“1944: L’avanzata degli Alleati Anglo-Americani dal sud verso il Nord d’Italia, si arrestava frattanto, per diversi mesi, davanti alla linea di Massa.” Da questo momento in poi quasi tutta la cronaca è dedicata alle vicende belliche, dalla “reazione tedesca contro i partigiani (“La repressione spietata del movimento e delle bande partigiane che, dopo l’8 settembre 1943 e la proclamazione della repubblica italiana fascista, avevano cominciato a formarsi anche da noi, divenne uno degli obiettivi principali del Comando tedesco dell’Italia del Nord ancora da esso occupata. Il nemico sentiva intorno a sé un’onda di generale ostilità da parte della popolazione che vedeva il suolo della patria, in una guerra imposta e impopolare, calpestato dallo straniero; e questo rispondeva con atti di crudeltà verso le popolazioni. Di qui non solo le spedizioni delle SS contro i partigiani, ma le rappresaglie inumane dei Tedeschi contro i paesi inermi, i rastrellamenti degli uomini, gli incendi delle case e dei paesi, i maltrattamenti e le uccisioni delle persone; gli abitanti delle nostre vallate vissero giorni di sospetto e di spaventi”), ai difficili rapporti fra tedeschi e clero, accusato di essere fiancheggiatore dei partigiani e, per di più, possibile bersaglio poiché, secondo Cavalieri, al motivo politico si mescolava anche “quello religioso dell’odio luterano contro il genuino rappresentante del cattolicesimo”, e per di più non era “da escludersi che, in diversi casi, fossero degli Italiani, parteggianti per i Tedeschi, a segnalare de’ sacerdoti come degni di punizione e di arresti”. Ampio spazio è dedicato agli eventi dell’estate 1944, quando la mattina del 1° luglio vennero arrestati dai Tedeschi, “fra gli altri, il vecchio Arciprete di Filattiera Mons. D. Pio Leo Oppi, il Proposto di Bagnone, i parroci di Castiglione, Caprio, Scorcetoli, SS: Annunziata”. Andò meglio a d. Cavalieri che, “subito dopo la celebrazione della S. Messa, fu avvertito che un gruppo di Tedeschi volevano arrestare anche lui. Ancora ignaro dell’arresto dei colleghi, egli non dette troppo peso alla cosa; tuttavia, dovendo quel giorno recarsi a Careola per visitarvi un Padre Cappuccino lassù sfollato, credette bene affrettare la partenza. Fu la sua salvezza, perché i Tedeschi, arrivati poco dopo, non lo trovarono. Tornato da Careola e fermatosi ad Oppilo presso certi suoi parenti, ricevette dopo pranzo un avviso che i Tedeschi erano tornati una seconda volta a cercarlo, avevano visitato minutamente chiesa, campanile e canonica, dove aveva dato ricetto ad una famiglia do sfollati e, insieme, che era morto un suo parrocchiano, da lui sacramentato la sera innanzi. Scese subito e a duecento metri dalla canonica è avvertito che i Tedeschi sono di nuovo là e che la famiglia del defunto, per non esporlo al pericolo do esser preso, era già andata a cercare un Padre Capuccino da Pontremoli, perché venisse, il giorno dopo, pel seppellimento; egli badasse a mettersi in salvo. Aspettò allora che i Tedeschi fossero partiti, venne in chiesa, dove trovò scassinata una cassetta per le elemosina che era sulla balaustra dell’altar maggiore; e la famiglia di sfollati, sua ospite, gli disse che i Tedeschi avevano rovistato tutta la casa, e che tornerebbero. Infatti, altri parrocchiani giunsero ad avvertirlo che partisse subito, perché altri tedeschi venivano alla volta della chiesa. Si fece un involto delle cose più necessarie che gli vennero sottomano in quel frangente, passò in chiesa a recitare una preghiera, a dare qualche disposizione, e partì tra la trepidazione dei presenti, raccomandandosi a Dio: mentre egli usciva dalla porta della chiesa (gli fu riferito dopo) i Tedeschi dall’altra parte entravano in Canonica”. Fu, la sua, una fuga avventurosa: “ avrebbe voluto, attraverso Vignola e Succisa, recarsi a casa sua a Valdantena, ma saputo che la strada nazionale era strettamente bloccata dai Tedeschi dalla Cisa a Villafranca, insieme al parroco di Bassone, suo amico, si avviò dalla parte della Betinia verso lo Zerasco e ambedue si fermarono alla Formentara, ove stettero dal 3 al 10 luglio, dormendo in una capanna su un po’ di paglia stesa su una specie di solaio sconquassato; poterono però celebrare la ogni giorno la S. Messa nel vecchio oratorio di quel gruppetto di capanne, i cui abitanti furono larghi verso di loro di ospitalità e di bontà; scesero poi il 10 del mese a Zeri, nella casa paterna del parroco di Bassone, ove l’Economo spirituale di Saliceto trovò fraterna e signorile ospitalità. Ivi erano già il Priore di Scorcetoli (sfuggito ai Tedeschi poche ore dopo il suo arresto) e il parroco di S. Pietro, D. Giovanni Lanzavecchia che, tornato più tardi a Pontremoli, vi morì circa un anno dopo. Erano pure a Zeri, in quei giorni, il Can. Prof. D: Angelo Quiligotti, a casa sua a Coloretta, e, fra gli altri, l’Avv. Mario da Pozzo, della Spezia, che, venuto a Pontremoli per un tranello tesogli dai Tedeschi e dai loro complici italiani, fu arrestato, portato a La Spezia, poi a Genova, Milano, indi al campo di concentramento (o di annientamento, come si disse) in Baviera, ove periva, pochi mesi dopo, di fame e di patimenti. I suoi genitori ed una sua nipote, sfollati in Valdantena, vivevano in casa d’una sorella dell’Economo spirituale di Saliceto, Can. Emilio Cavalieri, dove il vecchio padre, Luigi da Pozzo, morì il 14 dicembre 1944 ancora ignaro della sorte toccata al figlio”.
