L’attimo del suo trapasso su un supremo atto di fedeltà ch’egli fece alla sua terra, ai suoi studi, a Dio. In quell’atto trovò la propria unità quella sua vita così raccolta eppure tanto varia, desiderosa di solitudine eppure così movimentata.
A Pisa e a Pontremoli
Il suo segreto fu quello di conservare intatto il valore delle diverse forme di vita attraverso cui si era svolta la sua esistenza. Veniva da un’agiata famiglia di Groppodalosio in Valdantena; e della sua casa mantenne sempre la semplicità e la dignità. Aveva frequentato il Ginnasio preso i Salesiani de La Spezia: e della scuola di Don Bosco gli rimase sempre l’amore per la gioventù. Nel Seminario Vescovile di Pontremoli, dove aveva compiuto il corso liceale, egli era venuto in contatto con una bella tradizione di studi e di insegnamento: di quella tradizione fece la sua vocazione e fu poi degno continuatore.
A Pisa, nel Seminario Arcivescovile di S. Caterina, aveva attinto una salda preparazione Teologica: ad essa fu coerente e, Sacerdote ineccepibile e dotto esaminatore sinodale, seppe fondere armonicamente nella sua vita il senso di Dio con la scienza di Dio. All’Università di Pisa, in cui si laureò in lettere nel 1913, le sue naturali doti s’erano definite ed affermate. la sua serena semplicità umanistica, assecondato da un carattere mite, un pò schivo, e da un’applicazione assidua, s’era appassionata ai campi più vari e aveva dato fin da quegli anni giovanili saggi promettenti: un romanzo premiato ad un concorso universitario, la collaborazione ai giornali locali, poesie, l’insegnamento di materie classiche ed un approfondimento nell’arte toscana. A Pisa gli era sorta quella vocazione bibliotecaria che lo aveva portato a riordinare e a catalogare la vasta raccolta di quel seminario Arcivescovile. Per la sua meditativa intelligenza, il ritorno alla piccola montana Pontremoli dovette avere l’angoscia di un dilemma: educatore o studioso? La sua vita e il suo nome erano legati a quella scelta. Egli però non scelse. Non glielo permisero le circostanze ambientali e forse il suo stesso temperamento. Ed egli fu per quarant’anni educatore insieme e studioso.
L’educatore
Fu educatore nel Seminario di Pontremoli, dove le materie classiche e storiche lo videro insegnante nei vari ordini: Ginnasio, Liceo, Corso Teologico. Fu educatore nella piccola Chiesa Madre di Pieve di Saliceto, con la cui cura d’anime alternava gli uffici corali di Canonico Primicerio della Cattedrale. Amò i suoi studenti del Seminario e gli esterni e amò i piccoli contadini della sua Pieve. Il suo era amore vigile, nutrito di interiorità più che di gioco, più di buon gusto e di delicata bontà che di chiassosa ricreazione. Lavorava di cesello quelle giovani anime con la stessa attenta cura con cui stendeva i suoi saggi letterari o storici. Correzioni minute che ricostruivano i compiti degli alunni, lezioni condotte sulle fonti con il sussidio di voluminosi “in folio” ch’egli portava in classe, libere discussioni di carattere critico ch’egli abilmente provocava, e il gusto della forma unito a quella dell’essenzialità. Vera educazione, la sua, in cui serietà e finezza si fondevano nella novità dei primi goduti entusiasmi. Possedeva l’amorosa arte di fare dei suoi scolari altrettanti amici.
E amico lo ebbero i piccoli della sua Pieve, che ricordano la sua presenza paziente, le sue narrazioni colorite, le sue genialità ricreative, le gite al Lago Santo e al Lago Verde, le premiazioni catechistiche. Gli adulti ricordano la sua assiduità al ministero parrocchiale, i continui lavori alla chiesa, il decoro della liturgia e l’assistenza agli umili.
Il volto spirituale dei suoi giovani e del suo popolo dovette attrarlo con lo stesso sottile fascino con cui l’attraevano le linee di uno stile o i profili di un bel quadro quattrocentesco.
Lo studioso
Fu studioso: nelle sue mansioni di bibliotecario, tra le buona raccolte del Seminario e del Comune, di Archivista del Capitolo della Cattedrale e nelle sue ricerche private che gli diedero una particolare conoscenza della storia locale. La Biblioteca lo accoglieva nella ore che la Chiesa e l’insegnamento gli lasciavano libere e gli offriva il suo mondo riposante, così affine al suo temperamento riservato. Egli amava i libri di quell’amore candido con cui si amano le cose buone. Ricercava le edizioni rare, le soppesava, le catalogava con la sua chiara calligrafia. Col felice intuito degli eruditi di vocazione, ricercava le notizie del passato, le più minute tra i codici, sui manoscritti. Ricostruì così la storia della sua Pieve, sondò quella di Pontremoli, e risalì addietro nei secoli, lungo l’itinerario della parla della sua Valdantena, attento a cogliere nelle inflessioni, negli accenti, nei passaggi fonetici o lessicali, una traccia, un cenno, un’indiretta notizia che gli permettessero di rivelare l’animo del suo popolo. Fu un ricostruttore scrupoloso con il suo stile analitico e documentato, in cui le sue qualità di scrittore trasparivano nel buon gusto della costruzione e nella proprietà del linguaggio. Al sentimento, alla fantasia, la suo mondo ideale indulgeva soltanto poi, nei liberi saggi, quando poetava in forme classiche, quando narrava, o commemorava personalità, colleghi, vescovi.
E’ rimasto lassù.
Oh, non volle, certo, essere una vita grande la sua! No, l’espressione eccessiva gli strapperebbe quell’improvviso riso cordiale, quella garbata battuta di spirito con cui spesso sottolineava le esagerazioni altrui con il buon gusto di chi nel suo mondo rimane più divertito che sdegnato. Vita grande non fu: ma pur fu vita completa, la sua. Vita del cuore dell’intelligenza, vita di studio e di azione, di fede e di umanità. Vita di valore e di bontà.
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Ed ora è rimasto lassù fra i suoi monti ed i suoi Vecchi in quel lembo di proda verde che il sole, sorgendo dall’Orsaro, saluta per primo. Nei pomeriggi di riposo, i suoi compaesani traggono a lui come a fratello migliore che più ha sentito lo spirito della loro terra, lo ha rivelato e cantato, con l’umiltà e la fedeltà di uno di loro.
Don Marco Mori, Il Corriere Apuano, 4.3.1972