Già l’Economo di Saliceto, inquieto per la sua parrocchia, si disponeva a tornarvi per la via di Rossano ed Arzelato quando – così continua la narrazione – il 15 luglio arrivò a Zeri il Vescovo stesso di Pontremoli, Mons. Giovanni Sismondo che, in quei giorni di terrore e di persecuzione contro il suo popolo e il suo clero dimostrò, di fronte ai Tedeschi, una franchezza e un coraggio che tutti apprezzarono e di cui resterà a lungo la memoria. Egli rimase impavido a Pontremoli, nel suo palazzo vescovile e s’adoperò in ogni modo per lenire la sofferenza del suo gregge ed a salvare quanti più poté. La sera stessa del 15 luglio il Can. Cavalieri tornò con lui a Pontremoli, donde si recò due giorni dopo al suo paese nativo di Valdantena ai fratelli che erano in pensiero per lui. Aveva lassù, in casa sua, sette suore dell’Istituto Magistrale Parificato “Madre Cabrini” di Pontremoli, costrette ad abbandonare il loro istituto che era esposto ai quotidiani bombardamenti. Seppe da loro che il 2 luglio si era presentato anche lassù, minacciando e terrorizzando, un drappello di Tedeschi: la loro presenza (i Tedeschi le trovarono in cappella a pregare) gli aveva salvato la casa dalla perquisizione e dal saccheggio, così come l’ospitalità offerta a saliceto alla predetta famiglia di sfollati era valsa a salvare dal saccheggio quella canonica. Tornato da lassù in Seminario e passativi alquanti giorni, il 29 luglio fece una visita alla parrocchia, dove gli fu riferito che i Tedeschi, risoluti d’averlo ad ogni modo e persuasi che egli fosse nascosto in qualche luogo vicino, erano tornati più volte, di giorno e di notte, a cercarlo, frugando nelle case vicine, mettendosi in agguato ne’ campi di grano”.
Sono giorni difficili: “Il giorno stesso del suo ritorno in parrocchia – riferisce Cavalieri – certo Maucci, che passava per un informatore dei Tedeschi, arrivava in bicicletta da Pontremoli e scendeva davanti a Casa Venuti ove doveva pranzare; gli si presentano due giovanotti armati invitandolo a seguirli; egli si rifiutava; due colpi di revolver e casca morto lì fuori dall’uscio; uno dei giovani fugge via sulla bicicletta del caduto, un altro si arrampica lesto su la ripidissima pendice del Monte S. Genesio. Grande spavento in paese perché si sapeva che al ferimento o all’uccisione di uno di loro seguivano da parte dei Tedeschi crudeli rappresaglie. Passò infatti una mano dei Tedeschi, videro il morto. Era un italiano; non se ne preoccuparono per nulla. Vennero i compagni fascisti del morto, lo portarono a Pontremoli e non se ne parlò più”.
I problemi ebbero termine domenica 30 luglio, quando “l’Economo spirituale di Saliceto riprese regolarmente il suo servizio di parroco e non ebbe più noie; la colonna di SS. che lo cercava era ormai partita”. Ma la guerra non era finita: il 3 agosto arrivarono altri Tedeschi, che “guidati – a quanto si disse – da spie nostrane, anche donne – assalirono da più lati Zeri”. “Furono bruciate, com’è noto, diverse case del villaggio di Noce, alcune a Coloretta, incendiata completamente la Canonica del Rev.mo Preposto a Patigno, saccheggiate le abitazioni, fatta razzia di bestiame, rubati viveri e indumenti, uccise diverse persone, ammazzato a casa sua il Rettore di Adelano don Eugenio Grigoletti, accusato di favoreggiamento ai partigiani, freddato a colpi di mitragliatore, mentre da casa sua a Coloretta, fuggiva ai monti, il Can. Prof. Don Angelo Quiligotti, illustrazione del nostro Seminario diocesano, di 63 anni”.
Il 5 agosto i soldati tedeschi tornarono “a riposare alla Pieve, dove non si conoscevano ancora gli eccessi commessi a Zeri. Capitarono stanchi morti, una parte entrò anche, senza chiederne licenza, mentre l’Economo Spirituale si trovava in chiesa, in canonica, si buttarono qua e là dietro i muri e nei fossi, a riposare. Non dettero alcun fastidio e poté essere celebrata con tranquillità la festa della Madonna della Neve, Patrona della Confraternita; partirono la sera diretti, come si disse, a Fivizzano”.
Vi furono poi mesi “di trepidazione e di paura, oltre che per la presenza dei Tedeschi, che non risparmiavano requisizioni e minacce, anche pei frequenti bombardamenti e mitragliamenti alleati, specialmente lungo la strada Nazionale. Fermatasi la guerra dinnanzi alle posizioni di Massa, una gran parte degli abitanti di quella città, specialmente la classe impiegatizia, col capo della provincia, che aveva aderito alla Repubblica, vennero a Pontremoli che si trovò piena di massesi. Il 17 settembre venne ripetutamente mitragliata e bombardata la zona intorno alla stazione di Pontremoli; fu colpita la chiesa di san Pietro e diverse case lì attorno; bombe caddero nel tratto da Pontremoli a San Lazzaro. Allora gli abitanti di quella località e gli sfollati che vi si erano stabiliti, e in generale quelli della parrocchia urbana di San Pietro e del sobborgo della SS. Annunziata (ove erano pure soldati tedeschi ed una compagnia dei cosiddetti “Alpini”, soldati italiani che avevano aderito alla Repubblica, ma il cui numero diminuiva di giorno in giorno per le frequenti diserzioni) si riversarono nei paesi circostanti: dormivano, se non trovavano luogo nelle case, nei fondi e nelle capanne. La Pieve di Saliceto ne fu piena. In casa Bruschi si stabilirono diverse famiglie: fra esse quella del Vice-Prefetto della Provincia di Apuania, del Medico e del Veterinario provinciale, il ragioniere Capo ed altre persone distinte. Nella casa canonica – donde, nell’agosto precedente era partita la famiglia che vi alloggiava al tempo del terrore tedesco, spaventata dai continui bombardamenti lungo la strada Nazionale, ebbero ricetto altre due famiglie, una di Pontremoli, l’altra di Massa. Altre famiglie di sfollati massesi si erano intanto sistemate nei locali del Seminario di Pontremoli; nelle due camere dell’Economo Spirituale di Saliceto, in quell’istituto, da lui dovute sgombrare, venne allogato il Provveditore agli Sudi di Apuania; lì vicino l’Amministrazione Provinciale. Da una statistica condotta dall’Economo spirituale l’anno seguente, a Pasqua, risultò che a Saliceto vi erano ben 276 follati.”
Pieve di Saliceto, la cui posizione consentiva il controllo sulle strade che da sud immettevano a Pontremoli e, quindi, ai passi appenninici verso la pianura padana, non fu mai tranquilla. “il 10 dicembre – si legge nel Liber Chronicus – vennero a stabilirsi a Saliceto, qua e là nelle case, diversi tedeschi e specialmente Mongoli, catturati in Russia e incorporati nel loro esercito. Cinque Mongoli del Turchestan si stabilirono in casa del mezzadro del Preposto della Cattedrale di Pontremoli, e vi stettero fino al 20 del seguente febbraio 1945: gente ancora rozza, non troppo pulita, sospettosa di essere assalita ogni notte dai partigiani, per cui, man mano che passavano i giorni e arrivavano sempre più frequenti le voci della ritirata tedesca, facevano di notte rigida guardia, a custodia di sé e dei loro cavalli. Uno era di religione mussulmana, gli altri sembra che non ne avessero alcuna”.
Ai problemi quotidiani, di chi subiva il rischio di rappresaglie dell’esercito tedesco in fuga e dei bombardamenti alleati (“non passò giorno dal gennaio alla fine di aprile 1945 che apparecchi americani o inglesi non sorvolassero mitragliando o gettando bombe e spezzoni”), si aggiungeva la preoccupazione per i 25/30 paesani sotto le armi (taluni sotto gli Italiani nei territori già liverati dagli alleati, altri nella parte ancora occupata dai tedeschi o portati in Germania, taluno ancora nelle bande partigiane”.
La guerra volgeva al termine. Il fronte si era fermato nella zona di Massa e la resistenza tedesca ogni giorno di più appariva fiaccata. “per quanto concerne la Pieve di Saliceto il 1° gennaio 1945 due bombe caddero sul monte S. Genesio, sbriciolando la roccia, sconquassando i tetti e spaventando gli abitanti preso il ponte del Fiesolare, ma fortunatamente senza morti né feriti. I tedeschi, che erano di stanza a casa Poletti, accanto al ponte sulla Magra, pur tornando lì a dormire di notte (di notte generalmente non si bombardava) per alcuni giorni, durante le ore diurne si sparsero qua e là nelle case distanti dal ponte. Per due giorni una dozzina di essi si rifugiarono nella cucina della casa colonica (gli altri ambienti erano occupato dagli sfollati) a scaldarsi; non toccarono nulla, ma partendosene vi lasciarono il sudiciume proprio dei bivacchi”.
I bombardamenti furono continui e colpirono pesantemente Pontremoli ed i paesi vicini, soprattutto le aree prossime alla ferrovia. “Il 1° aprile, festa della Pasqua della Resurrezione bombardamento a Scorcetoli. Dopo mezzogiorno, quando gran parte della gente era convenuta alla chiesa alle funzioni vespertine, i Mongoli fatti prigionieri in Russia e incorporati nelle forze armate tedesche, che si trovavano a Scorcetoli, passarono a guado la Magra, vennero a Belvedere Saliceto, con minacce e spari di moschetto atterriscono le donne di quel gruppo di case, facendosi consegnare a forza del vino, che trincano nei campi vicini e buttando poi all’aria i fiaschi se ne tornano a Scorcetoli. Cresceva intanto l’attività dei partigiani che scendendo spesso dalla costa di Arzelato spiavano i Tedeschi e i loro alleati italiani chiamati repubblichini; un tedesco rimase morto da una fucilata poco sopra il cimitero”. Fu in questi mesi che – di fronte a casa Venuti – i Tedeschi cominciarono a seppellire i loro commilitoni morti nel Pontremolese o per disgrazia o per azioni belliche; “i primi sepolti lì furono una diecina di soldati austriaci, rimasti vittima di un incidente ferroviario; avevano il loro cappellano cattolico che ne benedisse le salme; oggi ve ne riposano oltre venti, all’ombra della croce”. Don Cavalieri si premura di lasciare testimonianza nel libro cronologico della parrocchia di come fossero disposte le salme nel piccolo cimitero, riportandone una piantina minuziosa, con indicati i dati ancora leggibili sulle croci delle tombe, ove i resti dei sodati uccisi sono rimasti sepolti fino all’aprile 1950, quando vennero rimossi e traslati altrove.
“Nella seconda metà di aprile, sfondato dagli Alleati il fronte di Bologna ed avanzandosi essi rapidamente nell’Emilia, avvenne qui da noi la ritirata tedesca”. Sono gli ultimi giorni di guerra che aveva profondamente segnato la gente di Lunigiana. Le azioni di disturbo si susseguono: “il 21 aprile dai partigiani fu rotto l’arco verso la Pieve del ponte sul Magra alla SS. Annunziata; ciò che, insieme alla rottura del ponte di Villafranca, impedì alle colonne tedesche in ritirata di venir su anche sulla destra della Magra e salvò i campi della Pieve dalla devastazione del passaggio. Il 22 una mano di soldati tedeschi e loro alleati italiani (i cosiddetti Mai Morti) col pretesto che sul monte S. Genesio si erano visti dei partigiani, salirono lassù, spaventarono e derubarono una povera famiglia che vi abitava; altri minacciarono gli abitanti e gli sfollati che erano al Bassone, poco sotto il monte S. Genesio, fecero sgombrare le case Lecchini e Filippini della gente e dei mobili, dicendo che volevano bruciarle; ciò che non fecero , contentandosi di arrestare quattro uomini, due dei quali furono rilasciati il giorno dopo, ma per la liberazione degli altri due, che avvenne tre giorni dopo, fu necessario l’intervento del Vescovo, di ciò pregato dall’Economo spirituale di Saliceto, che scrisse egli pure al Comando tedesco.” Erano gli ultimi sussulti della guerra. “ il 23, 24, 25 aprile incessanti mitragliamenti sul Verdeno e Pontremoli e bombardamento sul piano di Mignegno; la ritirata tedesca assume l’aspetto della disfatta. Gli Americani avanzano dall’Aulla su Villafranca e Filattiera; i tedeschi e i loro partigiani italiani si preparano ad abbandonare Pontremoli e si incolonnano per la strada nazionale per la Cisa; fanno saltare a Pontremoli il cosiddetto ponte di ferro e quello in pietra a Porta Parma; il 26 fu l’ultimo giorno della loro permanenza a Pontremoli. Già arrivavano i proiettili dei cannoni americani. Saliceto si trovò sotto il tiro delle loro artiglierie; vi furono tre feriti leggeri e un morto, una persona di Scorcetoli, qui sfollata, colpita da una fucilata (come si disse) mentre con un fazzoletto faceva segno di festa alle prime truppe americane che avanzavano e una giovinetta di 16 anni fu pure gravemente colpita da una fucilata degli ultimi tedeschi che se andavano, avanti alla porta di casa sua. Essa dovette poi essere sottoposta per oltre un anno a una dolorosa e dispendiosa cura. Il giorno stesso, 26 aprile, gli ultimi drappelli tedeschi erano in marcia intorno a Mignegno (ove qualche giorno avanti i partigiani avevano fatto saltare l’arco del bel ponte sulla Magriola) lungo la strada nazionale diretti alla Cisa, quando furono assaliti da quattro apparecchi alleati che, dandosi il cambio, non lasciarono loro tregua per tutto il giorno: sorvolavano a bassa quota mitragliando. Alla sera il tratto da S. Giorgio sopra l’ospedale all’oratorio di San Terenziano offriva uno spettacolo raccapricciante: cadaveri straziati di soldati qua e là lungo la strada, che avevano invano cercato di ripararsi dietro gli alberi o le siepi, o dietro i loro carri o nelle cunette stradali dell’acqua, carri incendiati e contorti, carogne insanguinate di magnifici cavalli o colpiti dall’alto o uccisi dai tedeschi stessi; e lungo la strada – nella quale, poco sopra san Terenziano dopo il primo tornante i tedeschi avevano fatto brillare una grossa mina che ne interruppe un buon tratto – e giù per i buratti e per i canali automezzi fattivi precipitare, carte, vestiti, armi, proiettili, viveri gettati via o abbandonati; buona preda per gli abitanti dei paesetti vicini che il giorno dopo ed i seguenti vi si buttarono sopra come corvi ingordi. Giunsero subito dopo i soldati americani, negri in gran parte, che si stanziarono qualche giorno a Pontremoli e poi proseguirono per il nord; la città e le vallate libere finalmente dal terrore tedesco, respirarono. “
“Da Saliceto, uno dopo l’altro, nei mesi di maggio e giugno partirono gli sfollati; la casa canonica era libera alla fine di maggio. Così pure, entro i restanti mesi del 1945 tornarono quelli che erano sotto le armi o prigionieri, quasi tutti.”
Tratto dal libro: Per una storia della Pieve di Saliceto di don Emilio Cavalieri
“1944: L’avanzata degli Alleati Anglo-Americani dal sud verso il Nord d’Italia, si arrestava frattanto, per diversi mesi, davanti alla linea di Massa.” Da questo momento in poi quasi tutta la cronaca è dedicata alle vicende belliche, dalla “reazione tedesca contro i partigiani (“La repressione spietata del movimento e delle bande partigiane che, dopo l’8 settembre 1943 e la proclamazione della repubblica italiana fascista, avevano cominciato a formarsi anche da noi, divenne uno degli obiettivi principali del Comando tedesco dell’Italia del Nord ancora da esso occupata. Il nemico sentiva intorno a sé un’onda di generale ostilità da parte della popolazione che vedeva il suolo della patria, in una guerra imposta e impopolare, calpestato dallo straniero; e questo rispondeva con atti di crudeltà verso le popolazioni. Di qui non solo le spedizioni delle SS contro i partigiani, ma le rappresaglie inumane dei Tedeschi contro i paesi inermi, i rastrellamenti degli uomini, gli incendi delle case e dei paesi, i maltrattamenti e le uccisioni delle persone; gli abitanti delle nostre vallate vissero giorni di sospetto e di spaventi”), ai difficili rapporti fra tedeschi e clero, accusato di essere fiancheggiatore dei partigiani e, per di più, possibile bersaglio poiché, secondo Cavalieri, al motivo politico si mescolava anche “quello religioso dell’odio luterano contro il genuino rappresentante del cattolicesimo”, e per di più non era “da escludersi che, in diversi casi, fossero degli Italiani, parteggianti per i Tedeschi, a segnalare de’ sacerdoti come degni di punizione e di arresti”. Ampio spazio è dedicato agli eventi dell’estate 1944, quando la mattina del 1° luglio vennero arrestati dai Tedeschi, “fra gli altri, il vecchio Arciprete di Filattiera Mons. D. Pio Leo Oppi, il Proposto di Bagnone, i parroci di Castiglione, Caprio, Scorcetoli, SS: Annunziata”. Andò meglio a d. Cavalieri che, “subito dopo la celebrazione della S. Messa, fu avvertito che un gruppo di Tedeschi volevano arrestare anche lui. Ancora ignaro dell’arresto dei colleghi, egli non dette troppo peso alla cosa; tuttavia, dovendo quel giorno recarsi a Careola per visitarvi un Padre Cappuccino lassù sfollato, credette bene affrettare la partenza. Fu la sua salvezza, perché i Tedeschi, arrivati poco dopo, non lo trovarono. Tornato da Careola e fermatosi ad Oppilo presso certi suoi parenti, ricevette dopo pranzo un avviso che i Tedeschi erano tornati una seconda volta a cercarlo, avevano visitato minutamente chiesa, campanile e canonica, dove aveva dato ricetto ad una famiglia do sfollati e, insieme, che era morto un suo parrocchiano, da lui sacramentato la sera innanzi. Scese subito e a duecento metri dalla canonica è avvertito che i Tedeschi sono di nuovo là e che la famiglia del defunto, per non esporlo al pericolo do esser preso, era già andata a cercare un Padre Capuccino da Pontremoli, perché venisse, il giorno dopo, pel seppellimento; egli badasse a mettersi in salvo. Aspettò allora che i Tedeschi fossero partiti, venne in chiesa, dove trovò scassinata una cassetta per le elemosina che era sulla balaustra dell’altar maggiore; e la famiglia di sfollati, sua ospite, gli disse che i Tedeschi avevano rovistato tutta la casa, e che tornerebbero. Infatti, altri parrocchiani giunsero ad avvertirlo che partisse subito, perché altri tedeschi venivano alla volta della chiesa. Si fece un involto delle cose più necessarie che gli vennero sottomano in quel frangente, passò in chiesa a recitare una preghiera, a dare qualche disposizione, e partì tra la trepidazione dei presenti, raccomandandosi a Dio: mentre egli usciva dalla porta della chiesa (gli fu riferito dopo) i Tedeschi dall’altra parte entravano in Canonica”. Fu, la sua, una fuga avventurosa: “ avrebbe voluto, attraverso Vignola e Succisa, recarsi a casa sua a Valdantena, ma saputo che la strada nazionale era strettamente bloccata dai Tedeschi dalla Cisa a Villafranca, insieme al parroco di Bassone, suo amico, si avviò dalla parte della Betinia verso lo Zerasco e ambedue si fermarono alla Formentara, ove stettero dal 3 al 10 luglio, dormendo in una capanna su un po’ di paglia stesa su una specie di solaio sconquassato; poterono però celebrare la ogni giorno la S. Messa nel vecchio oratorio di quel gruppetto di capanne, i cui abitanti furono larghi verso di loro di ospitalità e di bontà; scesero poi il 10 del mese a Zeri, nella casa paterna del parroco di Bassone, ove l’Economo spirituale di Saliceto trovò fraterna e signorile ospitalità. Ivi erano già il Priore di Scorcetoli (sfuggito ai Tedeschi poche ore dopo il suo arresto) e il parroco di S. Pietro, D. Giovanni Lanzavecchia che, tornato più tardi a Pontremoli, vi morì circa un anno dopo. Erano pure a Zeri, in quei giorni, il Can. Prof. D: Angelo Quiligotti, a casa sua a Coloretta, e, fra gli altri, l’Avv. Mario da Pozzo, della Spezia, che, venuto a Pontremoli per un tranello tesogli dai Tedeschi e dai loro complici italiani, fu arrestato, portato a La Spezia, poi a Genova, Milano, indi al campo di concentramento (o di annientamento, come si disse) in Baviera, ove periva, pochi mesi dopo, di fame e di patimenti. I suoi genitori ed una sua nipote, sfollati in Valdantena, vivevano in casa d’una sorella dell’Economo spirituale di Saliceto, Can. Emilio Cavalieri, dove il vecchio padre, Luigi da Pozzo, morì il 14 dicembre 1944 ancora ignaro della sorte toccata al figlio”.
Già l’Economo di Saliceto, inquieto per la sua parrocchia, si disponeva a tornarvi per la via di Rossano ed Arzelato quando – così continua la narrazione – il 15 luglio arrivò a Zeri il Vescovo stesso di Pontremoli, Mons. Giovanni Sismondo che, in quei giorni di terrore e di persecuzione contro il suo popolo e il suo clero dimostrò, di fronte ai Tedeschi, una franchezza e un coraggio che tutti apprezzarono e di cui resterà a lungo la memoria. Egli rimase impavido a Pontremoli, nel suo palazzo vescovile e s’adoperò in ogni modo per lenire la sofferenza del suo gregge ed a salvare quanti più poté. La sera stessa del 15 luglio il Can. Cavalieri tornò con lui a Pontremoli, donde si recò due giorni dopo al suo paese nativo di Valdantena ai fratelli che erano in pensiero per lui. Aveva lassù, in casa sua, sette suore dell’Istituto Magistrale Parificato “Madre Cabrini” di Pontremoli, costrette ad abbandonare il loro istituto che era esposto ai quotidiani bombardamenti. Seppe da loro che il 2 luglio si era presentato anche lassù, minacciando e terrorizzando, un drappello di Tedeschi: la loro presenza (i Tedeschi le trovarono in cappella a pregare) gli aveva salvato la casa dalla perquisizione e dal saccheggio, così come l’ospitalità offerta a saliceto alla predetta famiglia di sfollati era valsa a salvare dal saccheggio quella canonica. Tornato da lassù in Seminario e passativi alquanti giorni, il 29 luglio fece una visita alla parrocchia, dove gli fu riferito che i Tedeschi, risoluti d’averlo ad ogni modo e persuasi che egli fosse nascosto in qualche luogo vicino, erano tornati più volte, di giorno e di notte, a cercarlo, frugando nelle case vicine, mettendosi in agguato ne’ campi di grano”.
Sono giorni difficili: “Il giorno stesso del suo ritorno in parrocchia – riferisce Cavalieri – certo Maucci, che passava per un informatore dei Tedeschi, arrivava in bicicletta da Pontremoli e scendeva davanti a Casa Venuti ove doveva pranzare; gli si presentano due giovanotti armati invitandolo a seguirli; egli si rifiutava; due colpi di revolver e casca morto lì fuori dall’uscio; uno dei giovani fugge via sulla bicicletta del caduto, un altro si arrampica lesto su la ripidissima pendice del Monte S. Genesio. Grande spavento in paese perché si sapeva che al ferimento o all’uccisione di uno di loro seguivano da parte dei Tedeschi crudeli rappresaglie. Passò infatti una mano dei Tedeschi, videro il morto. Era un italiano; non se ne preoccuparono per nulla. Vennero i compagni fascisti del morto, lo portarono a Pontremoli e non se ne parlò più”.
I problemi ebbero termine domenica 30 luglio, quando “l’Economo spirituale di Saliceto riprese regolarmente il suo servizio di parroco e non ebbe più noie; la colonna di SS. che lo cercava era ormai partita”. Ma la guerra non era finita: il 3 agosto arrivarono altri Tedeschi, che “guidati – a quanto si disse – da spie nostrane, anche donne – assalirono da più lati Zeri”. “Furono bruciate, com’è noto, diverse case del villaggio di Noce, alcune a Coloretta, incendiata completamente la Canonica del Rev.mo Preposto a Patigno, saccheggiate le abitazioni, fatta razzia di bestiame, rubati viveri e indumenti, uccise diverse persone, ammazzato a casa sua il Rettore di Adelano don Eugenio Grigoletti, accusato di favoreggiamento ai partigiani, freddato a colpi di mitragliatore, mentre da casa sua a Coloretta, fuggiva ai monti, il Can. Prof. Don Angelo Quiligotti, illustrazione del nostro Seminario diocesano, di 63 anni”.
Il 5 agosto i soldati tedeschi tornarono “a riposare alla Pieve, dove non si conoscevano ancora gli eccessi commessi a Zeri. Capitarono stanchi morti, una parte entrò anche, senza chiederne licenza, mentre l’Economo Spirituale si trovava in chiesa, in canonica, si buttarono qua e là dietro i muri e nei fossi, a riposare. Non dettero alcun fastidio e poté essere celebrata con tranquillità la festa della Madonna della Neve, Patrona della Confraternita; partirono la sera diretti, come si disse, a Fivizzano”.
Vi furono poi mesi “di trepidazione e di paura, oltre che per la presenza dei Tedeschi, che non risparmiavano requisizioni e minacce, anche pei frequenti bombardamenti e mitragliamenti alleati, specialmente lungo la strada Nazionale. Fermatasi la guerra dinnanzi alle posizioni di Massa, una gran parte degli abitanti di quella città, specialmente la classe impiegatizia, col capo della provincia, che aveva aderito alla Repubblica, vennero a Pontremoli che si trovò piena di massesi. Il 17 settembre venne ripetutamente mitragliata e bombardata la zona intorno alla stazione di Pontremoli; fu colpita la chiesa di san Pietro e diverse case lì attorno; bombe caddero nel tratto da Pontremoli a San Lazzaro. Allora gli abitanti di quella località e gli sfollati che vi si erano stabiliti, e in generale quelli della parrocchia urbana di San Pietro e del sobborgo della SS. Annunziata (ove erano pure soldati tedeschi ed una compagnia dei cosiddetti “Alpini”, soldati italiani che avevano aderito alla Repubblica, ma il cui numero diminuiva di giorno in giorno per le frequenti diserzioni) si riversarono nei paesi circostanti: dormivano, se non trovavano luogo nelle case, nei fondi e nelle capanne. La Pieve di Saliceto ne fu piena. In casa Bruschi si stabilirono diverse famiglie: fra esse quella del Vice-Prefetto della Provincia di Apuania, del Medico e del Veterinario provinciale, il ragioniere Capo ed altre persone distinte. Nella casa canonica – donde, nell’agosto precedente era partita la famiglia che vi alloggiava al tempo del terrore tedesco, spaventata dai continui bombardamenti lungo la strada Nazionale, ebbero ricetto altre due famiglie, una di Pontremoli, l’altra di Massa. Altre famiglie di sfollati massesi si erano intanto sistemate nei locali del Seminario di Pontremoli; nelle due camere dell’Economo Spirituale di Saliceto, in quell’istituto, da lui dovute sgombrare, venne allogato il Provveditore agli Sudi di Apuania; lì vicino l’Amministrazione Provinciale. Da una statistica condotta dall’Economo spirituale l’anno seguente, a Pasqua, risultò che a Saliceto vi erano ben 276 follati.”
Pieve di Saliceto, la cui posizione consentiva il controllo sulle strade che da sud immettevano a Pontremoli e, quindi, ai passi appenninici verso la pianura padana, non fu mai tranquilla. “il 10 dicembre – si legge nel Liber Chronicus – vennero a stabilirsi a Saliceto, qua e là nelle case, diversi tedeschi e specialmente Mongoli, catturati in Russia e incorporati nel loro esercito. Cinque Mongoli del Turchestan si stabilirono in casa del mezzadro del Preposto della Cattedrale di Pontremoli, e vi stettero fino al 20 del seguente febbraio 1945: gente ancora rozza, non troppo pulita, sospettosa di essere assalita ogni notte dai partigiani, per cui, man mano che passavano i giorni e arrivavano sempre più frequenti le voci della ritirata tedesca, facevano di notte rigida guardia, a custodia di sé e dei loro cavalli. Uno era di religione mussulmana, gli altri sembra che non ne avessero alcuna”.
Ai problemi quotidiani, di chi subiva il rischio di rappresaglie dell’esercito tedesco in fuga e dei bombardamenti alleati (“non passò giorno dal gennaio alla fine di aprile 1945 che apparecchi americani o inglesi non sorvolassero mitragliando o gettando bombe e spezzoni”), si aggiungeva la preoccupazione per i 25/30 paesani sotto le armi (taluni sotto gli Italiani nei territori già liverati dagli alleati, altri nella parte ancora occupata dai tedeschi o portati in Germania, taluno ancora nelle bande partigiane”.
La guerra volgeva al termine. Il fronte si era fermato nella zona di Massa e la resistenza tedesca ogni giorno di più appariva fiaccata. “per quanto concerne la Pieve di Saliceto il 1° gennaio 1945 due bombe caddero sul monte S. Genesio, sbriciolando la roccia, sconquassando i tetti e spaventando gli abitanti preso il ponte del Fiesolare, ma fortunatamente senza morti né feriti. I tedeschi, che erano di stanza a casa Poletti, accanto al ponte sulla Magra, pur tornando lì a dormire di notte (di notte generalmente non si bombardava) per alcuni giorni, durante le ore diurne si sparsero qua e là nelle case distanti dal ponte. Per due giorni una dozzina di essi si rifugiarono nella cucina della casa colonica (gli altri ambienti erano occupato dagli sfollati) a scaldarsi; non toccarono nulla, ma partendosene vi lasciarono il sudiciume proprio dei bivacchi”.
I bombardamenti furono continui e colpirono pesantemente Pontremoli ed i paesi vicini, soprattutto le aree prossime alla ferrovia. “Il 1° aprile, festa della Pasqua della Resurrezione bombardamento a Scorcetoli. Dopo mezzogiorno, quando gran parte della gente era convenuta alla chiesa alle funzioni vespertine, i Mongoli fatti prigionieri in Russia e incorporati nelle forze armate tedesche, che si trovavano a Scorcetoli, passarono a guado la Magra, vennero a Belvedere Saliceto, con minacce e spari di moschetto atterriscono le donne di quel gruppo di case, facendosi consegnare a forza del vino, che trincano nei campi vicini e buttando poi all’aria i fiaschi se ne tornano a Scorcetoli. Cresceva intanto l’attività dei partigiani che scendendo spesso dalla costa di Arzelato spiavano i Tedeschi e i loro alleati italiani chiamati repubblichini; un tedesco rimase morto da una fucilata poco sopra il cimitero”. Fu in questi mesi che – di fronte a casa Venuti – i Tedeschi cominciarono a seppellire i loro commilitoni morti nel Pontremolese o per disgrazia o per azioni belliche; “i primi sepolti lì furono una diecina di soldati austriaci, rimasti vittima di un incidente ferroviario; avevano il loro cappellano cattolico che ne benedisse le salme; oggi ve ne riposano oltre venti, all’ombra della croce”. Don Cavalieri si premura di lasciare testimonianza nel libro cronologico della parrocchia di come fossero disposte le salme nel piccolo cimitero, riportandone una piantina minuziosa, con indicati i dati ancora leggibili sulle croci delle tombe, ove i resti dei sodati uccisi sono rimasti sepolti fino all’aprile 1950, quando vennero rimossi e traslati altrove.
“Nella seconda metà di aprile, sfondato dagli Alleati il fronte di Bologna ed avanzandosi essi rapidamente nell’Emilia, avvenne qui da noi la ritirata tedesca”. Sono gli ultimi giorni di guerra che aveva profondamente segnato la gente di Lunigiana. Le azioni di disturbo si susseguono: “il 21 aprile dai partigiani fu rotto l’arco verso la Pieve del ponte sul Magra alla SS. Annunziata; ciò che, insieme alla rottura del ponte di Villafranca, impedì alle colonne tedesche in ritirata di venir su anche sulla destra della Magra e salvò i campi della Pieve dalla devastazione del passaggio. Il 22 una mano di soldati tedeschi e loro alleati italiani (i cosiddetti Mai Morti) col pretesto che sul monte S. Genesio si erano visti dei partigiani, salirono lassù, spaventarono e derubarono una povera famiglia che vi abitava; altri minacciarono gli abitanti e gli sfollati che erano al Bassone, poco sotto il monte S. Genesio, fecero sgombrare le case Lecchini e Filippini della gente e dei mobili, dicendo che volevano bruciarle; ciò che non fecero , contentandosi di arrestare quattro uomini, due dei quali furono rilasciati il giorno dopo, ma per la liberazione degli altri due, che avvenne tre giorni dopo, fu necessario l’intervento del Vescovo, di ciò pregato dall’Economo spirituale di Saliceto, che scrisse egli pure al Comando tedesco.” Erano gli ultimi sussulti della guerra. “ il 23, 24, 25 aprile incessanti mitragliamenti sul Verdeno e Pontremoli e bombardamento sul piano di Mignegno; la ritirata tedesca assume l’aspetto della disfatta. Gli Americani avanzano dall’Aulla su Villafranca e Filattiera; i tedeschi e i loro partigiani italiani si preparano ad abbandonare Pontremoli e si incolonnano per la strada nazionale per la Cisa; fanno saltare a Pontremoli il cosiddetto ponte di ferro e quello in pietra a Porta Parma; il 26 fu l’ultimo giorno della loro permanenza a Pontremoli. Già arrivavano i proiettili dei cannoni americani. Saliceto si trovò sotto il tiro delle loro artiglierie; vi furono tre feriti leggeri e un morto, una persona di Scorcetoli, qui sfollata, colpita da una fucilata (come si disse) mentre con un fazzoletto faceva segno di festa alle prime truppe americane che avanzavano e una giovinetta di 16 anni fu pure gravemente colpita da una fucilata degli ultimi tedeschi che se andavano, avanti alla porta di casa sua. Essa dovette poi essere sottoposta per oltre un anno a una dolorosa e dispendiosa cura. Il giorno stesso, 26 aprile, gli ultimi drappelli tedeschi erano in marcia intorno a Mignegno (ove qualche giorno avanti i partigiani avevano fatto saltare l’arco del bel ponte sulla Magriola) lungo la strada nazionale diretti alla Cisa, quando furono assaliti da quattro apparecchi alleati che, dandosi il cambio, non lasciarono loro tregua per tutto il giorno: sorvolavano a bassa quota mitragliando. Alla sera il tratto da S. Giorgio sopra l’ospedale all’oratorio di San Terenziano offriva uno spettacolo raccapricciante: cadaveri straziati di soldati qua e là lungo la strada, che avevano invano cercato di ripararsi dietro gli alberi o le siepi, o dietro i loro carri o nelle cunette stradali dell’acqua, carri incendiati e contorti, carogne insanguinate di magnifici cavalli o colpiti dall’alto o uccisi dai tedeschi stessi; e lungo la strada – nella quale, poco sopra san Terenziano dopo il primo tornante i tedeschi avevano fatto brillare una grossa mina che ne interruppe un buon tratto – e giù per i buratti e per i canali automezzi fattivi precipitare, carte, vestiti, armi, proiettili, viveri gettati via o abbandonati; buona preda per gli abitanti dei paesetti vicini che il giorno dopo ed i seguenti vi si buttarono sopra come corvi ingordi. Giunsero subito dopo i soldati americani, negri in gran parte, che si stanziarono qualche giorno a Pontremoli e poi proseguirono per il nord; la città e le vallate libere finalmente dal terrore tedesco, respirarono. “
“Da Saliceto, uno dopo l’altro, nei mesi di maggio e giugno partirono gli sfollati; la casa canonica era libera alla fine di maggio. Così pure, entro i restanti mesi del 1945 tornarono quelli che erano sotto le armi o prigionieri, quasi tutti.”
Tratto dal libro: Per una storia della Pieve di Saliceto di don Emilio Cavalieri